Violenza maschile sulle donne e Covid19

Da settimane siamo a casa, ma non tutt* nello stesso modo. C’è chi una casa non ce l’ha proprio. Chi è costretto a vivere in spazi ristretti ben al di sotto degli spazi vitali. Per alcune la casa non è un rifugio dalla pandemia, ma luogo di oppressione, di minaccia, di violenza, fino al femminicidio. Il contributo di Carla Manfrin

Invio alcuni elementi per riflettere sulla violenza agita tra le pareti domestiche durante il lockdown, andando oltre le narrazioni consolidate nell’immaginario comune e che certi media fanno dei femminicidi e della violenza contro le donne – quando suggeriscono quale causa la convivenza forzata imposta in questo periodo di emergenza sanitaria – occultando, ancora una volta, ciò che è all’origine del comportamento violento pur esasperato dalle restrizioni legate al Coronavirus.

  • Comportamenti violenti contro le donne in quanto donne si ripetono sin da che si ha memoria dell’umanità. Le violenze sono presenti in tutte le culture, anche se variano le forme e l’intensità con cui sono espresse.

Questo conferma che la natura della violenza maschile alle donne non è emergenziale ma strutturale e sistemica in quanto le  sue  forme  di  espressione  sono  molteplici  e  trasversali:  toccano  infatti  tutti  gli  ambiti  delle  vite delle donne intrecciandosi  continuamente  tra  di  loro; si articolano, autoalimentano e riverberano senza sosta  dalla  sfera  familiare  e  delle  relazioni  a  quella  economica,  da quella politica e istituzionale a quella sociale e culturale, nelle sue  diverse  forme  e  sfaccettature di violenza  fisica,  sessuale, psicologica ed economica.

  • Non si tratta, dunque, di un problema emergenziale, né di una questione geograficamente o culturalmente determinata.

La  violenza  maschile implica il controllo del corpo femminile, il desiderio di possesso o di annientamento, la definizione di ruoli e comportamenti secondo un rapporto di potere gerarchico in cui il maschile domina il femminile: è  espressione  diretta  dell’oppressione  che  risponde al nome di patriarcato, sistema di potere maschile che a livello materiale e simbolico ha permeato la cultura, la politica, le relazioni pubbliche e private delle varie società.

  • Solo un esempio recente: nel Comitato Tecnico Scientifico appena costituito e composto da “esperti e qualificati rappresentanti degli Enti e delle Amministrazioni dello Stato che supportano il Capo del Dipartimento della Protezione Civile nelle attività finalizzate al superamento dell’emergenza epidemiologica da Covid-19ci siano 20 uomini e nessuna donna. Come potrà o vorrà affrontare tutte le problematiche connesse alle differenze di genere (il covid19 colpisce in modo diverso donne e uomini, gli effetti ‘collaterali’ del covid19 sono diversi per uomini e donne, ecc.)?

Eppure la maggioranza delle donne è in prima linea: ricercatrici, virologhe, rianimatrici, infermiere che hanno accumulato sapere ed esperienza nel trattamento del virus; cassiere dei negozi,  addette alle pulizie e alla sanificazione, badanti, madri, figlie, sorelle che si prendono cura di anziani e bambini oltre che della casa e del lavoro, donne che dentro alle case gestiscono relazioni compresse, complesse e difficili…

  • Sono donne le ricercatrici che all’ospedale Spallanzani di Roma per prime hanno isolato il virus. Sono 420mila, e rappresentano i due terzi del personale del Servizio Sanitario Nazionale, le dottoresse e le infermiere che in questi giorni stanno mettendo a disposizione di tutta la comunità energie e competenze anche a rischio della propria salute.

Nessuna di queste donne potrebbe contribuire, nell’interesse di tutti, a cercare una via d’uscita e ad evitare gli errori del passato?

Oppressione e ineguaglianza di genere non hanno, quindi, un carattere sporadico o eccezionale: al contrario, strutturale.  Non  sono  fenomeni  che  riguardano  la  sola  sfera  delle  relazioni  interpersonali,  piuttosto  pervadono  e  innervano  l’intera  società. 

