Le fiabe ci mostrano le trappole mentali che limitano la piena realizzazione delle donne

Una recensione a cura di Carla Manfrin e Martina Magon

Antiche storie (miti e fiabe) vengono analizzate in un interessante libro dal titolo Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estés con particolare riferimento alla psiche femminile. L’autrice è una scrittrice e psicoanalista statunitense da sempre impegnata nel sociale, è laureata in psicologia etno-clinica e specializzata in psicologia analitica, competenze che Clarissa Pinkola Estés sa coniugare con il suo ruolo di cantadora, custode di storie raccolte in tutto il mondo.

Alcune sono molto conosciute in Europa, ad esempio quella di Barbablù. “La storia di Barbablù riguarda l’uomo nero che abita la psiche di tutte le donne, il predatore innato.”

Un ricco signore, che vive in un castello, corteggia tre sorelle che però rifiutano la sua compagnia perché spaventate dal suo aspetto e dai suoi modi.

Un giorno le invita ad una piacevole gita e la più giovane e ingenua delle tre se ne innamora trascurando l’intuizione iniziale.

Barbablù si accorge dell’interesse della ragazza nei suoi confronti e la chiede in moglie.

Dovrà poi assentarsi per qualche tempo. Le consiglia, quindi, di invitare la sua famiglia a farle visita e le consegna le chiavi delle stanze del castello proibendole, però, di usarne una.

Con le sorelle, la protagonista apre le stanze e, arrivata a quella proibita, decide di vedere cosa nasconde, trovandovi, con orrore, i cadaveri delle mogli che l’avevano preceduta.

Al ritorno il marito si accorge che la stanza segreta è stata aperta e furibondo si accanisce sulla moglie che lo supplica di darle qualche minuto per potersi preparare alla morte.

Nel frattempo, arrivano i suoi fratelli che, avvisati dalle altre sorelle di quel che stava accadendo, uccidono Barbablù.

Nel secondo capitolo del libro, Clarissa Pinkola  Estés ci propone questa affascinante interpretazione a partire dalla constatazione che “Lo sposo-bestia è una figura ricorrente nelle favole”.

Esiste un aspetto distruttivo innato nella psiche umana, un complesso di profonda reclusione, che l’autrice chiama predatore naturale, una forza che si oppone al positivo, allo sviluppo, all’armonia e al selvaggio e che, in questa storia, coincide con la figura di Barbablù.

Un antagonista che, ricolmo di odio e di desiderio di ostacolare e spegnere le luci della psiche, separa la donna dal suo intuito “trasformando ogni crocevia in strade senza uscita”.

L’autrice suggerisce di “immaginare che in una siffatta formazione maligna sia intrappolato uno che un tempo ha desiderato superare la luce e per questo ha perduto la grazia.

Possiamo allora capire come mai l’esiliato continuerà poi a perseguitare spietatamente la luce degli altri” che in questo contesto sono le altre componenti della psiche.

“Come i lupetti, le donne hanno bisogno di un’iniziazione, per valutare e soppesare le altre creature, che insegni loro che il mondo interiore e quello esterno, non sono sempre luoghi spensierati.

Molte donne non ricevono questo insegnamento, anzi vengono precocemente addestrate a mostrarsi carine e a calpestare le loro intuizioni”.

Così avviene alla minore delle tre sorelle di questa favola. La più ingenua, la meno intuitiva.

Quella con l’istinto meno maturo o leso, quindi la più vulnerabile.

“In questo senso, si insegna alle donne davvero intenzionalmente a sottomettersi al predatore.

Provate a immaginarvi una mamma lupa che insegna al suo cucciolo a mostrarsi carino in presenza di uno scaltro serpente a sonagli.”

“Se spesso la psicologia sottolinea le cause familiari dell’angoscia, la componente culturale ha altrettanto peso, perché la cultura è la famiglia della famiglia. Quando una società esorta la sua gente a diffidare della vita istintuale profonda, l’elemento autopredatorio di ogni psiche individuale è rafforzato e accelerato. Tutte le creature devono sapere che esistono i predatori” e che questi non sono solo esterni ma popolano anche il nostro mondo interiore.

