Attualità del pensiero e dell’agire politico e sociale di Stéphanie Etzerodt nella Padova di fine Ottocento

A cura di Martina Magon proponiamo la recensione del libro “AMARE, OPERARE, SPERARE. Il contributo di Stéphanie Etzerodt Omboni alla società tra Ottocento e Novecento” di Stefania Masiero.

La storia dell’opposizione all’emancipazione della donna è forse più interessante della storia dell’emancipazione stessa”. (V. Woolf, Una stanza tutta per sé)

Leggere di Stephanie Etzerodt Omboni, nell’interessante testo proposto da Stefania Masiero, significa documentarsi su una delle filantrope dell’alta borghesia progressista attiva in Italia nel campo dell’emancipazione delle donne e dei gruppi sociali più esposti al degrado, operante a Padova tra fine Ottocento e inizio Novecento.

La marcata ritrosia a comparire in prima fila nei progetti che promosse è uno dei motivi per i quali è una figura poco conosciuta, nonostante abbia contribuito a modernizzare la società italiana e a sviluppare il pensiero femminista.

Già nella prefazione il lettore è messo a conoscenza delle disparità di genere che caratterizzavano l’epoca in cui visse questa filantropa: “Ovviamente, il carattere assolutamente patriarcale della società in cui operò – tocca ammetterlo, ancora saliente seppur in modalità differenti – non le permise di giocare alla pari con gli uomini nel dare forma a dibattiti scientifici e culturali nella sfera pubblica.”

Infatti, “La scarsa rilevanza in Veneto del fenomeno dell’associazionismo solidaristico e di quello economico sindacale trova spiegazione anche nella strutturale misoginia che limitava il protagonismo femminile”.

Con cura attenta a ricomporre il quadro generale e a fornire dettagli importanti per comprendere lo sviluppo del pensiero e dell’azione di Stephanie Etzerodt Omboni, Stefania Masiero evidenzia come, in un contesto storico in cui la povertà era ampiamente diffusa, altrettanto diffuse erano le sue degenerazioni: analfabetismo, accattonaggio, abbandono dell’infanzia, prostituzione e tratta, …

“Raggiunta l’unità politica e amministrativa, l’agenda degli ambienti progressisti del tempo puntava alla costruzione di un’identità nazionale sollevando le masse dallo stato di indigenza e dall’asservimento alla tradizione.”

Lo strumento privilegiato per raggiungere tale scopo era l’educazione ai principi morali caratterizzanti quei ceti privilegiati che si proponevano come avanguardia sociale e politica. “Lo era tanto più per le donne dell’alta borghesia alle quali, diversamente dalle donne del popolo, era concesso di contribuire alla costruzione della sfera pubblica attraverso la pratica della filantropia.

Donne come Stéphanie approfittarono di questa possibilità di partecipazione trasformando la filantropia da strumento di redenzione individuale a spazio d’azione sociale e politica in cui attivarsi per realizzare gli obiettivi fissati dai gruppi a cui appartenevano.”

“Se l’azione benefica è stata per secoli la sola attività concessa alle donne delle classi abbienti intesa come attività extradomestica, nello stato unitario diviene rivendicazione dei diritti civili e politici, sottolineando quanto la beneficenza privata non potesse essere sufficiente.

Le filantrope di fine Ottocento preparano il terreno a quelle donne che, mettendo a disposizione la loro educazione ed istruzione a favore delle donne provenienti da situazioni di miseria materiale, tracciano una traiettoria che porterà ad una nuova concezione dell’attività filantropica.

L’impegno di queste benefattrici è caratterizzato dalla consapevolezza che è assolutamente necessario l’intervento dello Stato, prima che dei privati cittadini, nell’assicurare sostegno alle categorie più deboli, come dovere nell’espletamento delle sue funzioni di garante del benessere della collettività”

L’autrice si sofferma sulle varie attività che videro protagonista la Etzerodt Omboni, attività che furono molte e impegnative nonché trasformative della mentalità con cui affrontare i vari problemi sociali. Ecco un breve elenco dei progetti che finanziò e contribuì ad organizzare:

1874 Giardino d’infanzia frobeliano a Padova.

1883 Le cucine economiche di Padova.

1890 Associazione contro l’accattonaggio.

1893 Scuola professionale femminile di Padova e l’Istituto marino per rachitici.

1895 Istituto per l’infanzia abbandonata e la Società zoofila padovana.

1898 Unione morale.

1901 Riviste “La Donna” e “Unione femminile”.

1903 Università popolare (istruzione superiore).

1907 Ufficio di indicazioni, collocamento e assistenza (predecessore dell’assistenza sociale comunale) e attività contro la prostituzione e la tratta delle bianche.

1915 Comitato Nazionale Femminile per gli aiuti in tempo di guerra.

La ricca sezione del testo dedicata alle appendici documentarie e fotografiche offre la possibilità di capire meglio lo sguardo della Etzerodt Omboni sul mondo attraverso le pubblicazioni di e su Stephanie Etzerodt Omboni ne La Donna, la sua corrispondenza con molte personalità italiane e straniere e numerose fotografie di persone e luoghi.

Un libro interessante da leggere non solo per la scrittura chiara e scorrevole di Stefania Masiero che ci conduce con delicatezza e precisione dentro al percorso di vita di Etzerodt Omboni ma anche per rileggere la storia italiana, in questo caso della fine dell’Ottocento e dei primi anni del Novecento, recuperando alla memoria le storie di vita e di pensiero di donne come la protagonista di questa monografia.

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