Se peggiora la qualità dell’aria nel nostro territorio per noi donne cosa succede?

Con questo intervento si affronta la questione che ha caratterizzato la vicenda CSS anche da un altro punto di vista: quello delle donne che partecipano numerose alle assemblee, sono attive nella costruzione e nella diffusione delle iniziative, etc. Questo è il contributo di Carla Manfrin, femminista dagli anni Settanta, insegnante in pensione, attiva nel territorio sui temi della solidarietà e dell’ambiente.

 

In questi mesi di iniziative e mobilitazioni per una qualità dell’ambiente e della salute migliori, gli aspetti tecnici, politici e giuridici sulla possibilità e le conseguenze dell’uso del CSS – C in Cementeria  sono stati approfonditamente trattati nelle sedi del Movimento e in quelle pubbliche; credo, però, sia importante affrontare la questione anche da un altro punto di vista: quello delle donne, donne che partecipano numerose alle assemblee, sono attive nella costruzione e nella diffusione delle iniziative e che con sapienza, passione e competenza hanno collaborato in questi mesi a costruire pensiero, dati, quadri di riferimento per dimostrare le falsità tecniche e procedurali che hanno caratterizzato la vicenda CSS e per indicare nuove vie.

All’assemblea del movimento civico ‘Cambiamo aria’ del 14 dicembre 2016, da vecchia femminista,  ho posto ai presenti la domanda su cui riflettevo da tempo man mano che prendeva corpo  l’azione del Movimento: che cosa comporta per le donne – in quanto donne – il fatto che peggiori la qualità dell’aria a seguito delle varie scelte economiche e politiche che in questo territorio si stanno facendo?

Con più spazio a disposizione che in quella occasione, provo qui a tracciare una cornice – all’interno della quale collocare una serie di dati e problemi – che può permettere di andare a fondo del problema.

Come l’esperienza ci mostra, gran parte del lavoro di cura  – che è lavoro materiale ma anche psicologico ed emotivo – (lavoro domestico in senso stretto + lavoro legato alla crescita e all’educazione dei figli + lavoro di sostegno al partner + eventuale e sempre più frequente lavoro di accudimento di genitori, di parenti anziani o con disabilità) è svolto dalle donne  perché, ancora oggi nel nostro Paese, in maniera molto estesa –  da parte degli uomini in maggior misura ma anche da una larga parte delle donne – si ritiene che il lavoro di cura sia di “competenza” pressoché esclusiva del mondo femminile.

I dati Istat (2015) ed Eurostat (2014) indicano che

se consideriamo la questione sotto il profilo del tempo, le donne dedicano al lavoro di cura in media  il 22% del loro tempo di vita quotidiano (contro il 7,6% degli uomini) che – tradotto in ore – significa cinque ore e mezza al giorno in media. Questa differenza nell’uso del tempo tra uomini e donne tende a diminuire a mano a mano che il tasso di occupazione cresce: in Svezia per esempio è poco più di un’ora (73 minuti). Se consideriamo il part-time maschile come un indicatore della partecipazione degli uomini al lavoro domestico i dati vengono confermati: quello italiano è uno dei più bassi d’Europa, l’8,4% contro il 7,8% in Francia, il 10,8% in Germania, il 13,1% in UK e il 15,1% in Svezia (Eurostat 2014)

se consideriamo la questione sotto il profilo del carico,   il lavoro di cura in media pesa sulle donne per il 72% (contro il 28% degli uomini)

se consideriamo la questione sotto il profilo del lavoro esterno, solo il 50% delle donne ha un’occupazione a tempo pieno, la maternità porta alla perdita o alla sospensione del lavoro per circa il 20% delle donne.

Oltre ad avere più interruzioni per motivi familiari (22,40% per le donne contro 2,90% per gli uomini), i percorsi lavorativi delle donne sono più spesso caratterizzati da lavori atipici. Solo il 61,5% delle lavoratrici ha avuto un percorso standard (contro il 69% dei colleghi), mentre si segnala un aumento del part-time femminile (dal 21% del 1993 al 32,2% del 2014) e delle occupazioni irregolari “rosa” (11,10% per le donne e 8,9% per gli uomini).

Manca un’adeguata copertura finanziaria dei periodi di congedo parentale che in Italia è pari al 30% della retribuzione a fronte di Paesi europei che arrivano a coprirla per intero.

Un dato che si aggiunge a quelli drammatici sull’occupazione femminile: l’occupazione femminile in Italia è tra le più basse dell’Europa (media italiana 46% / media europea 60%) e l’Italia è al 71° posto nel Global Gender Gap Index del World Economic Forum..

