L’intervento di Gianni Sandon nel convegno “Colli Euganei: comunicare la bellezza – documentare l’abbandono” svolto il 3 luglio 2026 al Circolo Wigwam Arzarello APS di Piove di Sacco (PD). Un articolato documento di alto valore storico con note di estrema attualità.
DA DOVE VENIAMO – DOVE ANDIAMO
Premessa
Un cenno inizialmente sulla prima metà del Novecento
Poi qualche considerazione via via più approfondita sulla seconda metà. Dapprima sul periodo dall’immediato dopoguerra alla legge 1097 del 1971 e poi da questa data alla istituzione, nel 1989, del Parco.
Seguirà qualche riflessione sull’esperienza, ormai vicina ai 40 anni, di vita del Parco.
E infine qualche riflessione sul futuro.
Il tutto ovviamente in termini più che schematici. (ma che poi, con chi ne ha interesse, si potranno approfondire).
1 – Prima metà del Novecento.
Si profilano i primi interventi per la tutela di beni ambientali e culturali. Mi limito a citare:
– la legge 185 del 1902 ( “vincolati” il Mastio sul colle della Rocca a Monselice, la Rocca del Ponte della Torre a Este…);
– la legge 778 del 1922 (ruolo di Benedetto Croce) che estende la legge anche alle “bellezze naturali” (… Arquà Petrarca);
– la legge 1497 del 1939 (fondamentale: “vincoli” paesaggistici)
2 – Dal dopoguerra alla legge 1097 del 1971
– 25.6.1950 – Viene istituito l’Ente Colli Euganei. Siamo in pieno clima di ripresa e ricostruzione dopo la tragedia della guerra. Anche di “valorizzazione”, con ancora un significato più genuino di quello che assumerà più avanti.
Attività estrattive e nuove costruzioni sono viste con favore, se non con entusiasmo. Così per esempio con ben 3 cementifici e con le prime lottizzazioni.
Vengono approvati i primissimi vincoli (della lunga serie successiva): Arquà (1953) , colle della Rocca e contesto (1957), colle del Principe a Este (1957) monte Grande (1961) …
– 6.4.1962 – al posto dell’Ente di cui sopra viene istituito il Consorzio per la Valorizzazione dei Colli Euganei. Proprio in quegli anni si profila concretamente il problema della tutela del territorio. In effetti attività estrattiva e nuove costruzioni hanno assunto ritmi che cominciano a innescare forti critiche. Ci sono tutta una serie di precisi segnali. Nel 1964 sono posti ben 10 vincoli. Nei 3 anni successivi altri 12.
Attività estrattiva e nuove edificazioni cominciano a sollevare preoccupazioni e critiche sempre più diffuse. Per le cave si diffonde la convinzione che solo una legge speciale può fermarle o quantomeno arginarle. Ma questa reazione non dà risultati concreti.
La vera svolta avviene quando, sul finire del 1968, sulla scena irrompe un movimento popolare, organizzato in “Comitati per la Difesa dei Colli Euganei”.
Nel novembre 1971, a seguito di una battaglia che ha risonanza nazionale, viene approvata la legge 1097 “per la tutela delle bellezze naturali ed ambientali e per le attività estrattive nel territorio dei Colli Euganei”. (porta la firma di 27 parlamentari di tutti i partiti politici; quella del parlamentare di Rovigo Giuseppe Romanato è la prima).
3 – Dalla legge nazionale alla legge regionale sul Parco
Una vicenda, questa della battaglia che porta alla legge, che segna per i Colli la svolta sotto tanti aspetti, non solo quello delle cave. Non secondaria la coincidenza con la nascita (1970/1972) della Regione. Gradualmente (anche se faticosamente) viene avviata la chiusura delle cave (oggi nei Colli non c’è più nessuna cava attiva a cielo aperto; tutte le amministrazioni interessate hanno invece puntato al potenziamento dei cementifici; e 2 su 3 ci sono riuscite). Vengono anche ridimensionati i micidiali piani urbanistici del periodo (grazie anche a quel Piano Regolatore Generale Intercomunale elaborato nel 1970 dal Consorzio Valorizzazione Colli Euganei che pur non adottato da nessun comune dei Colli è stato preso come riferimento dalla neonata Regione . E vengono avviate preziose iniziative (protagonista soprattutto ancora il Consorzio) di effettiva valorizzazione del territorio: Gemola e villa Beatrice, monte Grande e monte Madonna, castello di S. Martino, cava Bomba …
E si comincia a parlare in termini concreti di Parco regionale: anche perché c’è l’ente preposto a questo: la Regione appunto.
