Parità di genere: quali strade apre e dove conducono.

Davvero la parità di genere può creare cambiamento nella libertà delle donne e, quindi, dell’umanità intera? L’intervento di Carla Manfrin

L’otto marzo – giornata internazionale delle donne – può essere occasione per una riflessione sulle condizioni di vita delle donne, sullo sviluppo delle loro lotte, sugli obiettivi raggiunti e quelli perduti.

La polemica nata in occasione delle recenti nomine ai vari  ministeri ha messo in luce alcune contraddizioni che vale la pena di esaminare per capire più a fondo le proposte del femminismo autonomo e quello della parità.

La discussione si è sviluppata intorno alla distribuzione non equa degli incarichi dal punto di vista del genere: da una parte chi non li ha “concessi”, dall’altra chi non avrebbe fatto abbastanza per ottenerli; da una parte la destra che ha presentato e ottenuto molte ministre e dall’altra il PD che non ne ha proposto nessuna.

Che sessismo e maschilismo storicamente abbiano percorso la politica e le istituzioni in Italia non è certo una novità.

La giornalista Giulia Siviero ha raccolto alcuni dati:

“Nelle classifiche sulle discriminazioni di genere i punteggi dell’Italia sono inferiori a quelli della media europea in quasi tutti i settori, ma le disuguaglianze sono più marcate nei settori che sono più espressione del potere, che sia decisionale, politico o economico.

Nonostante l’Italia repubblicana abbia quasi mille parlamentari, ci sono voluti quasi trent’anni e sette legislature per avere più di 50 donne in Parlamento. Per avere più di cento donne è stato necessario aspettare il 1987, mentre solo nel 2006 sono state più di 150. Un salto in avanti è avvenuto nel 2013, quando la presenza femminile nel Parlamento italiano è salita dal 19,5 per cento della XVI legislatura al 30,1 per cento della XVII legislatura.

La tendenza si è rafforzata con le elezioni del 2018, quando una legge elettorale – il cosiddetto “Rosatellum” – per la prima volta si è posta l’obiettivo di promuovere la parità di genere nella rappresentanza politica. Nell’attuale legislatura la percentuale di donne in Parlamento è intorno al 35 per cento. Il maggior numero di donne è stato eletto dal Movimento 5 Stelle, seguito da Forza Italia e poi dal PD. […] Nell’intera storia repubblicana nessuna donna è mai stata presidente della Repubblica né presidente del Consiglio. Per avere un’idea dello squilibrio: se da qui alla fine del secolo ci fossero soltanto donne presidenti della Repubblica, la situazione sarebbe appena in parità. La carica di presidente della Camera è stata ricoperta da una donna solo in cinque legislature (con Nilde Iotti, Irene Pivetti e Laura Boldrini), mentre una sola donna fin qui è stata presidente del Senato (Maria Elisabetta Alberti Casellati, dal 2018). Nessuna donna, in Italia, ha mai guidato commissioni parlamentari che si occupano di economia e finanza. Nelle commissioni parlamentari di inchiesta – bicamerali e monocamerali – su un totale di 99 presidenti le donne sono state 11.

Perché una donna venisse nominata ministra si dovette aspettare il 1976 (Tina Anselmi).

Su oltre 1.500 ministeri dei 67 governi della Repubblica, le donne ne hanno ottenuti 100 (governo Draghi compreso). E di questi cento, la metà sono stati incarichi senza portafoglio.

Alle donne sono stati affidati incarichi prevalentemente nei settori sociali, della sanità e dell’istruzione, a loro stereotipicamente associati. Nessuna donna in Italia è mai stata ministra dell’Economia e delle Finanze”.

Di fronte a questi dati, le domande da porsi sono sostanzialmente due:

  • se questo lento e insufficiente miglioramento numerico – considerato che le donne sono la maggioranza della popolazione –  si sia tradotto automaticamente in un aumento del potere delle donne in politica e nella società
  • se – pur  in un nuovo contesto quantitativamente più equilibrato di prima – siano state raggiunte dalle donne le posizioni di vertice, ammesso e non concesso che arrivare ai vertici sia un obiettivo così irrinunciabile.

