Gli orizzonti di un Governo “nazionalpopulista”

“Chiusura dei Porti” e “Decreto dignità” sono parti diverse dello stesso profilo nazionalpopulista della coalizione giallo-verde. Il contributo di Paolo De Marchi sulle politiche del nuovo Governo.

Gotz Aly, giornalista e storico tedesco, in un suo lavoro del 2005 sullo stato sociale nazista sostiene che fu la robusta gamma di provvedimenti sociali a favore dei ceti medio-bassi della popolazione a contribuire maggiormente all’ottenimento del consenso al regime nazista.

Secondo Aly la composizione della NSDAP fu da un lato debitrice all’esperienza in trincea di molti giovani istruiti che a seguito di ciò abbandonarono la loro “spocchia di classe” e dall’altro attinse alla speranza frustrata di “operai formati dal socialismo, piccoli artigiani e impiegati” di un “riconoscimento della collettività e in migliaia di occasioni di vita per i figli”.

A loro si unirono quanti si erano già approfittati della riforma dell’istruzione avviata dalla Repubblica di Weimar e che volevano proseguire l’ascesa.” Queste diverse figure sociali “furono unite” nel Partito Nazionalsocialista dalla volontà di mettere in moto un ascensore sociale possibile per tutti.

La dottrina razzista del nazionalsocialismo, secondo Aly, non fu quindi solo “una pura incitazione all’odio e all’eliminazione fisica” ma semplicemente divenne una prassi che “attirò milioni di tedeschi soprattutto per l’implicita promessa d’uguaglianza etnico-nazionale”. L’ideologia nazista sottolineava duramente le differenze verso l’esterno mentre le livellava all’interno come esplicitamente sosteneva Hitler: < All’interno del popolo tedesco massima comunità popolare e possibilità di istruzione per ognuno, invece verso l’esterno affermazione di assoluta supremazia>.

Politiche previdenziali, politiche della casa, provvedimenti di salvaguardia del potere d’acquisto e esenzioni fiscali per le famiglie durante la guerra, specie per chi aveva un congiunto al fronte produssero consenso verso il governo, la guerra di rapina, la sottomissione delle popolazioni invase, la stessa persecuzione degli ebrei.

Luciano Canfora, in un recente articolo apparso nel Il Corriere della Sera, ricordava che “il fascismo affrontò la gestione delle società di massa mobilitandole e coinvolgendole: mescolando sciovinismo (da lanciare contro falsi bersagli) e welfare (purchè compatibile con gli interessi della parte più disinvolta e politicizzata del grande capitale)”. Ricordava, infine, che il termine fu coniato dallo storico Renzo De Felice per riferirsi al periodo del consenso diffuso e dell’egemonia del regime e non alla sua origine violenta fatta di mano armata al potere, olio di ricino e banda Dumini e che fu questa seconda versione a piacere tanto a statisti esteri come Winston Churchill o a sindacalisti d’oltre oceano come Samuele Gompers, fondatore dell’AFL e ad ambienti finanziari come Wall Street.

La breve vita del Governo Lega/M5s mi sembra si avvicini molto a queste due valutazioni: siamo di fronte a un progetto sovranista nazionalpopulista che a partire dall’assunto “prima gli italiani” ripropone ( su nuove basi nell’attuale contesto economico, sociale e politico) la faccia feroce verso l’esterno e la faccia populista verso l’interno. Si tengono assieme, infatti, la ferocia razzista contro gli immigrati e i rom con gli annunciati provvedimenti a favore dei ceti più deboli per risolvere i disagi gravi di cui soffrono “i nostri cittadini italiani”.

Mentre Salvini si muove allo stesso tempo da Primo Ministro, Ministro degli Interni e degli Esteri impostando una posizione dell’Italia che punta a dislocare definitivamente i confini dell’Europa nei deserti della Libia, del Niger e del Ciad, completando così l’opera impostata dal precedente Governo a guida PD e dialoga in Italia con le lobbie delle armi o annuncia tolleranza zero contro rom e devianti, è stato Di Maio sinora a cominciare a modellare la gamba sociale del tavolo nazionalpopulista del governo giallo-verde.

L’ha fatto inizialmente incontrando le associazioni sindacali di base dei riders promettendo un decreto urgente per il riconoscimento dello status di lavoratore subordinato a questa particolare figura della gig economy per poi, di fronte alle resistenze dei capitalisti delle piattaforme, arretrare sulla ecumenica costituzione di un tavolo concertativo stralciando questa materia dal Decreto Dignità.

Secondo l’intento di Di Maio proprio il Decreto Dignità dovrebbe rappresentare il dominus della svolta nelle politiche del lavoro del nuovo Governo, primo fondamentale passo contro la precarietà.