Ma sarà proprio la Regione che non risponderà in modo convincente a queste aspettative. Il Parco sarà istituito solo nell’ottobre 1989.
In realtà la specifica legge che prevedeva i parchi la Regione, pur in ritardo, l’aveva approvata nel 1980 (la legge n.72 del 31.5.1980), ma senza poi attuarla (e in ogni caso nell’elenco delle aree da proporre a Parco indicate nella delibera della Giunta regionale del 5.7.1983, i Colli non erano previsti!). La sostituisce nel 1984 con la legge n.40 del 16.8 ancora in vigore.
Dopo la quale, per istituire il Parco dei Colli, comincia una raffica di proposte (e di accese discussioni!).
Un rilievo particolare in tutta questa vicenda (ma anche in altre collegate) lo assume, aspetto di solito misconosciuto, il tema termale, così importante per i Colli. Ecco, molto in sunto, in che termini.
A cominciare intanto dalla conferma del clima di assalto al territorio in particolare degli anni 60, ma anche dell’iniziale sensibilità della Regione su questo tema (ma anche dei riflessi sulle problematiche attuali). Basteràricordare che una delle prime leggi della Regione, già nel 1975, è stata la Legge n. 31, allo scopo (estremamente significativo) “di garantire un pronto intervento di salvaguardia della risorsa e dell’attività termale, tenuto conto del grave fenomeno del depauperamento della risorsa stessa” Per il quale obiettivo prevede l’approvazione di un “Piano di utilizzazione della risorsa termale” (P.U.R.T.).
Ma il Piano, portato in Consiglio regionale alla sua scadenza nel 1980 con delle previsioni di un contenuto ulteriore sviluppo, sotto la frenetica pressione di pressoché tutte le amministrazioni è stato all’ultimissimo momento (alla mezzanotte del 23 aprile!) completamente stravolto riaprendole porte a ulteriori generalizzati sviluppi (almeno altri 2/3.000 nuovi posti letto). A conferma della insostenibilità di questi ulteriori sviluppi anche sotto il profilo della obiettiva necessità e delle stesse richieste di mercato, basterebbe osservare che non solo di nuovi alberghi non se ne è più costruito neanche uno (questione di mercato già saturo!), ma se ne è cominciata la demolizione, l’abbandono, il cambio di destinazione. Almeno una trentina i casi finora verificati (di ieri la notizia dell’abbattimento anche del Caesar e del Montecarlo a Montegrotto per lasciar posto a insediamenti residenzial-commerciali). Chiude anche lo stabilimento termale INPS di Battaglia (450 posti letto) certamente, almeno sul piano sanitario, il più prestigioso complesso termale dell’area. Ormai si trova in uno stato di rovinoso, scandaloso degrado (in sostanza nel disinteresse pressoché generale!).
Detto PURT prevedeva anche, quasi ad anticipare il Parco, la redazione di un Piano Ambientale per tutta l’area dei Colli, Piano che fu effettivamente elaborato, ma da nessun Comune adottato.
E un’altra ulteriore pressione verso il parco, venne dal decreto Galasso, del 1985, che imponeva per le aree vincolate, come i Colli, l’obbligo di un Piano paesaggistico entro il 1986. Obbligo anche questo eluso. Forse la spinta decisiva verso la fine della sesta legislatura venne dal confronto con le altre Regioni. Basti dire che per esempio Lombardia e Piemonte avevano già approvato decine di parchi.
4 – Il Parco
Tornando alla legge istitutiva del Parco, viene finalmente approvata, all’unanimità e con un grande applauso!, l’1 settembre 1989. Viene pubblicata sul BUR il successivo 13.10 con il n. 38. E’ sostanzialmente una buona legge.
Ma ahimè gestita da subito in modo più che deludente. In particolare per quanto riguarda il vero atto identificativo del Parco, e cioè la elaborazione del PIANO AMBIENTALE.
