Donne, lavoro di produzione e covid19

La situazione in cui ora ci troviamo, iniziata come crisi sanitaria, si è velocemente trasformata in una crisi sociale, politica, economica e psicologica in cui diventa ancora più difficile e complesso il rapporto tra donne e lavoro di produzione. A cura di Carla Manfrin.

Nell’attesa di vaccini e terapie antivirus, nel mondo e in Italia la crisi economica s’aggrava: la produzione è stata frenata dalle chiusure prescritte per tutelare la vita dei cittadini e di chi li cura; è ancora frenata da rivendicazioni di sicurezza sul lavoro sia nella catena di produzione sia in quella della distribuzione;  in generale è frenata dall’incertezza che impedisce a famiglie e imprese di valutare se ciò che accade è temporaneo o permanente, se le scelte per uscirne debbano andare nella direzione di rafforzare i poteri economici già forti oppure se sanità, sicurezza del territorio e dell’ambiente, infrastrutture materiali e immateriali, istruzione e ricerca siano i settori ad alto moltiplicatore su cui puntare gli investimenti per uno sviluppo più equo di lunga durata.

Questo quadro che ricadute ha avuto e avrà sul lavoro di produzione delle donne?

Nella fase 1, secondo l’Istat, in Italia 6,4 milioni di donne, cioè due terzi delle lavoratrici, hanno continuato a operare in settori strategici: dottoresse, infermiere, cassiere, addette alle pulizie, spesso con ruoli e funzioni che le mettevano faccia a faccia con il virus.

Molte altre donne, spesso con ruoli di impiegate di ufficio, si sono dovute destreggiare con fatica e dispendio di energie fisiche ed emotive, tra smart working d’emergenza e cura della famiglia.

Oltre a queste, bisogna considerare colf, badanti e babysitter – poche messe in regola – a cui la paura del contagio o la limitazione degli spostamenti previsti dai vari DPCM, hanno spesso tolto il posto.  

Ora, nella fase 2, con il rientro al lavoro che coinvolge 4.400.000 persone – di cui il 72% uomini – e registra la cassa integrazione per 1 dipendente su 2, arrivano anche altri pericoli.

Le donne rischiano di perdere il lavoro di produzione.

Come sempre i colpi violenti al sistema (e la crisi sanitaria scatenata dal Covid-19 è uno di questi) si fanno sentire sul mercato del lavoro e

  • ricadono di più sulle fasce deboli in relazione all’occupazione e in particolare le donne
  • ricadono di più sui rapporti di lavoro “leggeri” che sono svolti in prevalenza da donne.

Secondo il Centro studi di Confindustria il Pil italiano potrebbe calare del 6% nel 2020. Di conseguenza, l’occupazione dovrebbe scendere del 2,5% complessivamente. E che cosa succederà alle donne che rappresentano già ora una parte fragile del mercato del lavoro?Se qualcuno/a deve rinunciare a lavorare, che sia da casa o nel luogo di lavoro, quante probabilità ci sono che siano le donne?

Anche limitandosi a considerare solo alcuni aspetti – tasso di occupazione, tipo di contratto, fiducia nelle possibilità di lavoro – le prospettive non sono incoraggianti.

Quante donne lavorano?

Il numero di donne in età attiva che lavorano – secondo un recente report Eurostat – pone Italia e Grecia ultime nella classifica europea.

Secondo gli ultimi dati Eurostat aggiornati a maggio 2019 (relativi alla popolazione compresa nella fascia d’età di 20-64 anni), nel 2018 la percentuale di occupazione femminile in Italia era pari al 53.1% rispetto al 72.9% di quella maschile (mentre i dati europei sono rispettivamente del 67.4% per le donne e 79% per gli uomini).

Bisogna sottolineare, inoltre,  due aspetti che saranno fondamentali – soprattutto quando, a fine emergenza sanitaria, subentrerà l’ormai certa crisi economica – ovvero il divario di genere nel lavoro part-time e lo storico divario Nord-Sud.

Mentre il lavoro part-time è svolto dal 32.4% delle donne a fronte del 7.9% degli uomini, per motivi legati alle necessità di gestire i tempi di lavoro di produzione (salariato) e di riproduzione (domestico e di cura), all’interno dell’Italia la percentuale di donne con un’occupazione rivela un drammatico divario tra regioni del Nord e quelle del Sud: con una media italiana di occupazione femminile pari al 53.1%, è possibile notare come in Emilia Romagna è occupato il 66.9% delle donne, in Lombardia il 63.8% e in Veneto il 62.6% mentre agli ultimi tre posti ci sono regioni come la Calabria con il 33.5%, la Campania con il 31.9% e la Sicilia con solo il 31.5% di donne occupate.