I due volti del Governo sono, quindi, in campo consentendo a Di Maio, nonostante le difficoltà incontrate dall’iter del decreto e i cedimenti già annunciati a Confindustria e Coldiretti, di accreditare sé stesso, il M5s e il Governo ad alfieri della lotta alla precarietà e allo sfruttamento “dei nostri ragazzi” (l’affermazione è sua, ripetuta in decine di interviste televisive e concesse alla stampa) senza scomporsi in alcun modo di fronte alle continue morti di profughi in mare e, allo stesso tempo, consentendo a Salvini di perseguire politiche razziste e xenofobe in nome del “prima gli interessi degli italiani” accreditandole anche attraverso le iniziative populiste sociali del collega pentastellato.

A cadere nell’inganno o, quanto meno, a non riconoscere a tutte queste azioni di governo un disegno unitario, pericoloso e riconducibile a scenari simili a quelli descritti da Aly e Canfora, sono stati in molti in queste settimane nel campo della cosiddetta Sinistra.

Un errore è stato, ad esempio, ritenere, come ha fatto Maurizio Landini per la CGIL in un’intervista a Il Manifesto, che la sua organizzazione sindacale, in quanto autonoma dai partiti, debba guardare solo al merito dei singoli provvedimenti e, quindi, possa dare “un giudizio positivo sui provvedimenti sul tema del lavoro” dichiarando allo stesso tempo che “sui migranti e sulla chiusura dei porti siamo davanti ad una guerra ai più poveri” chiedendo di combattere non “chi ha la pelle nera” bensì “il lavoro nero”.

Contro questo governo non basta guardare solo al merito dei provvedimenti ma cosa sottende quel “merito”, a chi faccia pagare duramente, drammaticamente, ferocemente il consenso per questa o quella norma che potrebbe modificare l’attuale assetto della normativa in materia di lavoro precario. Non rimediano certo a questo errore di impostazione le dichiarazioni della segretaria confederale CGIL Tania Scacchetti che chiama alla mobilitazione contro il pericolo della re-introduzione dei voucher invitando, intanto, il Governo ad essere più coraggioso nel introdurre norme che modifichino effettivamente l’attuale normativa sul lavoro.

Ottenere il massimo dal Decreto è certo legittimo per un’organizzazione sindacale ma manca qualsiasi richiamo nelle interviste e nelle dichiarazioni dei suoi dirigenti alla progettualità che sottende questo provvedimento.

Nello stesso errore sono caduti quegli economisti dichiaratisi di sinistra che hanno collaborato sinora con i pentastellati e che, in questi giorni, commentano le vicende relative al varo del Decreto Dignità, alle modifiche che stanno per essere apportate sotto la pressione di alcune forti categorie socioeconomiche e alle polemiche tra Di Maio, il Presidente dell’INPS e i Dirigenti della Ragioneria dello Stato.

L’economista Andrea Roventini, candidato dal M5s alla carica di Ministro dell’Economia nella campagna elettorale appena conclusa, che ha collaborato alla stesura del programma economico del Movimento, vede nelle norme sui contratti del Decreto Dignità “un’ottica di coerenza a intervenire dove il Job Act ha fallito” perché queste sono volte a ridurre la precarietà.

Di fronte alle obiezioni del giornalista che chiede se si poteva fare di più, riconosce che sarebbe stato meglio farlo “sul lato delle tutele” ma ribadisce che il decreto è “un primo passo” i cui effetti potranno vedersi “solo nei prossimi mesi”.

Per Roventini l’ago della bilancia si è spostato a favore dei lavoratori. Che poi il Decreto reintroduca i voucher proprio nei settori dove la precarietà, i “lavoretti” e il lavoro nero dilagano non intacca la certezza del professore; che un argomento scottante come la questione del riconoscimento dello status di lavoro subordinato per i lavoratori digitali, tra i più precarizzati, sia stato stracciato o che le pressioni da parte di categorie economiche e blocchi sociali vicini alla Lega possano modificare sostanzialmente il Decreto in Aula alle Camere non gli fa sorgere alcun dubbio che l’intento del Ministro sia, principalmente, propagandistico e populista.

A legittimare in qualche misura l’operazione di Di Maio ci pensa, invece, il professor Piergiovanni Alleva in un’altra intervista a Il Manifesto partendo dalla rivendicazione del suo essere “comunista” e consigliere in Emilia Romagna di L’Altra Europa per Tsipras.

Alleva scende in campo per dichiarare che l’incriminata “manina” denunciata da Di Maio, quella che avrebbe manomesso durante la notte la scheda tecnica allegata al Decreto Dignità, è sempre stata presente “in tutti gli uffici dei ministeri” che sono “pieni di gente messa dal PD e abituata a far da lacchè a Confindustria”. Giustifica la mancata applicazione della causale sino dal primo contratto a tempo determinato come un cedimento necessario per avere il consenso della Lega ma afferma perentoriamente che “anche così è una norma che inverte la tendenza ridando diritti”.