L’incarico viene affidato ad una società romana, la SAF (Società Agricolo Forestale) appositamente costituita. Il clima di quegli anni (imperversa Tangentopoli!) attira sulla operazione dei sospetti, anche perché la società non mostra di essere all’altezza di questo importante e delicato incarico. Aperta la scatola della SAF sono in effetti saltate fuori tutta una serie di altre scatole….
Ne è nato, nel corso del ‘92, un forte scandalo che ha comportato, con il supporto anche di buona parte della stessa DC a un cambio nella direzione del Parco (passato peraltro ad altro DC, l’arch. Giuseppe Barbieri) e a una sostituzione del gruppo incaricato della redazione del Piano. L’incarico passò alla equipe di un serio, qualificato professionista, il torinese prof. Roberto GAMBINO (che meriterebbe un riconoscimento).
Ne è seguito un momento di intenso, non facile, lavoro. Il 6 maggio 1994 il PA viene adottato dal Consiglio del Parco a grande maggioranza (29 favorevoli, 9 contrari).
Discusse le osservazioni, nel marzo 1995 il Piano viene quindi inviato in Regione. Che lo approva, dopo 3 anni e mezzo, il 7.10.1998. Ritardo più “politico” che tecnico: nel 1995 vince le elezioni regionali una compagine sostanzialmente “allergica” ai parchi.
E immediatamente dopo, nel 1999 la maggioranza dei Comuni passa al centrodestra. Assessore provinciale ai parchi viene nominato quel Riolfatto che nel ‘92 era stato sfiduciato. (anche dal suo partito).
E dalla nuova direzione del Parco inizia la campagna non per far conoscere e attuare il Piano, ma per approvarne una variante generale. Campagna che da allora ha accompagnato tutte le amministrazioni che si sono succedute.
Va sottolineato che pur dopo un quarto di secolo di attacchi il PA è comunque ancora in vigore (pur con qualche variante parziale). Il fallimento di questi attacchi (che sarebbe oltremodo istruttivo illustrare) dipende soprattutto, secondo me, da 2 fattori decisivi:
– la solidità della costruzione, basata sul sostanziale adeguamento alle finalità previste dalla legge istitutiva del Parco ( La “visione dell’ambiente naturale, storico, architettonico e paesaggistico considerato nella sua unitarietà”) e sui 4 pilastri fondamentali sui quali è basata la costruzione del Piano (e cioè: 1– Lo spostamento di attenzione dal “cuore” del Parco alla sua “periferia”; 2 – L’importanza assegnata al paesaggio (vedi le 26 Unità di paesaggio); 3 – Il tentativo di spostare l’asse della tutela ambientale dai vincoli alla gestione attiva (vedi titolo quarto delle norme intitolato “Norme per progetti”); 4 – Il rapporto di dialogo e d’interazione coi piani locali)
– la inadeguatezza dei detrattori e della loro strumentale battaglia.
Il Piano dunque resiste. Nel 2005 avviene una significativa, e secondo me deleteria, variante alla legge istitutiva, variante che va incontro alle insistenti richieste dei nuovi amministratori. Con la legge n. 6 del 25.2 la Regione stabilisce che nel Consiglio del Parco ogni Comune sarà rappresentato non più da 3 consiglieri (2 di maggioranza e uno di minoranza) ma dal solo sindaco.
All’inizio del decennio 2010/’20 l’attacco al Piano viene portato direttamente dalla Regione. Siamo nel pieno stavolta di una crisi politico/economica planetaria. Per tutte le amministrazioni si impone l’obbligo di politiche basate sul “risparmio”. Anche per il Parco tagli su tutte le spese, annullata la carica di direttore e altro. Ma soprattutto, con questo pretesto, se ne approfitta per puntare a un cambio di fondo nella gestione dei parchi: il 5 luglio 2012 viene presentato dalla Giunta il Progetto di legge “Norme per la tutela della rete ecologica regionale”. Cosa prevede? Che il Parco deve occuparsi solo di “natura”. Non più di paesaggio, neanche di ambiente, tantomeno di territorio. (Si pensi alle finalità previste dalla legge istitutiva!!). Non si dovrebbe più parlare di “Piano ambientale” ma di “Piano naturalistico”. Sono 48 articoli.
