Recensione del saggio scritto da A. Franceschini e D. Facchini a cura di Martina Magon
Il commercio equo e solidale è, fin dagli anni ‘60 in Europa e dagli anni ‘80 in Italia, un’alternativa alle storture di quello tradizionale.
Questo libro spiega perché conviene sapere che esiste un modo diverso di concepire e praticare l’economia, al fine di dare più valore e dignità ai produttori e rendere più consapevoli i consumatori, i veri sovrani del cibo.
“Perché sono i consumatori nel loro insieme che possono scegliere e orientare il mercato a soddisfare le proprie esigenze e istanze” per attuare cambiamenti in vista di una convivenza basata più sul rispetto e la cooperazione che sull’iniqua competizione odierna.

Perché è così importante mettere i riflettori su un consumo critico orientato al commercio equo e solidale?
La scelta del cibo che decidiamo di mettere sulle nostre tavole ad alcuni può sembrare banale, non certo un argomento su cui disquisire a lungo ma semplicemente un acquisto dovuto alla necessità, ai gusti personali, alle capacità di spesa individuali e alle tradizioni della propria famiglia e area geografica di appartenenza.
L’essenzialità del cibo non lo ha tenuto lontano dalle speculazioni delle grandi multinazionali e, paradossalmente, non ha evitato di far passare in secondo piano il primo indispensabile anello della filiera agricola: i contadini.
“Spesso commettiamo l’errore di considerare l’atto d’acquisto come se fosse isolato dal contesto sociale ed economico in cui siamo immersi.”.
La gara comunicativa, da parte dei supermercati, sul contenimento dei prezzi rischia di mettere in evidenza solo l’aspetto economico (trascurando la qualità del cibo, le condizioni lavorative di chi lo produce e le condotte rispetto alle tematiche ambientali).
“Ma quanto spenderemo poi per rimediare ai danni di un’alimentazione errata?”
“Il prezzo giusto è quello che valorizza le caratteristiche di un prodotto, la sua storia, il suo impatto sociale e ambientale.”.
Dare valore al cibo diminuisce gli sprechi domestici alimentari, “I consumatori a livello globale sono infatti responsabili della percentuale più alta di spreco”, e migliora la qualità della nostra alimentazione poiché riduce l’ormai diffusissimo utilizzo di cibi ultraprocessati (ricchi di additivi e con una lunga lista di ingredienti, molti dei quali incomprensibili alla maggioranza delle persone).

Le difficoltà di approvvigionamento di vaste parti della popolazione del Pianeta dipendono soprattutto da:
- distribuzione profondamente diseguale della produzione,
- dinamiche del commercio internazionale (la globalizzazione ha favorito la specializzazione agricola propria delle coltivazioni intensive negli Stati, rendendoli dipendenti dalle importazioni),
- modalità di determinazione dei prezzi.
La formazione dei prezzi agricoli “su cui incidono assai poco le retribuzioni del lavoro contadino, strutturalmente molto basse, risulta nelle mani di colossi finanziari” che controllano il settore alimentare nel suo complesso: Borse e scommesse oltre alla produzione delle materie prime.
“Un gigantesco monopolio mondiale”.
“In un Pianeta dove la liquidità è largamente monopolizzata da pochi colossali player che la utilizzano per scommettere sui prezzi e acquistare ogni attività di natura strategica” ossia le società che gestiscono le reti infrastrutturali (porti, ferrovie, autostrade, energia e acquedotti) “la polarizzazione della ricchezza appare inevitabile” afferma il professor Alessandro Volpi, esperto di storia sociale ed economica.
Il Commodity futures modernisation act è il trattato col quale, a partire dal 2000, è stato deregolamentato gran parte del mercato finanziario, eliminando strumenti che consentivano di creare stabilità e trasparenza nei mercati.
Attualmente “Quattro aziende agrochimiche controllano il 60% del mercato globale delle sementi e il 75% del mercato globale dei pesticidi […] Altre quattro coprono il 60,5% dei prodotti farmaceutici per gli animali”.
Pertanto il prezzo di sementi e pesticidi è nelle mani di pochissime multinazionali.
I costi dell’agricoltura dipendono dalle speculazioni su questi prezzi, il cui aumento diminuisce il margine di profitto per i contadini.
Inoltre, circa un terzo delle emissioni di gas climalteranti provengono dall’agricoltura intensiva poiché essa si affida pesantemente ai fertilizzanti derivanti da combustibili fossili.

