8 marzo – giornata internazionale dei diritti delle donne

8 marzo: è passato un altro anno e la situazione per le donne si è fatta ancora più grave. Il contributo del gruppo “Donne in Ekopark”

Come ben sintezza Cristina Morini in La diseguaglianza e la potenza (Effimera del 1.03.2026)    “Se consideriamo alcune statistiche appena uscite (Rendiconto di genere Inps del 24.02.2026) , in termini generali la situazione lavorativa e retributiva delle donne italiane dimostra che sono più disoccupate, più precarie, più costrette a scegliere di lavorare part time per gestire anche casa e famiglia, che guadagnano circa il 30 per cento in meno rispetto agli uomini.                  Aggiungo che se si includesse il valore del lavoro domestico e di cura (non retribuito), il reddito orario effettivo delle donne crollerebbe al 32 per cento di quello degli uomini.

Insomma, non voglio stordire con i dati ma insistere sul fatto che questo determinante fattore di diseguaglianza va tenuto al centro. Anche perché, con buona pace del presidente Meloni, non si sta affatto migliorando, anzi. Secondo il World Economic Forum (2025),

l’Italia è all’85° posto nelle analisi comparative per disparità di genere tra 147 paesi, ultima tra tutti i Paesi europei,

mentre per quanto riguarda la partecipazione economica e le opportunità delle donne (differenza tra i generi nel mercato del lavoro, inclusi tassi di occupazione, stipendi e posizioni di leadership), va anche peggio e siamo alla 117ᵃ posizione”.

Viviamo, inoltre, in un mondo in cui  assistiamo alla piena visibilità politica della violenza come tecnica di potere, esercitata senza più bisogno di essere nascosta, da uomini (e da alcune donne) che occupano posizioni decisive nei rapporti di dominio globali; il dominio maschile si esercita senza nessun freno sui corpi e sui territori, sulla vita e sulla morte come emerge, ad esempio, dai cosiddetti Epstein Files e dalle varie guerre in atto in molteplici parti del mondo tra silenzi e impunità; la violenza, e la violenza sessuale in particolare, è ormai strumento legittimato di controllo, di punizione e annientamento fisico e simbolico.

Maddalena Fragnito in un articolo, comparso su Effimera del 9 febbraio di quest’anno, dal titolo Epstein Files. O dell’irriformabilità del maschio cishet (e dell’Occidente) scrive:

Quello che emerge dai cosiddetti Epstein Files — torture, abusi, stupri, sparizioni sospette e possibili omicidi di ragazze, traffico di bambini e bambine, impunità e insabbiamenti bipartisan — non è una sequenza di crimini eccezionali né l’ennesima prova della degenerazione delle élite. È un punto di condensazione oltre il quale diventa difficile continuare a fingere che le forme di violenza sessista, razzista e classista siano perversioni individuali o aliene alle tecnologie di potere”.

E ancora

“La costruzione dell’Occidente, del resto, intesa come struttura di dominazione coloniale più che come entità geografica, si è sempre articolata attraverso il controllo dei nostri corpi e il governo delle pulsioni: decidere quali corpi siano disponibili, sacrificabili, violabili, e quali invece degni di protezione, opacità, immunità. Pertanto, il punto a proposito di questi documenti non è tanto cedere al moral panic, un dispositivo che l’infrastruttura delle relazioni di potere conosce bene utilizzandolo a proprio vantaggio, ma interrogare ciò che in questo panico resta indicibile. Il non detto, perché troppo vicino al cuore di tenebra del potere stesso: lo stupro come infrastruttura dell’ordine costituito; l’abuso come tecnica politica di disciplinamento”.