Conflitti e discussioni , accompagnati da altre micidiali esperienze come il commissariamento del Parco dal 2015 alla fine del 2018, o il miserevole attacco ai confini del Parco portato nel 2016/2017 dal consigliere Berlato al quale la Giunta regionale ha risposto, di suo, in un modo che non poteva essere più confuso.
Conclusione di questo turbolento periodo?
Viene approvata la legge 26 giugno 2018, n. 23 “Norme per la riorganizzazione e la razionalizzazione dei parchi regionali”. La “montagna” di 48 articoli si è ridotta al “topolino” di 13. con un’unica novità di rilievo: che dei 5 componenti del Consiglio Direttivo del Parco, 3, tra i quali il presidente, vengono nominati direttamente dal Presidente della Regione.
E così, tra l’altro, i 3 presidenti che da allora si sono succeduti al Parco sono stati i rappresentati di quei Comuni che più si sono distinti nel bersagliare il Parco nelle vicende ora ricordate.
E in questa nuova fase si delinea quello che appare, almeno secondo me, l’attacco più raffinato e insidioso al Parco come previsto dalla legge 38 e al conseguente PA dei 4 pilastri: si punta al riconoscimento del Parco come Riserva MAB UNESCO. Obiettivo più che condivisibile se alla base si ha un Parco che funziona, un semplice trucco se invece nasce per sostituirlo. Sarei contento di essere smentito ma al momento di questo io sono convinto. Ma penso che a sostegno della mia convinzione possa bastare questa velenosa citazione:
“Il percorso che porterà al riconoscimento di Riserva della Biosfera deve costituire l’opportunità di sanare quella ferita inferta calando l’Ente Parco dall’alto più di 30 anni fa. Quell’atto costituì una forzatura per i territori, in quanto trovarono vincoli nelle proprie scelte che in parte e per un certo periodo hanno creato uno squilibrio con altre zone non soggette a tutela” (di mio ci sono solo le evidenziazioni).
MAURO VITI, dirigente regionale, in rappresentanza dell’Assessorato regionale al Territorio e alla Cultura al convegno di avvio della candidatura dei Colli Euganei a Riserva della Biosfera MAB UNESCO, tenutosi a Lozzo l’8.10.2022.
5 – Guardando avanti: quale futuro?
– Dopo una storia come questa;
– dopo un decennio come quello dal 2010 al 2020;
– dopo le successive, recenti amministrazioni del Parco,
alla vigilia della ripartenza, diventa obbligatorio chiedersi in che direzione si vuole andare: accentuare la deriva che a mio avviso è in atto, o puntare su una reale valorizzazione di quanto di positivo si è costruito nei momenti migliori della sua storia? Quelli in particolare:
– della legge istitutiva del Parco con la visione unitaria dei suoi valori naturalistici, ambientali, storici
– e quelli del Piano Ambientale, che dovrebbe finalmente essere fatto conoscere a tutti (e non invece superficialmente demonizzato) in particolare con i suoi 4 pilastri fondamentali sopra richiamati.
Ma per essere concreti più che il momento di generiche dichiarazioni di intenti (come quelle alle quali stiamo assistendo) è il momento di concrete significative proposte almeno in quella che potrebbe essere la carta vincente per acquistare credibilità e consenso anche da parte di tanti residenti. cioè quella dei progetti.
Tenterò, per chiudere, di farlo nel modo più sintetico possibile affidandomi a un esempio concreto molto attuale ed emblematico sotto tanti aspetti.
Mi riferisco al cosiddetto P.A.T.I. (Piano di Assetto Territoriale Intercomunale), uno strumento previsto dalla legge urbanistica regionale 11 del 2004.
E’ ritornato all’ordine del giorno, perché già si era tentato anche da parte del Parco, di approvarlo nel 2007/2008. Ma il tentativo allora è confusamente deragliato. E non se ne è più parlato.
Perchè è ritornato ora all’o.d.g.?
Forse è utile premettere che un aspetto fondamentale e delicato (lo si dovrebbe intuire anche da parte dei non addetti ai lavori) è il suo rapporto col P.A. Per esempio: quali sono i rispettivi campi di azione?