  • Il patriarcato, e dunque la violenza maschile, sono inoltre da sempre funzionali alle logiche del profitto e dell’accumulazione capitalistica, all’organizzazione  della  società  secondo  rapporti  di  sfruttamento.  Rapporti che attraversano la società e che si intersecano, in molti modi, con i dispositivi di potere e subordinazione basati sul genere, la classe e l’origine in cui il femminicidio è soltanto la punta dell’iceberg di un fenomeno assai più profondo e radicato.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Istat https://www.istat.it/it/violenza-sulle-donne/il-fenomeno/violenza-dentro-e-fuori-la-famiglia/numero-delle-vittime-e-forme-di-violenza  in Italia  il 31,5% delle 16-70enni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale: il 20,2% (4 milioni 353 mila) ha subìto violenza fisica, il 21% (4 milioni 520 mila) violenza sessuale, il 5,4% (1 milione 157 mila) le forme più gravi della violenza sessuale come lo stupro (652 mila) e il tentato stupro (746 mila).

  • Ha subìto violenze fisiche o sessuali da partner o ex partner il 13,6% delle donne (2 milioni 800 mila), in particolare il 5,2% (855 mila) da partner attuale e il 18,9% (2 milioni 44 mila) dall’ex partner.

Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner, nel 3,6% da parenti e nel 9,4% da amici. Anche le violenze fisiche (come gli schiaffi, i calci, i pugni e i morsi) sono per la maggior parte opera dei partner o ex.

Inoltre (rapporto Istat 2019 sugli stereotipi di genere https://www.istat.it/it/archivio/235953 )  la percezione della violenza è spesso inadeguata alla violenza agita perché siamo educati a tollerare la violenza fra le mura domestiche. In Italia solo il 18,2% di quelle donne considera la violenza domestica un reato, il 36% lo accetta come un fatto comune , solo il 26,5% delle donne considera lo stupro o il tentato stupro un crimine.

A fronte di questi dati – che dimostrano come e quanto la violenza contro le donne sia agita prevalentemente dal partner e tra le mura domestiche – quale situazione si è creata a seguito della pandemia da covid19?

  • Se sottostare alle limitazioni imposte per prevenire la diffusione del Covid-19 è difficoltoso per tutti, lo è ancora di più per le donne che subiscono o hanno subito violenza. Durante questa reclusione forzata le donne sono esposte a un maggior controllo da parte dell’autore di maltrattamenti, innalzando il rischio per la loro incolumità. La chiusura delle scuole e dei centri diurni per anziani e persone non autosufficienti, da una parte aumenta il carico di lavoro di cura e dall’altra rende maggiormente problematico l’allontanamento, oltre che esporre maggiormente i figli alla violenza assistita.

Che cosa succede nelle case in cui siamo costrette? Che cosa succede quando l’unica possibilità di relazione consentita è quella familiare? Quanto la convivenza forzata ha ulteriormente esacerbato situazioni di violenza che le donne stavano vivendo in questo tempo in cui alla paura e al disorientamento della violenza nelle case si aggiunge quello della pandemia?

E sul fronte dell’azione dello Stato, i vari DPCM che si sono susseguiti hanno preso in considerazione i servizi essenziali per il contrasto alla violenza?

Dalla rilevazione statistica condotta da D.i.Re  (Donne in Rete contro la violenza) tra le 80 organizzazioni che aderiscono alla rete emerge che: 2867 donne si sono rivolte ai centri antiviolenza D.i.Re durante il lockdown. Dal 2 marzo al 5 aprile 2020, infatti, i centri antiviolenza D.i.Re sono stati contattati complessivamente da 2.867 donne, di cui 806 (28%) non si erano mai rivolte prima ai centri antiviolenza D.i.Re.

  • Un incremento significativo delle richieste di supporto da parte di donne che erano già seguite dai centri antiviolenza della rete D.i.Re, costrette a trascorrere in casa con il maltrattante il periodo di quarantena per l’emergenza coronavirus.
  • Un calo delle prime richieste di aiuto da parte di donne “nuove”, che non si erano mai rivolte prima a un centro antiviolenza.

L’incremento delle richieste di supporto, rispetto alla media mensile registrata con l’ultimo rilevamento statistico (2018), pari a 1.643, è stato del 74,5%, dato che mostra quanta ulteriore violenza si stia scatenando in questo periodo di convivenze forzate.

Ma il dato che preoccupa sono le nuove richieste di aiuto, che rappresentano solo il 28% del totale, quando invece nel 2018 rappresentavano il 78% del totale delle donne accolte; questo dato  dimostra non tanto la mancanza di comportamenti violenti quanto la difficoltà per le donne di ricorrere in sicurezza ai Centri Antiviolenza in questo complicato periodo.