Una situazione negativa come quella creata dal Covid19 renderà difficile trovare lavoro e amplificherà il vero elemento di debolezza costituito dal fatto che le donne hanno spesso modalità di lavoro precarie o più fragili contrattualmente, come il part time e i contratti a tempo determinato.

Importante tener conto, inoltre, che quando una donna con famiglia perde il posto, spesso lo perdono insieme a lei altre donne, la babysitter e la colf, per esempio.

Tipo di contratto

Un terzo delle donne lavoratrici – sempre secondo Eurostat –

ha osservato un orario part-time nel 2018 (oltre 32%), quasi 4 volte il tasso degli uomini (sotto 8%),

ha avuto contratti a tempo determinato, con salari più bassi rispetto a quelli maschili (viene chiamato: gap retributivo di genere).

Queste forme di debolezza si accentuano in tempi di crisi: contratti che saltano o che non vengono rinnovati, con interi settori in difficoltà occupazionale, spesso perché risentono di più del distanziamento sociale. Le lavoratrici rischiano di più perché sono più impiegate nei settori colpiti: i consumi fuoricasa, i negozi, la comunicazione, la cultura, gli eventi. Tutti ambiti che stanno subendo le misure di distanziamento sociale durante la crisi sanitaria. E che stanno ripartendo solo dopo l’industria manifatturiera.

Gender gap

A febbraio il World Economic Forum ha collocato l’Italia al 76° posto su 153 per gender gap occupazionale e retributivo con un tasso di natalità tra i più bassi al mondo.

Le donne, infatti, sono chiamate a scegliere uno dei due piatti della bilancia, con l’illusione di avere la possibilità di decidere. O famiglia o lavoro. O affetti o carriera. E non solo quando le donne valutano la possibilità di diventare madri.

Il significativo calo della natalità in Italia (ultimo rapporto Istat: nel 2018 quasi 140 mila bambini in meno rispetto al 2008) in parte è dovuto agli effetti “strutturali” indotti da modificazioni di rilievo della popolazione femminile in età feconda che è sempre meno numerosa e solo in parte compensata – a partire dagli anni Duemila – dall’apporto della popolazione giovane immigrata, anche se questo effetto compensativo sta lentamente perdendo la propria efficacia man mano che invecchia anche il profilo per età delle immigrate residenti.

A partire dagli anni ’70, infatti, la maggiore istruzione e l’occupazione femminile hanno ridotto le nascite – se una donna studia più a lungo e lavora, tende a fare figli più tardi o a farne meno – e quindi ora il numero di donne in età feconda è limitato; inoltre le nuove condizioni di lavoro largamente precarie impediscono alle donne e alle coppie di progettare in serenità l’arrivo di un figlio.

Ma un altro dato è di interesse: anche l’assenza di opportunità lavorative incide sulla scelta; al Centro Nord, dove lavorano di più, le donne hanno più figli. Al Sud, dove ci sono meno impieghi e meno servizi, ne fanno meno. Perché, per crescerli oggi, il doppio stipendio serve più del tempo a casa.

Sindrome dell’impostore

Alle condizioni strutturali, inoltre,  si aggiunge anche un atteggiamento di fondo che nelle donne viene ‘coltivato’ fin dalla più tenera età dentro la cultura patriarcale in cui siamo immersi e di cui spesso non si è consapevoli né quando lo si vive né quando lo si trasmette: è l’atteggiamento di inadeguatezza e sfiducia in sé che porta a pensare di non essere mai sufficientemente all’altezza. Si chiama sindrome dell’impostore, è stata identificata in persone eccellenti, competenti e capaci.

Uscire da questa sindrome significa riconoscere le proprie capacità, non solo i propri limiti, e mettere a fuoco competenze alternative per reagire nei momenti di difficoltà; ma sino a quando sarà presente l’incapacità di riconoscere autorità ad una donna, ad altre donne, la società rimanderà specularmente un’immagine femminile svalorizzata, perché “la realtà esterna non manca mai di rimandarle indietro il giudizio che lei ha già pronunciato dentro di sé e cioè che quello che una donna pensa e vuole non ha valore” (Non credere di avere dei diritti, Milano, Rosenberg & Sellier, 1987, p. 194).

Non tornare alla normalità

perché la normalità era il problema!