Per non girarci tanto attorno, mi pare significativo ricordare quanto diceva a tal proposito, proprio nel novembre 2004, appena approvata la legge regionale 11 (e nel pieno delle rivendicazioni per la Variante generale al PA) l’allora Assessore del Parco con delega al PA, nonchè sindaco di Lozzo, in un importante convegno proprio a Lozzo:
“Pertanto, di fronte a queste due nuove leggi (urbanistica e paesaggistica), e alla concomitanza della stesura della variante al PA, riteniamo che si debba fare tutto il possibile (e anche l’impossibile) per modificare il PA al fine di:
- “delegare” la tutela e valorizzazione del paesaggio al nuovo Piano Paesaggistico;
- “delegare” il governo delle zone di territorio trasformabile ai Comuni, con il Piano di Assetto Territoriale Intercomunale o PATI, approvabile con il solo passaggio nel proprio Consiglio Comunale”.
Chiarissimo direi! E anche significativo!
E adesso che si riparte non è forse indifferente osservare che al Parco è tornato assessore, dal settembre 2024, e fino a pochi giorni fa (proprio con la delega all’Urbanistica, alla pianificazione sovracomunale e al PATI) quel sindaco di Lozzo.
Ma indipendentemente da questi collegamenti, forse maliziosi, al fondo c’è sempre, diffusa, l’ostilità al P.A.
In questo clima diventa allora fondamentale studiare almeno il “Documento Strategico” relativo a questo nuovo PATI (peraltro con tutte le difficoltà di documentarsi e di seguire l’iter di questo megaprogetto).
Proprio le prime considerazioni di detto documento partono da una mappa del PA dove sono messe in bella evidenza le 8 cosiddette “Porte” del Parco (in realtà “porte” e “atri” – v. allegato).

La mappa è accompagnata da queste sottolineature (da pesare ogni parola!):
“Questi elementi assumono un ruolo strategico e simbolico all’interno del territorio, fungendo da punti di accesso, connessione e mediazione tra il Parco e le aree circostanti. La loro rilevanza non si limita alla dimensione paesaggistica o architettonica, ma si estende agli aspetti ambientali, culturali e turistici, poiché rappresentano le porte di ingresso che influenzano la percezione del territorio da parte dei residenti e dei visitatori”
“Data l’importanza strategica di porte e atri per il territorio analizzato essi divengono punti fissi di riferimento in tutte le analisi effettuate servendo da bussola all’interno del territorio”.
Verissimo!!
Questa delle “porte” è sicuramente una delle indicazioni progettuali più significative contenute nel PA, e assolutamente in linea con le finalità della legge 38 e con i “pilastri” del PA.
Verissimo, dicevo, ma anche sconcertante.
Come non notare che sono passati 32 anni (32 anni!!) da quando queste proposte progettuali (non “vincoli”!) sono state fatte ufficialmente?
Cosa ha impedito che si fosse almeno cercato di discuterne, se non di avviarne la realizzazione? Cosa si è fatto invece in tutti questi anni da parte del Parco, ma anche dei Comuni, della Provincia, della Regione?
Pressoché zero (per carità non parlo del pietoso “concorso di idee” del 2006/2007). Quel che non va taciuto è che sono state fatte, queste si in concreto, tutta una serie di scelte (che potrei documentare rigorosamente) che hanno contribuito a degradare, se non a compromettere quasi tutte queste scelte (e che oltretutto nel PA sono chiaramente descritte anche negli aspetti progettuali di fondo).
Ma allora, visto che finalmente si riconosce il grande valore di queste proposte, si fosse fatto almeno adesso, onestamente direi, il punto della situazione descrivendo poi realisticamente cosa si intenda fare per realizzarle.
Niente da fare! Nessun cenno a quanto finora fatto e una serie di generiche previsioni per il futuro.
“Il sistema di Porte e atri, derivato dal Piano Ambientale – così si legge ancora nel documento del PATI – rappresenta una grande opportunità per una gestione virtuosa e strategica del territorio dei Colli Euganei.
