La cultura dello stupro

“Cultura dello stupro” è un’espressione utilizzata dagli studi di genere e dai femminismi per descrivere una “cultura” nella quale non solo la violenza e gli abusi di genere sono molto diffusi, minimizzati e normalizzati, ma dove sono normalizzati e incoraggiati anche gli atteggiamenti e le pratiche che giustificano e sostengono quella violenza e che pretendono di avere il controllo sulla sessualità femminile.    A cura di Carla Manfrin

Ho sentito la necessità di scrivere alcune riflessioni sullo stupro per una serie di coincidenze, una legata alla cronaca (un episodio tra i tanti…) e le altre due ai ragionamenti sull’argomento proposti da due donne rispettivamente in un film e in un libro.

Non solo, quindi, per le note vicende legate alla denuncia di una giovane donna nei confronti di tre maschi di cui uno figlio di un noto politico che ha poi diffuso in un video il suo ‘pensiero’ sull’accaduto, ma anche per la visione di un film uscito nel 2020 dal titolo Una donna promettente di Emerald Fennell, regista, sceneggiatrice e attrice britannica, nata nel 1985 che in un’intervista ha precisato “Siamo figli di una cultura tossica e sessista: non era mio obiettivo quello di realizzare un film che prendesse in esame i crimini che si commettono, gli atti di violenza anche psicologica o gli aguzzini. Mi interessava più soffermarmi sugli aspetti relativi al contesto sociale in cui viviamo e al pensiero dominante”.

Il film propone la storia di Cassie (diminutivo di Cassandra), trentenne commessa in un bar, con un brillante passato da studentessa di medicina; nulla nella sua vita pare essere come sembra e tutti i problemi personali che sta affrontando sono riconducibili alla sua esperienza universitaria e a Nina, sua amica d’infanzia e compagna di college, la cui assenza le ha lasciato cicatrici profonde. Ai tempi del college, infatti, la sua migliore amica ha subito una violenza sessuale da parte di un compagno di corso mentre era ubriaca: nessuno ha mai creduto alla sua versione, al punto da spingere la ragazza al suicidio. Cassie ha deciso di rivoluzionare la sua vita per ottenere una sola cosa: giustizia o vendetta. E lo fa in modo piuttosto singolare: entra in un locale una volta alla settimana fingendosi ubriaca, aspettando che un ragazzo la abbordi, la porti a casa e si prepari ad approfittare del suo stato di semi-coscienza per fare sesso con lei. A questo punto Cassie si mostra lucidissima, facendo capire di non essere mai stata ubriaca e costringe il ragazzo di turno a fare marcia indietro e a riconoscere le sue intenzioni. Il suo particolare metodo non risparmia le stesse donne che, con il silenzio e le critiche alle vittime, favoriscono questo clima che fa sentire le donne attaccate ancora più sole.

Da poco, inoltre, ho ricevuto da una vecchia compagna femminista, amica e collega nei primi anni di insegnamento, un piccolo libro dal titolo La vita oltre che lei ha curato per mantenere con l’autrice dei testi una promessa fatta del 2018, un anno prima della sua morte. Daniela, in questa sua autobiografia, si era impegnata a raccontare “tutto ciò che ho vissuto, è stata una vita burrascosa e piena di traversie”. Ed è stata davvero una vita difficile fin dall’adolescenza, all’insegna della violenza maschile e di quella istituzionale quando, molto presto, le violenze sul suo corpo hanno lacerato la sua anima e la sua mente e i ricoveri in psichiatria sono diventati quasi una routine. È stata una lettura difficile per il dolore infinito che le vicende raccontate testimoniavano e che si mescolava all’intelligenza sapiente di quanto le era accaduto, al coraggio di interrogarsi continuamente sul senso e sui nodi – non solo personali ma comuni ad altre e ad altri – delle varie forme di violenza nella nostra società. È stata una lettura profonda per la speranza e la caparbia volontà di non arrendersi che Daniela ha dimostrato “Sì, lotterò ancora in questa difficile e lugubre vita, che mi ha dato solo dolore, tanto dolore, troppo dolore. Ma non rinuncerò a cambiarla in meglio”.

