La rivolta dei pastori sardi nella globalizzazione agroalimentare

La partita aperta dalla protesta dei pastori sardi rimane e rimarrà aperta sino a quando non si imporrà a partire dal basso, dai movimenti, un radicale cambiamento delle logiche che governano il mercato agroalimentare. L’intervento di Paolo De Marchi.

Dopo i Cobas-latte una nuova rivolta scuote il settore

La rivolta del latte in Sardegna non sembra avere soluzioni facili alle porte, nemmeno per il grande imbonitore Salvini che ingolosito dalle opportunità di una facile propaganda alla vigilia del voto regionale prometteva che in 48 ore avrebbe risolto la questione. Invece, di fronte alla complessità della vertenza e all’irrigidimento della posizione degli industriali che hanno chiesto il pugno di ferro contro i pastori in rivolta e rifiutato di accettare anche lievi aumenti del prezzo d’acquisto del latte alla produzione, si è incartato anch’esso come, a suo tempo, fece la Lega Nord con la vicenda quote latte. Soffiò all’epoca sul fuoco della rivolta dei Cobas-latte, promise “mari e monti”, finendo invece per anestetizzare insieme ai governi di centro sinistra e centro destra la protesta attraverso la rateizzazione delle multe milionarie europee.

La protesta dei Cobas-latte, pur non esente da contraddizioni e rivendicazioni corporative, denunciava un mercato drogato dal potere dell’agrobusiness, sottoposto ai ricatti e alle regole imposte dalla grande distribuzione, premiato e favorito dalle politiche agricole comunitarie. Già quella protesta evidenziava la necessità di contrapporre al dominio delle filiere industriali dell’agroalimentare, filiere corte di qualità e prossimità tra produzione e consumo consapevole. Quel nodo problematico non è stato risolto perchè presupponeva e presuppone una critica profonda e radicale della globalizzazione neoliberista dei mercati agroalimentari, degli interessi delle multinazionali del settore e delle grandi reti della distribuzione, delle politiche agricole comunitarie e delle grandi organizzazioni mondiali del commercio come il WTO. Inevitabilmente è riaffiorata oggi nella rivolta dei pastori sardi in un contesto di crisi mondiale finanziaria, economica, sociale, politica e ecologica, mentre il ceto politico dirigente cade dalle nuvole come fece a suo tempo, esprime solidarietà pelosa mentre ricopre e ricopriva ruoli di governo nazionale e regionale senza mai proporre alcunchè di concreto in termini di politiche agricole e proposte in Europa. Eppure le questioni sul tappeto sono le stesse dibattute all’epoca nel circuito nazionale e internazionale dei Social Forum, dalla rivolta di Seattle a quella di Genova e via via nei tanti appuntamenti di lotta e di discussione del movimento no-global dei primi anni 2000, con il quale in alcune occasioni gli stessi Cobas-latte si dialettizzarono: filiere corte di produzione e distribuzione, produzioni di qualità, produzioni biologiche, reti solidali di acquisto, rispetto e difesa del territorio e delle risorse, agricoltura sostenibile.