Il femminismo ha riflettuto a lungo su queste questioni. I femminismi sono molti, ma semplificando si può individuare una divisione avvenuta dopo gli anni Sessanta e Settanta.

Da una parte il “femminismo autonomo” , dall’altra il cosiddetto “femminismo della parità” che deriva dall’ ondata del movimento emancipazionista dell’Ottocento, un processo di emancipazione femminile inteso cioè come lotta per l’uguaglianza e per l’inclusione portata avanti in nome dell’universalità e dei diritti neutri promessi dalla modernità, come il diritto di voto, ad esempio. In questa prospettiva alcune donne attive principalmente nei partiti e le istituzioni pubbliche– ieri come oggi – interpretarono il movimento delle donne nel senso esclusivo di una richiesta femminile di maggiore parità e uguaglianza.

Ma restare ferme all’ideologia della parità, cioè della neutralità e dell’indifferenziazione rispetto agli uomini, significa non produrre pratiche significative di cambiamento e di libertà femminile.

Per fare un esempio concreto, con la formazione del governo Draghi il protagonismo femminile è stato premiato a destra. Forza Italia esprime due ministre su tre e la prima donna presidente del Senato, mentre entrambe le sue capogruppo sono donne. La Lega ha una ministra. L’unica donna leader di partito in Italia è Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia.

Ma a destra il protagonismo femminile è stato interpretato in senso individualistico e auto-imprenditoriale, competitivo coerentemente con l’etica neoliberista e, in assenza di una tradizione di politiche di genere, come occasione per ritirar fuori i valori tradizionali della maternità e della famiglia e della superiorità etnica   (tanto che si parla nel primo caso di femocapitalismo e nel secondo di femonazionalismo, con retoriche strettamente legate alla riorganizzazione neoliberista del welfare, per cui l’unica migrante buona è quella che fa la badante.)

Il femminismo autonomo contesta questo meccanismo, sostenendo che la parità – come principio formale – ha funzionato cancellando la differenza femminile senza risolvere, tra l’altro, le discriminazioni che hanno continuato ad agire negli spazi della vita, del lavoro e così via.

Il femminismo autonomo contesta le “quote” intese non (forse potrebbe essere…) come strumento per dare spazio alle politiche per le donne, ma come obiettivo auto-conclusivo, come fine e non come mezzo; contesta la parità come elargizione da parte del potere maschile di una maggiore rappresentanza in cambio della fedeltà (esempio recente le due ministre di Italia Viva);  la parità, insomma, intesa in senso quantitativo senza mettere in discussione e voler cambiare l’organizzazione del potere.

Inoltre, non dimentichiamo che la politica dei diritti presuppone poi sempre un potere che può farli valere e che può decidere, a un certo punto, che non valgono più.

Abbastanza prontamente le istituzioni pubbliche e l’Europa unita, hanno risposto secondo le proprie logiche, che erano emancipazioniste. Quindi hanno modellato un femminismo di stato basato sulle quote e sulla domanda di parità e che ha messo al centro della propria azione la spartizione del potere in una logica dominata dal principio di uguaglianza formale ed omologante.

Il femminismo autonomo, invece,  parte dall’assunto che l’uguaglianza sia qualcosa di ovvio e che sia necessario affermare che le donne non aspirano a diventare come gli uomini o ad avere quello che hanno loro: desiderano vivere in nome della loro differenza. Un femminismo che risponde a una presa di coscienza e alla pretesa della differenza della libertà delle donne.

Luisa Muraro sostiene che il femminismo italiano ha come caratteristica quella di aver  teorizzato la differenza e criticato l’emancipazione. Ha teorizzato che per fare politica insieme agli uomini fosse importante una presa di coscienza maschile sul potere, cioè su come il sistema del potere è stato costruito e gestito secondo paradigmi maschili, e che, dall’altra parte, per agire politicamente non sia necessario cercare né i posti né i mezzi di quel potere.