Ida Domijanni – in La “broligarchy” di Epstein. Dominio maschile e sabotaggio femminile (Centro Riforma dello Stato)del 16 febbraioindirizza l’attenzione anche su un altro aspetto, riguardo agli Epstein Files, quello del coraggio delle donne che hanno denunciato questo sistema di sfruttamento:

“Si chiamano Sarah Ransome. Maria Farmer, Virginia Giuffre, JenniferAraoz, Jena-Lisa Jones, Michelle Licata, Anouska de Georgiu, Johanna Sjoberg, Courtney Wild. Sono alcune delle donne che hanno denunciato di essere state sequestrate, molestate, violentate, torturate, ricattate e scambiate con altri uomini da Jeffrey Epstein e dalla sua cricca di servi e serve diretta da Ghislaine Maxwell. Alcune hanno preferito assumere uno pseudonimo seriale – Jane Doe 1, 2, 3… – come seriale è stato il trattamento a cui sono state sottoposte. A tutte è toccato e tocca tuttora di passare per il calvario secondario di non essere credute, di essere vilipese come inattendibili dagli avvocati dei potenti, di essere umiliate una seconda volta dalla vergognosa sentenza di patteggiamento di Epstein nel 2008, di essere traguardate come fossero inesistenti come ha fatto ieri la ministra della Giustizia trumpiana Pam Bondi nell’audizione al Congresso americano. Tutte sono state aiutate da altre donne, le giornaliste che hanno ritirato fuori il caso quando ormai sembrava sepolto e l’hanno fatto al momento giusto, cioè mentre negli USA infuriava il #metoo.

È a queste donne, alla loro coraggiosa e rischiosissima presa di parola, che dobbiamo la scoperta di quel girone infernale che era ed è il sistema di potere messo in piedi da Epstein. Come si deve alla parola di altre donne la scoperta del sistema Weinstein e di tutti i suoi gemelli sparsi per il mondo.

Come si deve alla parola di altre donne la scoperta del sistema delle “cene eleganti” di Silvio Berlusconi in Italia. Sono intrighi diversi? Sì e no: ci torno fra poco. Ma intanto hanno questo in comune, che è la parola delle vittime ad averli portati allo scoperto e fatti saltare”.

Francesca Coin, in un articolo dal titolo L’orda del potere suprematista comparso su Il Manifesto del 20 febbraio 2026, conclude: “lo scopo dei magnati dell’ordine economico è estendere il regime di padrone e servo all’intera società, celebrando un’idea di mondo anti-democratica, tribale e allergica all’idea di eguaglianza”.

Da quest’ultimo articolo è stata tratta la graphic che trovate più sotto e che ne riassume i tratti essenziali.

In questo presente costellato da violenza patriarcale, razzista e istituzionale, guerre, genocidi, militarizzazione, repressione, precarietà siamo consapevoli che

  • non è un destino a cui non possiamo sfuggire, ma il prodotto di politiche e retoriche autoritarie precise;
  • sono le donne i soggetti che la società patriarcale ha deciso di sacrificare per poter garantire il proprio funzionamento: è evidente nel peso del lavoro riproduttivo e di cura, nei femminicidi, nella violenza di genere e dei ruoli di genere, nel controllo dei corpi, nel consumismo e nell’estrattivismo sui territori.

    Gridiamo forte che LE NOSTRE VITE VALGONO. 

Affermiamolo ancora l’8 marzo, giornata internazionale dei diritti delle donne

Sosteniamo i centri antiviolenza, sosteniamo  il Centro antiviolenza del Centro Veneto progetti Donna per le attività di prevenzione e contrasto alla violenza maschile sulle donne attraverso i 5 Centri antiviolenza e i relativi Sportelli nella provincia di Padova.

Il Centro accompagna le donne (12.976 accolte dal 1990; 1.358 nel 2024) in percorsi di libertà e autodeterminazione attraverso un gruppo di operatrici specializzate, psicologhe, psicoterapeute, avvocate ed esperte in diritti umani. 

Una donazione è il simbolo del fatto che ci sono persone che credono nell’impegno dei Centri Antiviolenza e nella possibilità di costruire un mondo libero dalla violenza.

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