La rivolta dei pastori sardi denuncia un sistema insostenibile

A distanza di 18 anni il problema si ripresenta negli stessi termini grazie alla determinazione dei pastori sardi che versano latte di capra per le strade e nelle piazze della Sardegna come i Cobas-latte versavano letame sui tratti autostradali del Veneto e della Lombardia piuttosto che commercializzarlo in perdita come fanno da anni ormai, ricattati dalla grande produzione dei cartelli industriali caseari. Dal mondo politico istituzionale, da quello al governo del Paese a quello al governo della regione Sardegna, altro non arriva che provvedimenti tampone di fondi per sostenere economicamente il settore in questo momento in fibrillazione o proposte di rialzo di pochi spiccioli del prezzo del latte alla produzione. Nessuno intende o riesce neanche a sfiorare il cuore del problema, salvo qualche isolato intervento come quello di Carlo Petrini che chiede un cambio di paradigma radicale nella produzione agricola, trasformazione agroalimentare e consumo alimentare. “Quello che sta succedendo in questi giorni in Sardegna [è] l’ennesima dimostrazione che il sistema di produzione, trasformazione, distribuzione e consumo del cibo in cui viviamo non sta funzionando e che un cambiamento di paradigma è più che mai necessario.”[1] L’atto simbolico, ma drammaticamente concreto, dello sversamento in strada del latte faticosamente raccolto dai pastori nel quotidiano duro lavoro di allevatori, è la dimostrazione, scrive, che non si può “più sottostare a una logica di mercato” che rende schiavi della rincorsa al prezzo più basso. Petrini, dopo aver dimostrato che il prodotto principe del latte sardo, il pecorino romano Dop, riesce a spuntare nella guerra dei prezzi imposti dal mercato, sostanzialmente un misero 8 euro al kg che non copre nemmeno il costo di produzione, chiama in causa i consumatori perchè facciano la loro parte con acquisti consapevoli e etici rifiutando la politica del ribasso dei prezzi imposta dalla grande distribuzione.

Un richiamo forte, utile ma non sufficiente perchè non basta acquistare consapevolmente e premiando il lavoro che sta dietro al cibo messo in vendita.

Una consapevolezza nuova si muove in Europa

Il problema non riguarda solo i pastori sardi; in una medesima situazione sono, ad esempio, gli olivicultori pugliesi saliti a Roma a protestare in queste settimane o i contadini granaioli e i pastori siciliani che hanno manifestato nell’isola qualche giorno fa contro i prezzi irrisori alla produzione. Che il nodo riguardi tutte le filiere agroalimentari dei piccoli allevatori e dei piccoli agricoltori produttori e produttori alimentari è parso evidente il 19 gennaio scorso a Berlino in una grande dimostrazione poco coperta mediaticamente ma di grande significato. Wir haben es Satt! “Ne abbiamo abbastanza!”: era lo slogan con il quale si sono dati appuntamento nella capitale tedesca migliaia di agricoltori, allevatori, apicoltori, panettieri, cuochi, giovani e meno giovani, semplici cittadini protestando davanti alla sede del ministero federale dell’agricoltura e chiedendo al governo tedesco e al Parlamento Europeo di farsi promotore di una Politica Agricola Comunitaria più equa che abbia a cuore un’agricoltura sostenibile e di piccola scala. L’iniziativa è stata promossa da un’ampia coalizione di organizzazioni della società civile, tra cui Slow Food Germania, e non a caso si è tenuta in concomitanza con l’International Green Week, la più grande fiera agricola del mondo.

Negli interventi succedutisi sul palco sono echeggiate rivendicazioni che vanno dalla richiesta di tagli radicali alle emissioni di gas serra al sostegno delle politiche e delle risorse economiche alle aziende agricole che difendono la fertilità dei suolo e la biodiversità; al centro del dibattito anche la promozione dei consumi consapevoli che premiano le produzioni locali e stagionali. Praticamente l’insieme delle rivendicazioni che sostanziavano i movimenti contro la globalizzazione capitalista dei primi anni 2000 che riaffiorano ancora una volta come critica radicale all’impianto dei finanziamenti e sussudi delle politiche agricole comunitarie: produzioni di qualità, filiere corte e sostenibili, consumo consapevole, ambiente e clima, difesa delle risorse come acqua e suolo. Il richiamo ai diritti di chi lavora in questi settori, allo sfruttamento dei più poveri e dei più deboli nelle grandi filiere dell’industria agroalimentare è riecheggiato anch’esso in quella piazza come altro corno della stessa questione. Il lavoro e il suo sfruttamento che emerge in queste settimane dalle voci dei pastori intervistati dai media a fianco delle loro rivendicazioni economiche ma che è ben visibile nel lavoro semi-schiavistico dei lavoratori migranti nelle campagne agricole della produzione massiva nel Sud del nostro Paese.