Muraro spiega anche che la politica dei partiti si è preoccupata della presenza delle donne nelle istituzioni, ma in un modo ambiguo: si è preoccupata di far posto alle donne, cioè che fossero i maschi a doverle aiutarle, senza che vi fosse una presa di coscienza maschile sulla necessità della non unilateralità nel governo della cosa pubblica.

Ida Dominijanni  rileva che fin dagli anni Settanta il femminismo autonomo lavora sulla critica qualitativa degli assetti patriarcali, su come cambiare le forme tradizionali della politica e sull’invenzione di nuove pratiche. Oggi invece la questione di genere è tornata ad essere l’antica questione femminile intesa esclusivamente come questione sociale: rivendicazioni contro le discriminazioni e le disuguaglianze, certo rese necessarie dai costi pagati dalle donne al neoliberismo, ma niente di più della politica emancipazionista  pre-femminista. Si chiede in definitiva parità e spartizione del potere, delle chance, delle carriere. Ma in questo modo, senza una pratica di critica della politica tradizionale e di conflitto con gli uomini, non si va alla radice del problema e non si cambia la realtà.

Lea Melandri sottolinea che, se non mettiamo in discussione la visione maschile del mondo, i modelli imposti anche nella politica e nelle istituzioni dall’uomo, tutti gli sforzi che faremo per ottenere più diritti saranno anche utili magari, a breve, ma non daranno un taglio alle discriminazioni. Rivendicare un diritto è giusto. Ma se non si mettono in discussione le basi su cui quel diritto è costruito o negato è una rivendicazione inutile. A cosa serve integrarsi, entrare dentro le istituzioni, se poi ci si conforma agli stessi modelli imposti per secoli dagli uomini? Cambierà qualcosa?

“Citando l’articolo 3 parliamo ancora di discriminazioni, giusto? Allora proviamo ad andare alla radice del problema. La troveremo in un altro articolo della Carta Costituzionale, il 37. In cui si ricorda che “la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore”. Ma: “le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare”. Quindi, al di là del fatto che, come ricordano gli ultimi dati Istat, la parità di retribuzione sia ancora lontana dall’avverarsi, la donna ancora una volta viene rimandata a un compito prioritario, che riguarda solo lei e non l’uomo: la famiglia. Se non scalfiamo questo punto, se non chiariamo che anche la cura dei bambini, della casa, degli anziani, è una responsabilità comune dell’uomo e della donna e non un compito “naturale” della seconda, avremo ottenuto ben poco, nella vita concreta”.

Secondo Melandri è necessario che vengano svelati i rapporti di potere che oggi, molto più che in passato, appaiono scopertamente come la base di tutte le forme di dominio che la storia ha conosciuto, nella nostra come nelle altre civiltà; che “si dica con chiarezza che non di “cose di donne” stiamo parlando, ma dell’idea di virilità che ha deciso dei destini di un sesso e dell’altro, della cultura e della storia che vi è stata costruita sopra, nel privato come nel pubblico; che gli uomini si prendano la responsabilità di interrogarsi sulla violenza di ogni genere perpetrata nei secoli dai loro simili, e che lo facciano, come hanno fatto le donne, partendo da se stessi, consapevoli che solo indagando a fondo nella singolarità delle vite e delle esperienze personali possiamo scoprire le radici di una visione del mondo che ci accomuna, al di là di spazi e tempi”.

Come scrivono Carlotta Cossutta ed Elisa Virgili in un interessante articolo dal titolo “Chi può dirsi femminista?” comparso su Effimera circa una anno fa, “il femminismo non è rassicurante, è una critica al presente che  ci tiene sempre in guardia. Non ci si affida al femminismo come a un’ideologia politica carica di promesse per il futuro, ma è una postura del corpo, del pensiero e del desiderio che scardina il reale con la promessa di sostituirlo non con un domani migliore, ma con un oggi imprevisto”.

Carla Manfrin

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