Recensione del libro di Beatrice Andreose. “Il medico ungherese. Bambini ebrei salvati e donne coraggiose a Este”. A cura di Martina Magon.
1943, in una Este occupata dai tedeschi alcune famiglie nascondono, nella propria casa, ebrei altrimenti destinati alla cattura e alla deportazione nei campi di concentramento.
Sfortunatamente, ci sono delatori e ufficiali delle forze armate troppo zelanti e assoggettati (per volontà, indifferenza o paura) ad autorità razziste.
Non mancano, però, persone comuni, antifascisti e forze dell’ordine in grado di rendersi conto della macabra follia di certi ordini inumani, incivili, profondamente ingiusti.
In questo libro si trova un circostanziato elenco di coloro che, ad Este e dintorni durante il secondo conflitto mondiale, mettono a rischio la propria vita pur di evitare l’arresto di ebrei perseguitati dalle autorità senza aver compiuto alcun reato ma unicamente in base al concetto di razza.
Molti gli uomini ma non mancano le donne, dai contadini a coloro che ricoprono posizioni considerate di maggior rilievo tra cui spiccano la maestra Elvira Carbonin e l’amica professoressa Gina Gaio.
Il testo in oggetto sottolinea il legame di parentela, amicizia o disinteressata solidarietà tra perseguitati e protettori e la diffusa insofferenza nei confronti dell’occupazione tedesca e dei suoi brutali metodi.
In queste difficili circostanze si trova la famiglia protagonista del libro, i Bergo Carbonin Abrahamsohn.
Giovanna, una delle figlie di Babila Carbonin e Vitaliano Bergo, maresciallo in pensione, ha sposato Marcello Abrahamsohn, un medico ebreo ungherese da cui ha avuto due bambini recanti, quindi, il marchio di “figli di matrimonio misto” (espulsi, per questo motivo, dalla loro scuola e costretti a frequentare la scuola ebraica creata ad hoc per gli studenti con uno o entrambi i genitori di “razza ebraica”).
Sono in pericolo di vita e dopo essere fuggiti da Padova e aver trovato rifugio a casa di contadini vicino a Praglia, nei Colli Euganei, si separano per poi, nel 1944, tornare uniti a Este, in via San Girolamo 24, a casa di zia Elvira, la prozia dei bambini da parte di madre.
Anche grazie alla protezione fondamentale e alla scaltrezza di zia Elvira, zia Lidia e delle sorelle Gaio assieme alla loro madre, la famiglia Bergo Abrahamsohn riesce a salvarsi pur vivendo, per circa un anno, in una casa centrale di Este, a poca distanza dalla Casa del fascio e dalla sede delle truppe tedesche.
Tante le storie riportate nel libro dove a vicende personali di individui e famiglie si intersecano le vicende della grande storia.
Alle estensi Emma ed Anna Zevi, il destino avverso ha riservato la cattura, l’internamento nel campo di concentramento di Vò ed infine la morte nel campo di lavoro e sterminio di Auschwitz ma non mancano anche le storie a lieto fine, prima tra tutte quella di Giovanna, Marcello e dei loro bambini, Roberto e Claudio.

Commovente sapere che per Beatrice Andreose – giornalista, professoressa e scrittrice estense – il desiderio di condurre le ricerche che hanno portato alla stesura di questo libro è sorto grazie a un biglietto di ringraziamento di Roberto Abrahamsohn per le sorelle Gaio, con su scritto “Chi salva una vita salva il mondo intero”.
Famosa massima (presente nel Talmud, libro sacro ebraico) che mi ricorda il finale del noto e intenso film “La lista di Schindler” in cui gli operai da lui salvati gli regalano un anello con incisa questa frase.
Un preciso resoconto da leggere con interesse per riflettere su come i fatti storici della guerra studiata a scuola abbiano interessato profondamente il nostro territorio e i nostri avi e per capire quanto le donne, che nei libri di storia appaiono tanto ininfluenti da non essere quasi mai menzionate, siano state presenti e partecipi agli eventi in modo discreto ma decisivo, poco altisonante ma concreto e quotidiano.
Questo libro è stato presentato al parco Buzzaccarini di Monselice il 17.04.2025


Brava Martina