Michael Fakhri, dal 2020 Relatore speciale delle Nazioni Unite sul diritto umano al cibo, denuncia non solo l’elevata concentrazione del potere in alcune grandi aziende e l’utilizzo del cibo come arma di guerra ma anche “il dispendio di risorse pubbliche per alimentare un modello che non funziona” cioè “l’aver vincolato il paesaggio a modelli agricoli industriali e intensivi, impoverendo la capacità nutritiva dei suoli, privilegiando organismi geneticamente modificati al posto della biodiversità, utilizzando su larga scala grandi macchinari, pesticidi e fertilizzanti chimici.”
Un modello che privilegia la concorrenza e la gerarchia e mette in secondo piano la cooperazione, oscurandone grandemente la necessità e le potenzialità.
“Quello che serve è uno strumento giuridicamente vincolante per consentire la trasformazione del sistema alimentare” e ridurre la speculazione sulle materie prime alimentari da parte delle grandi multinazionali, limitandone le attività di lobbying e finanziamento alla politica, alla ricerca e al settore pubblicitario.
Fakhri evidenzia quanto il pensiero femminista, che ha a lungo riflettuto sui rapporti di potere tra individui e a livello globale, possa aiutare a capire e a migliorare la situazione.
L’agricoltura ha bisogno di capitali e finanziamenti a lungo termine poiché “quando metti giù un frutteto inizi a raccogliere dopo cinque anni”.
Il costo dei terreni agricoli è proibitivo dato che sono un bene speculativo oltre che agricolo:
“Quindi o sei uno che ha dei capitali propri o di famiglia, oppure l’accesso alla terra e all’agricoltura è impossibile.” dichiara F. Brescacin, presidente di EcorNaturaSì (un gruppo di aziende specializzate nel biologico e biodinamico).
In Italia, dal 2014, spicca la società finanziaria Bonifiche Ferraresi (BF Spa) che ha inglobato i segmenti chiave del settore agroindustriale: sementi e consorzi agrari.
Quotata in borsa e primo proprietario terriero del Paese, persegue un modello agricolo industriale (che si impone rispetto a una gestione meno intensiva e più incline a tutelare biodiversità e impollinatori, cercando alternative a pesticidi e fertilizzanti chimici).
Le realtà, come La Via Campesina e la Rete Semi Rurali, che hanno cercato alternative all’ agricoltura e allevamento intensivi, sostengono che “non ha senso lasciare le forze del mercato senza controllo e affidare l’economia-mondo alla legge […] in base alla quale territori e regioni si devono specializzare su quelle colture dove riescono a competere meglio in questa ipotetica e ideologica competizione planetaria che mette sulla stessa linea di partenza il farmer statunitense e il contadino senegalese. Era e rimane una questione di giustizia ed equità.”.
Il concetto di sovranità alimentare, elaborato da queste realtà durante gli anni ‘90, suggerisce di implementare Politiche pubbliche sostenibili per le persone e l’ambiente e prevedere e agevolare la partecipazione dei contadini alla governance locale, nazionale e globale.
Rimettere al centro produttori e consumatori significa coltivare e diffondere consapevolezza sull’importanza delle proprie scelte quotidiane.
Attraverso applicazioni per cellulari come Yuka (che aiuta a scegliere il cibo sano e a scartare quello spazzatura) o Too good to go (che mette in contatto bar, panifici e ristoranti con clienti interessati all’acquisto di cibi ancora freschi ma rimasti invenduti) si procede in questa direzione, ma è soprattutto attraverso i Gruppi di Acquisto Solidale (Gas) e le Botteghe del Mondo equosolidali che il concetto viene ribadito a chiare lettere e reso centrale nelle scelte e nelle attività:
sostenibilità per le persone e l’ambiente.
Il che significa puntare sulla trasparenza della filiera da cui un prodotto deriva (favorendo un rapporto diretto e duraturo coi produttori), rispetto della dignità dei lavoratori (assenza di sfruttamento, condizioni di lavoro adeguate, formazione idonea), tutela ambientale e pratiche commerciali eque.
Il commercio equo e solidale, in particolare, ha deciso di insistere sull’equità di genere investendo molto in progetti dove la presenza femminile è ampia, al fine di riscattare donne che vivono in situazioni di marginalità poiché oltre allo svantaggio economico subiscono penalità sociali dovute al genere di appartenenza.
Come un organismo vivente dà il meglio di sé quando tutte le sue parti collaborano armonicamente al suo benessere così le relazioni, da quelle personali a quelle internazionali, hanno bisogno di una riflessione e di una presa di coscienza individuale e collettiva che vada oltre l’interesse e il bisogno impellente e sia in grado di creare un futuro più equo … solo allora si potrà cominciare a sostenere davvero che la competizione è sana e conforme a giustizia.

Potete trovare dei negozi dell’equo e solidale anche a
Monselice il Colibrì tutti i colori del mondo (via Roma, 26)
Conselve Millesoli (via Matteotti, 34/36)
Solesino L’Arcobaleno (via 28 aprile, 24)