Allora ho ricordato il primo processo per stupro in Italia, per quello che nel 1975 venne definito il massacro del Circeo e le arringhe dell’avvocata Tina Lagostena Bassi asciutte e mirate a evidenziare la violenza strutturale e patriarcale presente nella società italiana; ho ricordato quello del 1979 presso tribunale di Latina, dove sempre lei assunse la difesa della ragazza e che fu registrato e divenne un film documentario trasmesso in televisione. Quel filmato dal titolo Processo per stupro prodotto da Loredana Dordi, il 26 aprile 1979, spalancò attraverso gli schermi televisivi una finestra sulla realtà della violenza di genere che entrò in tutte le case. Più di tre milioni di spettatori seguirono il documentario quella sera, mentre una seconda replica, andata in onda nell’ottobre del 1979, venne guardata da ben nove milioni di italiani.

Il silenzio era stato finalmente rotto.

Tredici milioni di persone videro una ragazza di diciotto anni costretta a dimostrare l’assenza del suo consenso mentre quattro uomini la stupravano, la videro costretta a difendersi dal suo passato e a diventare lei, l’imputata. Sentirono dire che le donne dovevano essere “pronte a raccogliere i frutti che avevano seminato”, quelli del femminismo. Sentirono le madri degli imputati protestare, fuori dal tribunale, e difendere l’onore dei loro figli, e buttare addosso alla ragazza la colpa di essere un’adescatrice. E videro quelle stesse madri gioire, alla lettura della sentenza che li scagionava.

Allora come ora è sempre la donna che deve dimostrare di essere “donna per bene” e poco si mette in discussione la cultura che porta gli uomini, gli avvocati della difesa e i giudici dei tribunali ad accettare ed affermare il potere degli uomini sul corpo delle donne.

All’inizio del processo, dagli avvocati difensori dei quattro uomini venne depositata in aula la cifra di due milioni di lire, in qualità di risarcimento danni. Tina Lagostena Bassi, parlò di mazzetta buttata sul tavolo. Rifiutò e disse che la ragazza pretendeva solo una lira: “Il danno subito da una ragazza violentata è incommensurabile e non si può risarcire con una mazzetta […] questa ragazza vuole una lira e vuole che la somma ritenuta di giustizia sia devoluta al centro contro la violenza sulle donne: perché le violenze siano sempre di meno, perché le donne che hanno il coraggio di rivolgersi alla giustizia siano sempre di più”.

Nell’arringa finale l’avvocata Lagostena Bassi sostenne:

“Noi donne siamo presenti a questo processo: prima di tutto Fiorella, poi le compagne presenti in aula ed io che sono qui prima di tutto come donna e poi come avvocato. Cosa significa la nostra presenza? Noi chiediamo giustizia, non una condanna esemplare, non ci interessa la condanna, noi vogliamo che in quest’aula ci sia resa giustizia. Ed è una cosa diversa. Che cosa intendiamo quando chiediamo giustizia come donne? Che anche nelle aule dei tribunali e attraverso ciò che avviene nelle aule dei tribunali si modifichi quella che è la concezione socioculturale del nostro paese, che si cominci a dare atto che la donna non è un oggetto […]. La difesa è sacra e inviolabile, è vero, ma nessuno di noi avvocati si sognerebbe di impostare una difesa per rapina così come si imposta un processo per violenza carnale. Nessun avvocato, nel caso di quattro rapinatori che con la violenza entrino in una gioielleria e portino vie le gioie, si sognerebbe di cominciare la difesa […] dicendo che però il gioielliere ha un passato poco chiaro, che in fondo ha commesso reati di ricettazione, che è un usuraio, che specula, che guadagna, che evade le tasse. Ecco: nessuno si sognerebbe di fare una difesa di questo genere, infangando la parte lesa soltanto. […] Se, invece che quattro oggetti d’oro, “l’oggetto” del reato è una donna in carne ed ossa, perché ci si permette di fare un processo alla ragazza? E questa è una prassi constante: il processo alla donna. La vera imputata è la donna. E scusatemi la franchezza: se si fa così è solidarietà maschilista perché solo se la donna viene trasformata in un’imputata, solo così si ottiene che non si facciano denunce per violenza carnale”.

Già allora il femminismo aveva messo in luce quanto la cultura della violenza e dello stupro fosse diffusa.

Ma che cosa si intende per cultura dello stupro?

“Cultura dello stupro” è un’espressione utilizzata dagli studi di genere e dai femminismi per descrivere una “cultura” nella quale non solo la violenza e gli abusi di genere sono molto diffusi, minimizzati e normalizzati, ma dove sono normalizzati e incoraggiati anche gli atteggiamenti e le pratiche che giustificano e sostengono quella violenza e che pretendono di avere il controllo sulla sessualità femminile.