Molte donne, infatti, nell’attuale situazione possono solo rivolgersi direttamente al pronto soccorso o alle forze dell’ordine che sono mossi principalmente dall’obbligo di segnalazione alle forze di polizia, nel caso del pronto soccorso, e dall’esigenza di perseguire il reato, nel caso delle forze di polizia, ma senza tener conto dei vissuti delle donne che vanno messe al riparo dalla violenza allontanando i violenti oppure ospitandole in luoghi sicuri; questo modo di agire spesso non lascia alle donne altra scelta rinunciare alla denuncia. La pressione a denunciare per forza, infatti, fa ripiombare le donne nel vissuto tipico della violenza, ovvero di essere espropriate della propria libertà di scelta: la donna – per poter effettivamente uscire dal circuito della violenza – deve essere al centro di un percorso. Oppure, come si evince dai dati, le donne rinunciano in partenza a qualsiasi azione e subiscono l’aggravarsi della violenza su sé stesse e sui propri figli.

  • Come hanno risposto il Governo e le Regioni a questo aumento di rischio? Hanno considerato la gravità della situazione che si andava determinando?

Nonostante le richieste della rete D.i.Re per affrontare l’emergenza covid19, https://www.nondasola.it/risorse/bacheca/articoli-d-interesse/860-24-marzo-2020-d-i-re-scrive-al-governo-chiedendo-un-intervento-sinergico-a-livello-nazionale nessuna risorsa straordinaria e le necessarie protezioni per gestire l’accoglienza sono state previste e i centri antiviolenza e le case rifugio hanno dovuto nella maggior parte dei casi provvedere in autonomia a mettersi in sicurezza e a reperire alloggi di emergenza. I 3 milioni annunciati con il Cura Italia sono irrisori, rispetto ai bisogni dei centri.

Come si sono attivate le donne?

In questo periodo D.i.Re, le Case delle Donne presenti in molte città, NonUnaDiMeno, associazioni operanti nei vari territori hanno attivato campagne e reti solidali che consentono di arrivare in modo sicuro a contattare i centri antiviolenza fornendo strumenti agevoli, facili per accedere al numero verde 1522.

  • Inoltre l’accordo siglato tra gli organismi più importanti che rappresentano le farmacie, Ordine dei farmacisti, Federfarma, e Assofarm, e il ministero pari opportunità – che è l’evoluzione di quella proposta con #mascherina1522 – si traduce in un presidio a tutela delle donne che, anche vicino a casa, possono trovare informazioni utili per poter uscire dalla violenza domestica.
  • #mascherina 1522 è la campagna (su esempio di quella spagnola) lanciata da “Staffetta democratica” per aiutare le donne che subiscono violenza durante l’emergenza coronavirus. É questo il grido di aiuto che sarà raccolto dalle farmacie e da qualsiasi presidio sanitario, facendo scattare l’intervento delle forze dell’ordine: il nome in codice che in Italia consentirà alle vittime di denunciare l’abuso senza neanche dover fare una telefonata.
  • #noicisiamo è l’hashtag con cui D.iRe diffonde uno spot realizzato per far conoscere alle donne che potrebbero subire violenza in questi giorni di forzata convivenza con partner maltrattanti quando chiamare in sicurezza e come trovare il numero di telefono del centro antiviolenza D.i.Re più vicino. Qui il link al video  https://www.youtube.com/watch?v=dpsNkvPYf_k&feature=youtu.be

Il processo di fuoriuscita dalla violenza è un percorso che non può essere intrapreso senza la scelta consapevole della donna, scelta che le operatrici dei centri antiviolenza accompagnano e supportano in ogni momento e che si consolida proprio nella relazione con le operatrici. Senza tutto questo, la donna sarà di nuovo sola, proprio come lo era prima, di fronte a rischi che possono anche aumentare.

  • Antonella Veltri, presidente della rete nazionale dei centri antiviolenza D.i.Re. scrive “Continuiamo a vivere un paradosso: le donne o sono spinte alla denuncia o non sono credute quando lo fanno. E comunque sempre senza tener conto della loro volontà. Per questo, sulla base di esperienza e competenza acquisita accogliendo le donne sopravvissute alla violenza da oltre 30 anni siamo a ricordare la necessità di mettere in moto meccanismi e gestione condivisi con i nostri centri antiviolenza per evitare di ricacciare nel silenzio delle mura domestiche la violenza alle donne”.

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