“Autonomia, le verità nascoste della Lega e gli errori della sinistra”. Francesco Jori intervistato da Roberta Polese”

A cinque mesi dal referendum sull’autonomia del Veneto, svolto il 22 ottobre scorso, ci sembrava il caso di fare il punto anche alla luce degli esiti elettorali. Con un’intervista in esclusiva per Padovanabassa.itRoberta Polese raccoglie le considerazioni di Francesco Jori, che da decenni segue le vicende politiche della nostra Regione. 

Francesco Jori (che possiamo definire una delle menti più lucide e delle penne più taglienti della nostra Regione), lo ha sempre fatto con occhi distaccati e mai partigiani, e la sua visione è importante per capire la posizione della Lega e la spaccatura della sinistra, ma anche per analizzare gli errori della stampa, che troppo spesso con parole vuote ha creato assuefazione nella gente rispetto certi temi, omettendo di raccontare la verità che a volte si nasconde dietro ai proclami e agli slogan. Ecco il testo dell’intervista…

Lo scorso 22 ottobre si è votato per l’autonomia del Veneto, circa il 57% degli aventi diritto è andata alle urne con la speranza di pagare meno tasse, sarà così?

“Penso e spero che una parte consistente di chi è andato a votare non sia così ingenuo da credere che grazie all’autonomia vivrà in un paese di Bengodi. Una cosa dev’essere molto chiara, e nella campagna referendaria non se ne è parlato né a sufficienza né con chiarezza: se e quando il progetto andrà in porto, il Veneto non riceverà neanche un euro in più. Dovrà semplicemente gestire cifre che attualmente vengono manovrate dallo Stato; starà ai veneti dimostrare di saperlo fare meglio, anche se con uno Stato del genere, inefficiente e cialtrone, non dovrebbe poi essere una grande impresa…”. 

Sono passati cinque mesi da quel giorno. Ora che le elezioni politiche hanno notevolmente rafforzato la Lega crede che al Veneto verrà dato ciò che chiede il suo presidente?

“Sulla carta dovrebbe essere inevitabile, considerando che il passaggio decisivo per l’autonomia dovrà avvenire in Parlamento, con la maggioranza assoluta dei suoi componenti (non dei soli presenti in aula al momento del voto); e la Lega siede nelle due Camere con una robusta rappresentanza. Inoltre, un po’ tutte le forze politiche si sono dichiarate autonomiste. Ma il venticello romano in passato ha avuto curiosi effetti, dimostrando che tra il dire e il fare ci sono di mezzo i sette colli; ostacolo ben più infido del più esteso dei mari”. 

Le promesse di Zaia sono “mantenibili”? che cosa dice la legge e che cosa dice la Costituzione in merito alle autonomie delle regioni?

“Se ci limitiamo alla sostanza, non c’è problema: sta scritto nel titolo V della Costituzione che le Regioni possono chiedere di esercitare poteri specifici al posto dello Stato in una serie di materie. Quando invece Zaia prefigura un Veneto equiparato sul piano istituzionale al Trentino-Alto Adige, ricorda i pescatori che a forza di raccontarla trasformano in una balena la scardola che hanno pescato. L’autonomia statutaria trentina e altoatesina è tutt’altra cosa, e oltretutto è ancorata a un trattato internazionale”. 

Perché l’Emilia Romagna ha seguito un’altra strada? Che differenza c’è tra i percorsi intrapresi dalle due regioni?

“In realtà quella emiliana, ma anche lombarda, non presenta una differenza sostanziale rispetto alla via veneta. Che le Regioni che lo vogliono possano chiedere a Roma più autonomia, sta scritto in Costituzione dal 2001. L’Emilia ha scelto di farlo presentando la semplice richiesta, la Lombardia con un quesito referendario articolato, il Veneto ha voluto appoggiarla con un referendum che più generico non si può. In realtà suonano tutte iniziative strumentali: perché una cosa che si poteva fare da diciassette anni non è mai stata fatta, e si è proceduto solo a ridosso delle elezioni politiche?”. 

Per anni si è parlato di secessione, federalismo e autonomia, e non si è mai arrivato a nulla:  a Roma non ascoltano o probabilmente i nostri politici locali pongono le domande sbagliate?

“Diciamo che il federalismo in Italia è una delle più colossali prese in giro. C’è stata una lunga stagione, negli anni Novanta, in cui tutti si proclamavano federalisti, e a tirare un sasso a caso e a occhi bendati si poteva stare certi di colpirne almeno un paio. Ma la domanda banale è un’altra. Se davvero c’era questo accordo vasto, perché non se ne è mai attuata neppure una briciola, anzi giustamente oggi si protesta per una recrudescenza di centralismo? La realtà è che il federalismo sta a cuore a una ristretta minoranza: non solo in politica, anche nell’economia e nella società. Per cui fino a che tira quest’aria, non lo si attuerà mai”. 

