Abolireste il reato di omicidio? riflessioni sull’art. 18

Franco Tasinato torna con una riflessione sulle modifiche apportate dal Parlamento all’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Mi piace tornare con sufficiente ritardo sulle questioni che reputo importanti, quando i riflettori sono ormai spenti.

Dell’articolo 18 non si è più parlato dopo che i parlamentari della maggioranza hanno diligentemente pigiato il tasto verde in base ad una ferrea disciplina di partito (che si sono ben guardati dall’osservare in altre circostanze altrettanto importanti). Ma questa è una questione che mi ha toccato molto, e su cui voglio riportare un po’ di attenzione. Perché? Il motivo è semplice, ed è di cultura giuridica.
L’articolo 18 esprimeva un concetto persino banale: ogni licenziamento che non fosse motivato da giusta causa o giustificato motivo (http://www.licenziamentogiustacausa.it/…) era da considerarsi illegittimo. Il diritto del lavoratore ingiustamente licenziato veniva tutelato lasciandogli la possibilità di ricevere un indennizzo o di essere reintegrato nel posto di lavoro.
Questi gli aspetti tecnici.
Perché ho parlato di cultura giuridica? Perché rimettere in discussione (Fornero-Monti prima, Renzi poi) questi elementari princìpi, vuol dire modificare alla radice il modo di concepire il tema del lavoro in un Paese. Affermare normativamente che non c’è più diritto al reintegro di fronte ad un licenziamento illegittimo vuol dire che il lavoro perde la sua funzione sociale, assumendo piuttosto l’aspetto di una giungla, in cui il dipendente deve sopravvivere alla possibilità di essere licenziato anche ingiustamente, in cambio di una mancia. Togliere il diritto al reintegro nella più grande crisi economica del secondo dopoguerra, inoltre, vuol dire lasciare definitivamente alla mercé della disoccupazione persone che avevano diritto al mantenimento del loro posto di lavoro. Mettere mano all’articolo 18, in altri termini, vuol dire mettere mano alla cultura dei diritti.
Se si pensa che questa sia solo una boutade del fenomeno Renzi, ci si sbaglia. Anche dalla “base” del partito democratico non mancano giustificazioni e lodi alla riforma. Mi è capitato in più occasioni di imbattermi in esponenti e militanti locali entusiasti del Jobs Act. Sfatiamo quindi il falso mito che i vertici sono lontani dalla base. E sorvolo sul fatto che quando questi ragionamenti venivano paventati da destra, coloro che oggi sostengono i provvedimenti del governo sarebbero scesi in piazza indignati e combattivi (evidentemente la disciplina di partito si è diffusa capillarmente). Una delle motivazioni più odiose utilizzate per additare i difensori dell’art. 18 come ideologicizzati (manco fosse una colpa riconoscersi in un’ideologia), è quella di dire che ormai lo stesso art. 18 tutelava pochissime persone.
Veniamo allora ad alcuni quesiti, che spero trovino risposta da parte di qualche buon’anima che ha avuto la pazienza di leggere fino a questo punto:
  • anche se una norma tutelasse solo una persona, perché modificarla? Davvero è il numero di tutelati a determinare la bontà di una legge? Non è piuttosto il principio a cui si ispira la norma stessa a giustificarne l’esistenza?
  • una legge, o addirittura un ordinamento giuridico, non serve forse – specie in democrazia – a tutelare i diritti delle minoranze nei confronti del potere delle maggioranze?
  • se proprio vogliamo metterla sul numerico, solo nel gennaio-giugno 2014 l’applicazione dell’art. 18 ha riguardato 8537 persone (http://www.lastampa.it/2014/09/27/i…). I morti per omicidio tra agosto 2012 e luglio 2013 sono stati 505 – cinquecentocinque (http://www.interno.gov.it/sites/def…), quindi numericamente molto inferiori. Avete mai sentito nessuno dire che ormai la legge sull’omicidio tutela così poche persone da giustificarne la modifica sostanziale?

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