Va ancora in aiuto a Di Maio nel confutare le stime dell’INPS affermando che “ridurre da 3 a 2 anni la durata massima [dei contratti a tempo determinato] serve proprio a mettere le aziende davanti alla decisione” omettendo di dire che sul totale dei contrattisti attuali (stando ai numeri ufficiali) di 2,5 milioni, solo 80 mila supera la soglia dei 24 mesi di lavoro e quelli che arrivano a 12 mesi sono ancora meno.

Dove stia poi la sua certezza che i datori di lavoro saranno spinti dal Decreto a trasformare i contratti a tempo determinato in indeterminato non lo spiega e, francamente, non si capisce vista la situazione attuale di precarizzazione del mercato del lavoro.

Dietro alle stime INPS ci può essere probabilmente la difesa della filosofia che ha sinora governato la normativa in materia; sicuramente esiste in una parte dei funzionari ministeriali piaggeria verso Confindustria e collateralismo alle politiche del lavoro renziane ma di fronte non c’è un Ministro che può “fare cose di sinistra” come presuppone Alleva bensì il promotore del primo provvedimento dal forte sapore nazionalpopulista.

Tant’è che, al di là delle invettive di queste ore del Ministro contro Confindustria, quelle che si vanno profilando sono tutta una serie di concessioni volte ad ammorbidirne la contrarietà che non vanno certo a favore degli interessi dei lavoratori (incentivi statali presi dai fondi destinati al sussidio Naspi, possibilità di restituzione dell’aggravio contributivo del 0,5% [sich!] per mancato passaggio di contratti a tempo determinato in indeterminato, l’introduzione dei voucher ecc.) al punto da spingere il Primo Ministro Conte a rassicurare Confindustria di non avere nulla da temere da questo Governo.

In fondo Di Maio non nasconde di voler lavorare a far incontrare imprenditori e lavoratori in un patto che annulli qualsiasi forma di conflitto.

Tutte queste voci, del sindacato confederale e degli ambienti accademici, intellettuali e specialisti tecnico economici e del lavoro della variegata sinistra italiana, esprimono un pensiero inadeguato alla sfida che la coalizione giallo-verde pone, desertificando un possibile punto di vista realmente critico e alternativo.

Alcuni perché ancora accecati o alla ricerca di giustificazioni per l’essersi associati con il M5s prima dell’abbraccio con la Lega, avendo erroneamente pensato che un movimento dalla matrice populista potesse rappresentare il nuovo campo a sinistra per sostituire una Sinistra votata da decenni al neoliberismo; altri perché inadeguatamente prigionieri di un’idea di sindacato che guarda solo ai singoli contenuti dei provvedimenti senza un respiro sociale più generale, culturale che formi coscienze critiche nei lavoratori, che leghi le rivendicazioni sui bisogni materiali a un’idea di società, di comunità e convivenza, fatta in primo luogo di senso di appartenenza a una condizione sociale e economica comune e di solidarietà.

Partecipare attivamente come ha recentemente dichiarato la CGIL al contrasto delle politiche razzista di Salvini non può viaggiare separatamente dal giudizio sui provvedimenti di Di Maio in materia di lavoro e, probabilmente, dalla mobilitazione prossima contro la re-introduzione dei voucher in agricoltura, turismo e commercio.

Lega e M5s sono due forze politiche certamente differenti e le contraddizioni tra loro e, soprattutto, nel corpo elettorale dei pentastellati vanno ricercate e allargate ma deve essere chiaro che, in questo momento, quello che si profila pericolosamente davanti a tutti noi è il disegno nazional populista che insieme stanno perseguendo.

Questo disegno va oggi denunciato e, in ogni occasione, evidenziato e contrastato.

Paolo De Marchi

1-Gotz Aly “Lo stato sociale di Hitler. Rapina, guerra razziale e nazionalsocialismo”, Einaudi 2007

2-Luciano Canfora “Quel baratro aperto tra e . Nella abdicazione della si compiti e ai fini per cui sorse, sono i nuovi movimenti populisti a lucrare su un disagio vero”, Il Corriere della Sera 16 giugno 2018

3-Massimo Franchi, intervista a Maurizio Landini, “Per ridare dignità al lavoro serve molto più coraggio”, Il Manifesto del 4 luglio 2018

4-Roberto Ciccarelli, intervista a Tania Scacchetti, “Con il ritorno dei voucher cambierà il nostro giudizio sul decreto dignità”, Il Manifesto del 19 luglio 2018

5-Massimo Franchi, intervista a Andrea Roventini, “Misure di buon senso per ridurre la precarietà, spero siano solo l’inizio”, Il Manifesto del 4 luglio 2018

6-Massimo Franchi, intervista a Piergiovanni Alleva, “L’Inps sbaglia: aumentano gli assunti. Aiuto Di Maio a fare una cosa di sinistra”, Il Manifesto del 17 luglio 2018

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