Può essere il reale compagno della donna a demolire la sua vita ma alle operazioni partecipa attivamente anche il suo predatore interno.

“Le domande sono le chiavi che fanno spalancare le porte segrete della psiche”.

Alcuni pensatori (Freud ad esempio) hanno interpretato l’apertura della porta proibita come un castigo psicologico derivante dalla curiosità sessuale delle donne.

Inizialmente, infatti, la psicologia classica dava alla curiosità delle donne una connotazione negativa, mentre gli uomini dotati della stessa qualità venivano definiti avidi di sapere.

“In realtà il banalizzare la curiosità femminile affinché non sembri che un fastidioso ficcanasare, nega l’introspezione, le impressioni, le intuizioni della donna. Nega tutti i suoi sensi. Cerca di attaccare i suoi più basilari poteri.”

Così, la valutazione della propria vita creativa col tempo si è trasformata in una questione femminile perenne.

“Ho ascoltato tutte le scuse che una donna, con poca stima di sé, può tessere.

Non ho talento.

Non sono importante.

Non sono colta.

Non ho idee.

Non so come fare.

Non so che cosa fare.

E la più banale di tutte: Non ho tempo.”

C’è un modo per uscirne ma bisogna avere la chiave adatta per raggiungere la consapevolezza.

Scoprire, attraverso la domanda giusta, cosa si cela dietro a quella “porta”, è essenziale.

La giovane moglie di Barbablù ha una chiave che il marito le ha ingiunto di non utilizzare. Decidendo di usarla, sceglie di voler vedere ciò che fino ad allora non era stata in grado di affrontare. La protagonista e le sorelle, quindi, spezzano “il vecchio modello di ignoranza” riuscendo a vedere e a sopportare quel che vedono.

“In questa sorta di sviluppo territoriale psichico brilla la Donna Selvaggia che non teme l’oscurità più scura, in realtà anche al buio vede. Può vedere, sopportare, aiutare. E proprio questo va imparando la sorella più giovane della storia di Barbablù.”

“In molti casi dobbiamo soltanto prendere noi stesse, le nostre idee e la nostra arte molto più sul serio di prima.”

“I lupi quando perdono un odore sono davvero buffi, sembra quasi che abbiano perduto il senno. In realtà cercano di raccogliere tutti gli indizi possibili. Così una donna può apparire sperduta quando perde il contatto con la vita che soprattutto apprezza.”

La Donna Selvaggia – Wild Woman

“La chiamo Donna Selvaggia perché il suono di queste due parole arriva alla porta della psiche femminile profonda, infatti, da qualunque cultura sia influenzata, la donna comprende intuitivamente queste parole. Quando le donne le odono, un’antichissima memoria si rimescola e torna in vita.”

La si può chiamare in vari modi:

Natura istintiva, Psiche naturale, Psiche istintiva, l’Innato, Natura essenziale delle donne, Natura indigena, Natura intrinseca, Natura mediale, Natura tipica o fondamentale, Istinto, Intuito, Veggenza, Anima femminile, Fonte del femminino, Forza Vita/Morte/Vita.

In spagnolo la chiamano: il Fiume sotto il fiume, la Grande donna, la Luce dell’abisso, la Donna-lupa, la Donna delle ossa.

In ungherese si chiama: Quella dei boschi, la Donnola.

Tra i Navajos è la Donna ragno che tesse il fato.

In Guatemala è l’Essere di bruma, la donna che vive da sempre e per sempre.

In Giappone è la Numina che porta la luce della consapevolezza.

In Tibet è Dakini, la forza che crea la preveggenza nelle donne.

“E’ l’attimo che precede l’ispirazione che ci abbaglia. Vive in un luogo lontano che si apre un varco verso il nostro mondo” e ci appare attraverso indizi, segni e assaggi fugaci.