Un contributo interessante dall’Olanda

Nel deserto di commenti competenti e capaci di cogliere il cuore della questione sollevata dalla protesta dei pastori sardi, risulta illuminante quanto dichiarato in una intervista a “l’ExtraTerrestre” da Jan Douwe Van Der Ploeg, docente di sociologia rurale alle università di Wegeningen (Olanda) e di Pechino (Cina).[2] Gli “imperi alimentari” come li chiama Van Der Ploeg “hanno interesse a procurarsi le materie prime ovunque nel mondo trovino i prezzi più bassi e ad utilizzarle con ingredienti per varie tipologie di alimenti”. Essendo le materie prime spesso deperibili, la ricerca scientifica, in particolare quella universitaria, che il sociologo olandese denuncia essere in larga parte al servizio di questi “imperi”, è impegnata “a trovare i metodi più efficaci per far viaggiare il cibo nello spazio e nel tempo con diverse conseguenze negative: deprimere i prezzi delle materie prime pagate agli agricoltori, produrre cibo [di bassa qualità e nocivo], aumentare i rischi di contaminazione del cibo, introdurre nell’alimentazione additivi di cui non conosciamo le interazioni e gli effetti sulla salute a lungo termine.” In Europa, denuncia, il mercato è sostanzialmente “liberalizzato e deregolato” a favore delle produzioni intensive e dei grandi gruppi produttivi-industriali e della distribuzione: ogni “piccola eccedenza può causare un effetto negativo sui prezzi” che è poi uno degli obiettivi di questi “imperi alimentari” che speculano sulla volatilità dei prezzi per incrementare l’accumulazione del capitale (come si diceva un tempo).

Racconta Van Der Ploeg che in Cina, a differenza che in Europa dove si chiacchera molto di mercati, esistono mercati interni veri dove “i produttori agricoli ricevono una remunerazione maggiore sulle materie prime”. A Pechino, ad esempio, con i suoi 21 milioni di abitanti, i produttori agricoli vendono direttamente in un grande mercato di 150 ettari chiamato Xi Fa Di, “dove ogni giorno decine di migliaia [di questi produttori] incontrano altrettanti compratori” (ditte, ristoratori, negozianti) e lì si stabilisce il prezzo. Spetta al governo fare da regolatore e intervenire nei momenti di crisi. Il governo cinese, per altro, si sta orientando sull’obiettivo della sovranità alimentare sostenendo lo sviluppo della piccola unità contandina e questa tendenza, secondo il sociologo olandese, fatta “di ri-contadinizzazione” sta emergendo in più parti “Sud del mondo come nel Nord”. In Europa, per ora, i produttori, come avviene per i pastori sardi, devono fare i conti con i potenti della trasformazione del prodotto e della grande distribuzione che impongono i prezzi.

Una PAC al servizio della grande industria agroalimentare e distributiva

Non è che ora lo slogan possa essere semplicemente “facciamo come in Cina” ma sicuramente il nodo della necessità di rompere il ricatto della filiera industriale e distributiva per creare circuiti di vendita controllati dagli stessi produttori che stabiliscono i prezzi direttamente con i consumatori diventa una priorità. Per il formaggio sardo come per altri prodotti: filiere corte, trasformazione del prodotto di prossimità, mercati locali, reti di consumo critico è la stada da intraprendere promuovendo, sostenendo progetti di questa natura e l’accesso alla terra per realtà “imprenditoriali” con queste finalità. Ritorna il tema già parte dei movimenti contro la globalizzazione capitalistica della sovranità alimentare da sottrarre alle mani dell’agrobusiness. I pastori sardi lottano giustamente per un prezzo migliore per il loro latte e il loro lavoro ma senza un cambio di paradigma il sollievo possibile determinato da un aiuto economico temporaneo, come potrebbe arrivare in queste ore, non risolverà il problema che si ripresenterà drammaticamente fra qualche tempo.