Non conta neppure quanto le donne abbiano studiato: a parità di titolo di studio, il reddito medio di un uomo e di una donna sarà sempre a favore del settore maschile (in media euro mensili 1670 per i maschi/1335 per le femmine), la retribuzione del lavoro femminile nel nostro Paese è tra le più basse d’Europa.

E’ innegabile l’arretratezza culturale che ancora caratterizza il nostro Paese  – e che risulta evidente nel persistere di tanti stereotipi e luoghi comuni sulla divisione dei ruoli e sulla gestione dei carichi famigliari –ma, oltre ad essa, una delle cause principali di questa situazione è l’impianto fortemente familistico del sistema di welfare italiano, che tuttora delega alle famiglie la responsabilità di cura sia degli adulti in condizione di dipendenza sia dei bambini.

La carenza di servizi di cura nel nostro Paese rappresenta un ostacolo per il lavoro a tempo pieno di 204 mila donne occupate part time (il 14,3%) e per l’ingresso nel mercato del lavoro di 489 mila donne non occupate (l’11,6%).

Lo sviluppo della rete dei servizi nel nostro Paese è affidato all’impegno degli enti locali, quasi esclusivamente ai Comuni. Nonostante la nostra Costituzione abbia previsto all’articolo 117 la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni in materia di diritti sociali, nei fatti i vari governi che si sono succeduti non hanno investito nello sviluppo dei servizi per la prima infanzia e per l’assistenza e la protezione delle persone con disabilità e non autosufficienti, con il risultato che nel nostro paese la spesa dei Comuni per le funzioni sociali rappresenta appena lo 0,46% del PIL.

Uno sguardo ai servizi per la prima infanzia: i dati al 2012 evidenziano che la complessiva copertura per la popolazione 0-2 anni nel 2012, data dai nidi, dai servizi integrativi e dagli anticipi alla scuola dell’infanzia è pari al 24,4%.

La Spesa Pubblica per servizi destinati ad anziani e a persone con disabilità fa registrare un – 40% rispetto alla media UE (Eurostat): si è passati dai 400milioni del 2009 all’azzeramento nel 2012 e poi ad un rifinanziamento parziale negli anni successivi, con una riduzione degli stanziamenti di circa il 60% rispetto al 2008. Nel 2012 gli ultra64enni in Italia erano più di 12 milioni pari al 21% della popolazione e le previsioni Istat stimano che nel 2020 supereranno i 14 milioni (22,5% della popolazione) e la dotazione di posti letto per abitante è pari al 2,5%.

Come evidente, le famiglie italiane non possono contare ancora oggi su una rete di servizi sociali che consenta ad entrambi i genitori di affrontare gli impegni professionali e quelli legati alle responsabilità famigliari con un minimo di serenità. Così ancora troppe donne rinunciano al lavoro per far fronte alla richiesta di cura che arriva dai familiari.

E in questo periodo di crisi prolungata questi fenomeni si accentuano. I dati Censis 2016 ci dicono che 11 milioni di italiani hanno rinunciato alle cure del sistema sanitario perché non hanno soldi: significa che a causa della crisi e del nostro sistema economico il peso delle cure in casa ricade ancora principalmente sulle donne e incide anche  sulla loro autonomia economica e sulla loro scelta di maternità.

In definitiva:

In Italia, la struttura economica, l’organizzazione del lavoro, gli stereotipi di genere sono strettamente correlati a quanto lavoro di cura ci si aspetta che venga svolto dalle donne nelle case, al tipo di welfare a cui hanno accesso e alle possibilità che hanno di entrare nel mercato del lavoro.

Le donne italiane, come abbiamo visto, sono considerate come le principali referenti e responsabili del lavoro domestico e di cura, la scarsa partecipazione maschile al lavoro di cura si somma all’inadeguatezza dei servizi preposti, inoltre a causa delle politiche di austerità molti servizi sono stati tagliati: tra questi il tempo pieno a scuola, i servizi di assistenza domiciliare agli anziani, ecc.

I risultati sono evidenti: sono ben 2,3 milioni le donne che risultano inattive per motivi di famiglia, di queste il 40% ha un diploma di scuola superiore o un titolo universitario e il 45% vive al sud. Si stima che 270.000 donne inattive non abbiano cercato lavoro a causa dell’inadeguatezza dei servizi di cura forniti a bambini, anziani, malati e disabili (McKinsey Analysis 2012). Il 18% delle donne inattive lavorerebbe se i servizi fossero adeguati (Istat 2013).