Negli anni Settanta nel libro Against our will: Men, women and rape, la scrittrice e giornalista Susan Brownmiller parlò di cultura solidale con lo stupro sostenendo che lo stupro è “un processo cosciente di intimidazione attraverso il quale tutti gli uomini mantengono tutte le donne in uno stato di paura”.

Il libro riuscì a sganciare lo stupro dalla dimensione sessuale per collocarlo all’interno di una dinamica di potere tra i generi storicamente rintracciabile: gli uomini, secondo Brownmiller, non stuprano spinti da un incontenibile desiderio sessuale, ma per esercitare o ribadire il loro potere e il controllo sul corpo femminile. Lo stupro, quindi, non colpisce solo la vittima: è l’espressione più estrema di una società patriarcale e misogina nella quale ci sono sistemi, istituzioni, media e atteggiamenti radicati che incoraggiano la violenza contro le donne.

Nel 2019, la giornalista britannica Laurie Penny nel suo libro The Horizon of Desire ha spiegato che “nominare e denunciare la cultura dello stupro è stata una delle pratiche femministe più importanti degli ultimi tempi, ma anche una delle più discusse e fraintese […] non descrive necessariamente una società dove lo stupro è la routine, anche se è incredibilmente diffuso. La cultura dello stupro descrive il processo per cui lo stupro e le molestie sessuali vengono banalizzate e giustificate, il processo per cui l’agire sessuale delle donne è costantemente negato e ci si aspetta che donne e ragazze vivano nella paura di subire uno stupro e cerchino in ogni modo di proteggersi”.

Scrive ancora Penny: “Non è necessario aver subìto uno stupro per subire le conseguenze della cultura dello stupro. Non è necessario essere uno stupratore seriale per perpetuare la cultura dello stupro. Non è necessario essere un convinto misogino per beneficiare della cultura dello stupro”.

L’espressione “cultura dello stupro” è dunque molto ampia: non fa esclusivo riferimento allo stupro ma a una serie di pratiche e comportamenti molto diffusi come l’utilizzo di un linguaggio misogino, l’oggettivazione costante del corpo delle donne – nella pubblicità, ad esempio – il cosiddetto “slut shaming“, cioè la stigmatizzazione dei comportamenti e dei desideri sessuali femminili che si discostano dalle aspettative di genere tradizionali, la colpevolizzazione della vittima quando subisce una violenza, lo spostamento cioè su di lei della responsabilità o di parte della responsabilità di quel che è accaduto.

Descrivono la “cultura dello stupro”, ad esempio, frasi quali “se l’è andata a cercare”, il sottintendere che la vittima non sia stata abbastanza attenta, o che non abbia subìto violenza dato che non ha reagito a sufficienza o non ha denunciato subito; il considerare com’era vestita, quanto aveva bevuto, quanto fosse attraente o sessualmente libera. Concetti che, spesso, si attivano non solo nei commenti, nel contesto sociale o nella rappresentazione dei media della violenza di genere, ma anche nei tribunali.

La conseguenza, o l’obiettivo, è instillare un pregiudizio su chi ha subito violenza per delegittimarla, e negare o ridimensionare la violenza di genere.

Ritorno agli stimoli che hanno messo in moto l’idea di scrivere su questi argomenti per PadovanaBassa.

Senza entrare nel merito della vicenda, ciò che di recente ha profondamente colpito è stato l’intervento di Beppe Grillo in quel video pubblicato sui social. Infatti, in un solo minuto e mezzo, quest’ultimo non solo è riuscito a mettere insieme tutti i più antichi e radicati pregiudizi che riguardano la violenza di genere, ma ha anche denigrato la ragazza, a suo dire colpevole di aver denunciato il fatto dopo otto giorni, dimenticando (o facendo finta dimenticare) che il Codice penale concede alla persona offesa un termine di dodici mesi per sporgere querela. Ma anche che una denuncia ritardata non è indice di mancata violenza: insomma, la vittima di una violenza sessuale può perfino preferire di non denunciare affatto, può avere almeno bisogno di tempo per decidersi a farlo, anche perché può ritenersi responsabile, sentirsi in colpa e vergognarsi. A questo proposito una giovane donna, Eva Dal Canto, reagendo alle obiezioni di Beppe Grillo, ha diffuso un video https://www.la7.it/nonelarena/video/eva-dal-canto-la-mia-testimonianza- in cui racconta di avere subìto violenza dodici anni prima e di non averla denunciata. Spiega la mancata denuncia di allora, e il modo diverso in cui si comporterebbe adesso, con queste parole: “Pensavo di essere ugualmente responsabile. Adesso so che io non ho più niente di cui vergognarmi”.