La PAC – politica agricola europea – era nata negli anni 60 sbandierando l’obiettivo di garantire una alimentazione adeguata ai cittadini e una remunerazione giusta agli agricoltori. Obiettivi mai raggiunti o meglio mai realmente perseguiti. La PAC favorisce le filiere forti e legate alla grande industria agroalimentare e alla grande distribuzione, risponde alle crisi di settore con sostegni economici che alleviano ma non risolvono le cause che le determinano perchè i contributi vanno per la maggior parte alle imprese agroalimentari legate al grande circuito produttivo-distributivo, favoriscono produzioni massive, consentono di utilizzare derivati o altre sofisticazioni alimentari, impongono quote sui prodotti e liberalizzazioni di prodotti di bassa e dubbia qualità. Le protezioni conquistate dall’Italia con i protocolli di qualità e con la tracciabilità dei prodotti hanno certo preservato alcuni distretti produttivi ma non intaccano lo scenario di un’agricoltura e allevamento sottoposto al ricatto delle regole del mercato neoliberiste. L’affermazione dell’agricoltura biologica a sua volta rischia un assedio di prodotti di bassa qualità e pericolosi (si pensi solo alla questione OGM), la cui raccolta è fortemente incrementata dall’utilizzo massivo di fertilizzanti e pesticidi, che ne limità le potenzialità e la stessa integrità.

Il padadosso del settore lattiero-caseario italiano: leader di importazione e esportazione

Nel settore lattiero-caseario, mentre i pastori sardi protestano contro un prezzo da fame del loro latte, l’Italia è in Europa allo stesso tempo il maggiore espostatore e importatore del prodotto; lo stesso avviene per pomodoro e olio d’oliva. Le regole del mercato impongono di importare, trasformare e espostare – però con il marchio “made in Italy”. Nel 2018 l’esportazione di latte e derivati è cresciuta del 5% con un giro d’affari legato all’esportazione di 3 miliardi euro (dati Coldiretti) ma l’Italia, allo stesso tempo, spende 7 miliardi di euro per acquistare latte e derivati.

Questa caratteristica del mercato, determinata dalle politiche agricole di tutti (compresa l’Italia) gli Stati dell’Unione Europea che si guardano bene dal contestarne le basi neoliberiste che lo governano, porta a crisi continue di settore – in questo momento per il latte sardo – non risolvibili se non in una logica speculativa sui prezzi e con rimedi tampone di sostegno e/o con delocalizzazioni produttive continue. Il latte dei pastori sardi rappresenta metà del latte prodotto in Italia: il loro prezzo alla produzione sottostà all imposizione da strozzinaggio dell’industria casearia. Prezzi bassi alla produzione mentre la trasformazione opera con fusioni e delocalizzazioni.

Rimettiamoci in marcia

La partita aperta dalla protesta dei pastori sardi rimane e rimarrà aperta sino a quando non si imporrà a partire dal basso, dai movimenti, un radicale cambiamento delle logiche che governano il mercato agroalimentare. Una rete di produttori e agricoltori cooperanti esiste e si è rafforzata in questi anni, così come è aumentata la rete di consumatori critici e consapevoli; è altresì aumentata la consapevolezza della necessità di una alimentazione sana e dello stretto rapporto esistente tra agricoltura, allevamento e difesa dell’ambiente e rispetto dell’ecosistema. Ma non basta se le realtà esistenti non cominceranno a fare massa attorno a lotte come questa dei pastori sardi – e altre che certamente scoppieranno nel prossimo futuro – con mobilitazioni e rivendicazioni concrete che rompano i ricatti della grande industria di trasformazione e produzione e della grande distribuzione.

Paolo De Marchi

24 febbraio 2019


[1] Carlo Petrini “I guerrieri del latte” in La Repubblica del 12/02/2018

[2] Daniela Passeri “Il latte artificiale produce solo danni”. Intervista al sociologo olandese Jan Douwe Van Der Ploeg, in “l’ExtraTerrestre” supplemento settimanale del Il Manifesto del 21/02/2019

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