In questo contesto non stupisce che per le donne italiane la maternità rappresenti ancora un rischio concreto di fuoriuscita dal mercato del lavoro: il 22,4% delle madri impiegate prima della gravidanza, intervistate dopo due anni, avevano perso il lavoro (Istat 2015). I dati sui flussi di natalità  europei (in calo da anni in Italia) ancora una volta parlano chiaro: dove le donne lavorano di più e possono contare su una rete di servizi di cura, i tassi di natalità crescono.

E in questo quadro generale sconfortante non si può tacere la realtà della violenza maschile contro le donne sulla quale il 26 ottobre 2016 – all’interno di un’azione internazionale delle donne che hanno manifestato in contemporanea in molte città del mondo – a Roma una marea di 200.000 donne (e, per fortuna, molti uomini) hanno preso posizione al grido di ‘non una di meno’ https://nonunadimeno.wordpress.com/

Lo scarso rilievo che i mezzi di comunicazione hanno dato a questa potente iniziativa, il silenzio delle forze politiche e dei movimenti ci mostra quanto non si veda questo importante e fondamentale aspetto della realtà o come si voglia ancora tenere sotto silenzio questa dimensione che mette pesantemente in discussione la struttura della famiglia e dei rapporti patriarcali che nella nostra società sono ancora così forti – e nello stesso tempo mascherati ed invisibili – tanto che noi stesse, come donne, facciamo fatica a vederli e a tenerne conto nel nostro agire quotidiano.

Eppure si tratta di una realtà pesante ed evidente, se solo si volesse vederla, che, se cambiata realmente, determinerebbe una radicale ridefinizione dei rapporti tra le persone e con tutti i viventi con cui condividiamo il Pianeta.

 

Tutto questo accade oggi in Italia.

 

Poi , però,  quando serve, Presidenti della Repubblica, Ministri e Ministre, Papi e Cardinali, intellettuali di varia origine e tipo, (perfino gli spot di lancio di Sanremo 2017….) si prodigano a sostenere l’importanza delle donne e ci dicono che noi siamo le portatrici di vita e che dobbiamo essere madri, che dobbiamo prenderci cura anche della natura perché abbiamo un istinto speciale per questo, che sta a noi salvare il mondo: un altro modo sottile per chiuderci in gabbia, riversare su di noi ulteriori responsabilità e dirci cosa dobbiamo o non dobbiamo fare, a cosa dobbiamo porre rimedio senza mai mettere in discussione il potere (economico, politico, religioso, maschile) in un gioco in cui i nostri desideri e i nostri bisogni contano molto poco.

Non facciamoci rinchiudere nella dimensione ‘donna è natura’, non facciamoci convincere che la nostra difesa della natura derivi da questioni biologiche: siamo più attente e rispettose, è vero, ma questa maggiore responsabilizzazione delle donne nei confronti della vita e della riproduzione ha precise radici storiche, tuttora molto salde nella realtà del lavoro domestico e di cura a cui ci hanno/siamo legate.

Tornando alla domanda iniziale, in definitiva, come si lega allora tutto questo con la richiesta della CementiZillo di bruciare CSS in parziale sostituzione del pet – coke? Come si lega con l’interesse delle donne a raggiungere la chiusura di ogni impianto inquinante nella zona e a sviluppare, invece, un progetto di vita che rispetti il benessere di ciascuno?

Semplicemente, se noi e i nostri famigliari ci ammaliamo di più perché ci fanno respirare schifezze o perché il nostro cibo contiene veleni, se le nostre case varranno meno e non sarà il caso di migliorarle, le malattie e le necessità di cura aumenteranno e saremo ancora di più costrette a rinunciare alla nostra autonomia per necessità famigliari.

Finché non riusciremo a cambiare la mentalità nostra, degli uomini che ci stanno a fianco e il modello di sviluppo, saremo noi a caricarci sulle spalle questo lavoro a scapito dei nostri bisogni e dei nostri sogni.

Ci va bene così oppure decidiamo di essere ancora più presenti e determinate affinché i politici del nostro territorio – nelle scelte che compiono non sempre degnamente per conto di tutti – tengano conto anche del nostro lavoro e delle nostre fatiche, del nostro tempo di vita, dei nostri desideri e dei nostri bisogni?

E per noi stesse, non crediamo che sia necessario creare opportunità di capire in modo più approfondito i meccanismi che ci legano al nostro ruolo e alla nostra condizione cominciando a inventarci situazioni e occasioni in cui anche di questo si parli, facendolo con la sapienza,  la passione e la competenza che, con tanta generosità,  sappiamo donare per mille altre cause?

                                                                                                                       Carla Manfrin

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