Grazie alla loro posizione perimetrale e alla distribuzione bilanciata attorno al territorio del Parco, questi otto nuovi poli possono divenire gli accessi principali ai colli, sia a livello ricettivo che informativo offrendo:
– servizi di accoglienza e infopoint
– strutture ricettive
– servizi per il cicloturismo e la modalità sostenibile
– campeggi e parcheggi attrezzati per camper
– connessioni con la rete di percorsi attivi
– spazi espositivi e spazi per la formazione, gli incontri e le attività didattiche legate al territorio
– punti di degustazione e promozione dei prodotti tipici del territorio
– snodi intermodali e parcheggi scambiatori”
Non so con quanta convinzione si possa dar credito a queste generiche e discutibili indicazioni. Vien da dire che forse non si ha neanche l’idea (oltre che la sensibilità) delle delicate caratteristiche ambientali di questi luoghi strategici.
Ecco dunque un esempio lampante di come sono stati considerati “ufficialmente” i progetti proposti dal PA (sempre denigrato come strumento solo “vincolistico”). E l’osservazione vale almeno per tutti quelli previsti nel Titolo quarto delle Norme, appunto il capitolo delle “Norme per progetti”.
Senza dire che nel frattempo, in questi 32 anni, amministratori attenti e sensibili si sarebbero dovuti accorgere, magari dando un minimo di credito alle nostre ripetute, insistenti segnalazioni, anche di nuove opportunità. Come quella ispirata dalla SEDE DEL PARCO.
Sede che dal 1999 occupa un palazzo storico alle porte del centro storico di Este. Per ¾ il palazzo è ormai circondato da anonima, recente edilizia urbana. Solo per ¼ confina con un’area ancora inedificata: un’area verde peraltro tra le più trasandate del nostro territorio ma che collegherebbe la sede all’anello ciclabile dei Colli e allo storico canale Bisatto (a proposito anche di percorsi fluviali). Un’area che potrebbe/dovrebbe essere considerata invece il prezioso contesto del palazzo, un elemento di arredo urbanistico-culturale, ma anche turistico e di servizio.
Non dovrebbe essere questa della Sede, la “porta” per eccellenza del Parco? Ora oltretutto destinata a diventare sede anche nientemeno che della Riserva del MAB UNESCO?
Ma anche per evitare che l’area diventi oggetto, come è sempre nell’aria, di qualche ulteriore, discutibile intervento edilizio.
E analoghi ragionamenti, simili nella sostanza, anche se riferiti a un bene di tipologia diversissima, dovrebbe interessare, per citare un altro caso di cui si discute da decenni: l’area della Valcalaona, tra Baone – Este – Lozzo e Cinto. Un’altra possibile “porta” di grande fascino.
Ma questa logica opaca e lacunosa con cui è stata trattata la progettualità relativa alle “porte”, domina un po’ tutti gli altri capitoli progettuali.
Così si parla, sempre nel “documento Strategico”, anche di nuovi sentieri. Ma qual’è la situazione attuale della sentieristica dei Colli? Vien da definirla con una sola parola: disastrosa! E pare impossibile che proprio il Parco mostri di non rendersene conto.
E pensare che la prima spinta a “scoprire” i sentieri è venuta proprio dal nostro mondo ambientalista ancora negli anni 80: si vedano le guide di Toni Mazzetti, Aldo Pettenella, Franco Sandon (I Colli a piedi: 1982)…
Se non si fa una attenta analisi della situazione esistente, con le relative problematiche, non si può che guardare con sospetto a nuovi, altisonanti progetti.
Idem per il cicloturismo, oggi così in auge. E in particolare per il progetto emblematico: l’anello ciclabile dei Colli Euganei. Progetto anche questo nato su proposta e spinta delle Associazioni e inserito nel PA. Per tanti anni snobbato.
Qual’è la sua situazione, con riferimento non solo alla sua percorribilità, ma anche al suo collegamento col territorio attraversato e quello circostante?