Piace l’autonomia di Trento e Bolzano, ma è storicamente non ottenibile, ma quale tipo di “autonomia reale” può aspettarsi il Veneto?

“Quella prevista e descritta nell’attuale Costituzione, almeno fino a che non verrà cambiata: gestire un pacchetto di materie comunque importanti, vedendosi attribuire le relative risorse. E a questo proposito non bisogna mai dimenticare che le risorse pubbliche italiane sono strangolate da un debito pubblico pari a 2,2 miliardi di euro, con i relativi interessi. Comunque, a prescindere da questo, bisognerà dimostrare di saperle spendere correttamente. E tra Mose e banche, non è che i veneti abbiano saputo proporre esempi di corretta gestione…”. 

Zaia ha spesso fatto paralleli con la Catalogna e ha anche detto che anche lui come Puigdemont, si farebbe arrestare “per il suo popolo”. Da anni si fanno paralleli tra la nostra regione e quella spagnola, calzano? Siamo così tanto simili?

“Zaia in versione Silvio Pellico del terzo millennio non ci azzecca proprio: le prigioni sono una cosa troppo seria per ridurle a gradassate. Quanto alla Catalogna, così come per altri aspetti la Baviera, il paragone non sta proprio in piedi. Si tratta di due realtà entrambe molto diverse, con una storia specifica alle spalle. E in ogni caso, i bavaresi non hanno mai pensato né pensano di staccarsi dalla Germania, anche se fino al 1918 sono stati sudditi di un regno autonomo. In Catalogna, i separatisti rappresentano pur sempre poco meno della metà della popolazione, e a Barcellona ancor meno; e comunque fanno capo nella stragrande maggioranza a un solo partito, mentre in Veneto gli indipendentisti sono frantumati in millanta schegge, tra loro in lotta. Il problema vero, dovunque, non è mettersi in proprio, ma negoziare ampie forme di autonomia con lo Stato”.

I giornali e i giornalisti come hanno affrontato il tema? sono stati chiari? hanno speso troppe parole o troppo poche? quali domande dovevano fare ai promotori del referendum?

“Come troppo spesso facciamo, abbiamo fatto da megafono delle chiacchiere, senza approfondire la sostanza, e lasciando credere che il quesito referendario “volete più autonomia?” fosse una rivoluzione. Sarebbe come chiedere “volete più giorni di sole?”, o “volete più vacanze?”; o entrare in un’osteria e chiedere “volete più cabernet?”. Ai promotori del referendum, Zaia in testa, sarebbe bastato porre una sola domanda: perché Roma dovrebbe concedervi grazie a un referendum del tutto generico quello che voi leghisti non siete riusciti a portare a casa, quando siete stati a lungo al governo e con ministeri di primo piano? “. 

Di fronte al quesito referendario il centrosinistra si è spaccato: sì, no, forse. Nemmeno di fronte a questa domanda la sinistra ha trovato una risposta in grado di ricompattare le fila. Parlare di autonomia a sinistra sembra quasi un tabù, eppure anche alla “gente di sinistra” piacerebbe pagare meno tasse, quale può essere una risposta “di sinistra” al desiderio di avere uno Stato meno pesante?

“Il centrosinistra è maestro nel superare se stesso nell’autolesionismo: prima e dopo il Pd, ha bruciato tutti i suoi leader, e forse l’unico in cui si riconosce davvero è Tafazzi, quello che si divertiva a martellarsi gli zebedèi. Sul referendum ha battuto ogni record di comune senso del ridicolo: si trattava di scegliere tra due posizioni, è riuscito a inventarsene una terza. Sta di fatto che  non è mai stato davvero federalista: basta pensare agli anni Novanta, all’epoca del cosiddetto partito dei sindaci nato proprio in Veneto, bollato da Amato come “Centopadelle” storpiando il nome originario di “Centocittà”; e i cui protagonisti vennero sprezzantemente definiti da D’Alema come “cacicchi”. Al fondo, federalismo vuol dire responsabilità, ed è l’esatto contrario di assistenzialismo. Da destra a sinistra passando per il centro, è molto chiaro quale scelta sia finora prevalsa, e continui a prevalere”.

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Pubblicato da Francesco Miazzi su giovedì 22 marzo 2018

 

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