L’intervento di Grillo, l’atteggiamento di giudici e avvocati nei tribunali rivelano qualcosa di molto più pericoloso: una non tanto celata tendenza a normalizzare o a giustificare la violenza sessuale e altre forme di abusi.

Si tratta, come abbiamo già considerato, di quella che è stata definita la cultura dello stupro che include tutti quegli atteggiamenti che minimizzano e normalizzano la violenza sulle donne, tra i quali la colpevolizzazione della vittima; l’oggettivazione sessuale che si manifesta spesso con frasi del tipo: «era vestita in modo provocante», «indossava una gonna troppo corta», «era ubriaca», «perché era fuori a quell’ora?», «se l’è cercata», «sono solo dei ragazzi» e così via. Questo porta le donne a diventare vittime una seconda volta: nei tribunali, nei percorsi legali e sanitari, nella rappresentazione dei media, nel contesto sociale, nel giudizio delle scelte di vita.

È una cultura che non risparmia nessuno: né quelle donne che l’hanno interiorizzata e non la mettono in discussione, né gli uomini costretti a rispettare determinati canoni di mascolinità e più semplicemente, uomini e donne inseriti in un contesto educativo e culturale espressione di quell’organizzazione patriarcale che ancora è fondamento della nostra società.

Siamo di fronte al paradosso di una violenza illegale ma legittimata, in cui si continua a minimizzare lo stupro.

Maria Mantello, in un suo articolo del 18 settembre riporta alcuni dati: “in particolare rispetto al problema della violenza sulle donne il più recente rapporto – inchiesta ISTAT evidenzia che il 7,4% delle persone ritiene accettabile sempre o in alcune circostanze che un ragazzo schiaffeggi la sua fidanzata; il 6,2% che in una coppia ci scappi uno schiaffo del maschio… ogni tanto però. […] il 39,3% della popolazione è convita che una donna è in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole. Il 23,9% pensa che siano le donne a indurre la violenza sessuale, e un 15,1%, è dell’opinione che una donna che subisce violenza sessuale quando è ubriaca o sotto l’effetto di droghe sia almeno in parte responsabile. Per il 10,3% della popolazione spesso le accuse di violenza sessuale sono false. Inoltre, un 7,2% afferma che di fronte a una proposta sessuale le donne spesso dicono no ma in realtà intendono sì, e per il 6,2% le donne serie non vengono violentate. C’è poi uno zoccolo duro dell’1,9% che persiste nel ritenere che non è violenza se un uomo obbliga la moglie o compagna ad avere un rapporto sessuale contro la sua volontà”.

L’antropologa e politica messicana Marcela Lagarde, delinea così le responsabilità socio-istituzionali che, tra silenzi e connivenze, alimentano la subcultura della trama di violenze verso le donne che arriva fino al femminicidio: “Nella società si accetta che ci sia violenza sulla donna. Una violenza che la società ignora, zittisce, oscura, sminuisce, normalizzando la violenza contro le donne. E a loro volta le comunità (famiglia, quartiere e le diverse forme di organizzazione sociale) minimizzano questa violenza, adottando e promuovendo meccanismi violenti di relazione comportamentale con le donne. L’organizzazione sociale è tale che la violenza è parte delle relazioni parentali, di lavoro, educative, in generale delle relazioni sociali […]. Siamo di fronte al paradosso di una violenza illegale ma legittimata. Questo è uno dei punti chiave del femminicidio” (Conferenza del 12 gennaio 2006 all’università di Oviedo).

Insomma, molto resta ancora da fare perché una donna vittima di violenza senta di poter avere la possibilità di ottenere la giustizia riparativa. Molte sono ancora le domande che è necessario porsi di fronte a una battuta, a uno sguardo, a una raccomandazione fatta alle nostre figlie, a una condiscendenza di fronte a certi atteggiamenti prevaricatori dei nostri figli, alle parole usate sui giornali, sui media, sui social….

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