A parte che non è stato piantato un solo albero e che si sono create delle aree di sosta banali, se non impresentabili, non si sta adeguatamente ragionando su tutta una serie entusiasmante di potenzialità da sviluppare per coinvolgere davvero il territorio, a cominciare ovviamente dalle “porte” soprannominate, tutte, ma anche su altre realtà (ne cito solo alcune!) come Marendole e Ca’ Barbaro (tra Monselice ed Este), villa Lando-Correr a Lozzo (proprietà pubblica ma molto trascurata) con un bel contesto, da vedere magari in collegamento con la vicina villa Rodella (ex Galan!), villa Contarini a Vo’ Vecchio (pure di proprietà pubblica, con un contesto di grande interesse, certo non valorizzato come meriterebbe, anche grazie a un assurdo kartodromo proprio fuori posto! (ma tanto sono stati proprio gli amministratori locali a sollecitare, in fase di adozione del PA, l’esclusione di Vo’ Vecchio, e di tutta l’area circostante, dal perimetro del Parco!).
Per non dire delle fattorie, delle aziende, di possibili agriturismi e/o agricampeggi non impattanti. O degli ostelli (Monselice – Valle san Giorgio, da rivitalizzare). O ancora di quei siti che dovrebbero essere considerati strategici per il collegamento con altri percorsi cicloturistici fuori dell’anello.
Avete l’idea di come è stata ed è trattata l’area del Sostegno e della Rocca del Ponte della Torre a Este? “Porta” del Parco come detto, ma anche sito di incontro, di intreccio, di 2, ma che potrebbero essere 3 anelli ciclabili: quello dei Colli e quello delle città murate innanzitutto, con al centro quella Torre vincolata nel 1902, radicalmente restaurata dal Consorzio V. C.E. 40 anni fa, gestita per anni come punto di accoglienza dal Gruppo Alpini di Este e ora praticamente abbandonata. Come il cadente vicino oratorio di S. Bartolomeo, ma anche villa Malipiero. Il tutto nonostante continui appelli. Una gestione che grida davvero vendetta.
E accennavo che da qui potrebbe passare un terzo anello, di cui mai si parla, ma per il quale sono già stati spesi tanti fondi, ben poco valorizzati. E’ quel percorso detto “Dai colli all’Adige”, che si stacca dall’anello Colli a Rivella e porta fino ad Anguillara. Se da qui, lungo il Fratta/Gorzone, passando per Stanghella, Vescovana, lo si collegasse, cosa quasi naturale, all’anello delle città murate, si avrebbe un insieme di 3 anelli che costituirebbero una solida base di valorizzazione della derelitta Bassa Padovana in collegamento col Parco e l’area termale. Il punto da cui parte, alla Rivella, all’altezza di villa Emo, pare in realtà lasciato nelle attuali condizioni per dissuadere i ciclisti dall’imboccarlo.
E qualche ulteriore considerazione su questo tema e questi luoghi dovrebbe portare direi con entusiasmo a valorizzare concretamente quel percorso , di interesse ben oltre quello locale, che unisce Monselice, Este e Montagnana, 3 storiche città murate che dovrebbero essere al centro, per di più col loro contesto, di affascinanti progetti.
Solo una strategia pare delineata, nel documento del PATI, con “slancio” e convinzione: quella che ha tutta l’aria di essere il vero obiettivo di questo PATI (e così del resto è già stato colto, ripetutamente, anche dalla stampa locale): mi riferisco alle “Strutture ricettive in ambienti naturali”.
Dovrebbero favorire “lo sviluppo della qualità e dell’innovazione del prodotto turistico”. Si tratta di:
– alloggi galleggianti
– case sugli alberi
– palafitte
– botti
– grotte
Nonchè delle “stanze panoramiche e delle stanze in vetro e legno o altro materiale, anche innovativo, ecosostenibile [ovviamente!!] o comunque di basso impatto ambientale” (L.R. 4/2024).
E rispunta, come deciso sostenitore di questa nuova moda, il sindaco/progettista di Lozzo, arch. Ruffin. Pur deluso dalla mancata nomina a presidente si consola in questi termini: “penso di poter portare avanti il progetto sul turismo dell’albergo diffuso, senza consumo di suolo, con casette di legno che non hanno nessun impatto ambientale…. Diciamo che ora mi sento più libero”. (Mattino, 25-6 scorso).
Peraltro nel Gazzettino del 26.10.2025 si leggeva: “In campo c’è già anche l’ipotesi di un glamping diffuso: 2000 casette potrebbero fruttare 150.000€ a notte” .
Si può essere ottimisti?