Il nostro struggimento derivante dalla sua assenza è la manifestazione del suo passaggio.

“Senza di lei le donne prendono troppo o troppo poco o niente del tutto” quindi è lei la guida, la bussola e il sostentamento che serve per non perdersi.

“La Donna selvaggia è la salute di tutte le donne”.

“Ci induce a non limitare le nostre conversazioni agli esseri umani, a non limitare i nostri più splendidi movimenti alle piste da ballo né le nostre orecchie solamente alla musica prodotta da strumenti fatti dall’uomo, né i nostri occhi alla bellezza appresa, né i nostri corpi alle sensazioni approvate, né la nostra mente alle cose su cui già concordiamo.”

La relazione col Femminino Selvaggio, però, “può essere diventata spettrale per negligenza, sepolta dall’addomesticamento eccessivo, messa fuori legge dalla cultura circostante o non più compresa per niente.”

Un libro che chiede alla lettrice e al lettore tempo, concentrazione e volontà di addentrarsi, senza pregiudizi, nelle ombre della psiche femminile.

Capitolo dopo capitolo, la Estés segnala le tappe che costituiscono il viaggio nella natura selvaggia della donna, allegoricamente rappresentata come un bosco. Un intricato mondo interiore di architetture naturali, antiche, ricche di trappole e rivelazioni.

Il sentiero da seguire è indicato dalle storie raccolte dall’autrice. Favole, fiabe e antiche leggende individuano, studiano e riscoprono quella che l’autrice chiama la Donna Selvaggia e le sue capacità interiori come la forza, la resistenza, la creatività, la sensibilità e l’intuito.

Lungo il percorso tracciato dall’autrice, la lettrice si orienta con La Loba (La Lupa), affronta Barbablù, il predatore psichico e responsabile della lesione dell’autostima, con Vassilissa impara a riconoscere i propri limiti e a superarli.

Con la Donna Scheletro prende coscienza che l’amore va costruito, mantenuto e coltivato in tutte le sue fasi.

Individua la necessità di trovare la forza per riconoscere il vero gruppo di appartenenza con la determinazione e il coraggio del Brutto Anatroccolo.

Alla scoperta degli altri si aggiunge anche l’accettazione del proprio corpo, bellissimo, qualunque sia la sua forma e si impara a danzare come Mariposa, la Donna Farfalla.

Danza come metafora dell’esistenza. Una volta appresi i giusti passi è possibile sentirsi complete, felici e libere da desideri distruttivi. Un monito per non incorrere in tali trappole sono le disavventure della protagonista di Scarpette Rosse la quale, seppur menomata, riesce a salvarsi da sé stessa.

Se si seguono con attenzione le lezioni di Pelle di Foca, Pelle d’Anima, l’equilibrio interiore non è poi così lontano ed è rassicurante.

Raccogliendo gli indizi sparsi in altre fiabe come La Piangente, La Piccola Fiammiferaia e i Tre Capelli d’Oro, la creatività diventa come una figlia adorata che richiede cure e attenzioni. Abbandonare la propria creatività è come abbandonare sé stesse e morire, quando si è ancora in vita.

Con le risate e gli aneddoti di Balbo, la dea panciuta, la Venere del Neolitico, la donna si fa poi sacerdotessa della sua sessualità, vissuta in modo sereno. Tuttavia, al riso si accompagna il pianto, la rabbia e la frustrazione. Sentimenti negativi che non possono passare inosservati ma che si possono gestire seguendo l’Orso della Luna Nascente. E infine, il velo della vergogna e dell’imbarazzo, con il quale la donna copre i suoi più intimi segreti, si apre grazie alla Donna coi capelli d’oro e con il sostegno del Clan delle Cicatrici.

La meta finale arriva con La Fanciulla senza Mani, lei è la guida della psiche femminile. A lei compete riassumere tutti i temi toccati nel libro e le idee dell’autrice.

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