Dobbiamo prendere atto che in quarant’anni la presenza femminile nel mondo del lavoro, e più in generale nella società, ha avuto un’ascesa esponenziale. Resta bassa la percentuale di presenza femminile nella politica istituzionale ma nella scuola, nella sanità, nella magistratura, nell’università e nella ricerca – che sono i settori trainanti di ogni società – la percentuale di presenza femminile, connotata di costanza ed esperienza, “è notevole e questo dato dovrebbe darci maggiormente fiducia in noi stesse e nelle possibilità che abbiamo di individuare il salto di civiltà che la congiuntura presente impone in cui vulnerabilità, relazione, interdipendenza, cura – di sé, degli altri, del mondo –  siano i pilastri su cui fondare nuove dimensioni sociali” […]

 “Chiamiamo salto di civiltà un cambiamento soggettivo, economico, sociale e politico che antepone la relazione e l’interdipendenza alle pretese arroganti dell’individuo sovrano, la vulnerabilità e la cura all’onnipotenza necrofila, il bene comune all’interesse parcellizzato e al profitto, l’immaginazione e l’invenzione politica alla reiterazione delle mosse del potere. Questo salto ha un segno femminile, perché si nutre dell’esperienza storica femminile e vive da decenni nella politica messa al mondo dal femminismo. È un salto della specie, in cui le donne non rivendicano qualcosa per sé ma aprono una strada per tutti”(rubrica donne&lavoro/14  Il Manifesto 14 maggio 2020).

La speranza è appunto che in questi momenti di rottura, di discontinuità, ci siano dei movimenti e delle nuove consapevolezze che indirizzano verso scelte di sviluppo più equo.

Se – per il dopo Covid – si cambierà impostazione dando valore e spazio alla sanità e all’istruzione pubbliche e, quindi, le politiche nazionali e regionali punteranno su questi settori in cui la componente femminile è forte, ci sarà potenzialmente più richiesta.

E anche cambieranno le opportunità per le donne se aumenteranno i congedi paternità, se bonus baby sitter e  congedi straordinari diventeranno soluzioni vere e strutturali, se si andrà verso un welfare più attento alle persone con formule che tengano conto della complessità dei carichi di cura familiari, se lo smart working potrà essere ‘contrattato’ a favore delle donne e non solo dell’impresa, se…

Simona Fontana, avvocato giuslavorista e fondatrice del progetto Mammachelavoro.it. sostiene “Ora con la crisi Covid-19 bisogna ridurre i rischi di licenziamento, ma anche strutturare bene lo smart working per non snaturarne le potenzialità. Non è una concessione fatta alle donne e non deve fare la fine del part time, che è quasi tutto al femminile e in 6 casi su 10 non volontario. La legge del 22 maggio 2017 n. 81 che ha introdotto il lavoro agile in Italia precisa molte cose: non va imposto ma deve essere frutto di un accordo tra dipendente e azienda che va a integrare il contratto individuale; non comporta riduzioni di stipendio; prevede che si lavori in alcuni momenti da remoto, ma altri in azienda; può essere a tempo determinato e rinnovabile o a tempo indeterminato. Bisogna mettere con chiarezza nero su bianco diritti e doveri di entrambe le parti. Meglio chiedere una consulenza a un esperto prima di firmare, perché i pericoli sono almeno due: finire con il lavorare più di prima ed essere discriminate per la carriera rispetto a chi ha una presenza continua in ufficio”.

che fare?

Per uscire da questa crisi sanitaria, sociale, economica, psicologica e politica in cui ora ci troviamo e che si prevede durerà per almeno dieci anni, c’è chi propone (Roberto Ciccarelli  https://ilmanifesto.it/lo-chiede-anche-la-commissione-ue-estendere-il-reddito-di-cittadinanza/) di estendere in maniera strutturale il cosiddetto “reddito di cittadinanza”: un reddito indipendente dalla posizione occupazionale, garantito a tutti i lavoratori precari e ai cittadini vulnerabili, in generale a chi è estraneo alle tutele di un welfare disfunzionale, familistico e inefficiente. La stessa Commissione Europea, nelle raccomandazioni economiche pubblicate il 20 maggio,  ha così evidenziato l’universalità di una misura necessaria per affrontare questa crisi: “Le reti di sicurezza sociale dovrebbero essere rafforzate per garantire un’adeguata sostituzione del reddito, indipendentemente dallo status occupazionale dell’individuo, anche per coloro che devono affrontare lacune nell’accesso alla protezione sociale. Il rafforzamento della sostituzione del reddito e del sostegno è particolarmente importante per i lavoratori atipici e per le persone in situazioni di vulnerabilità”.

Indicazioni lontane dal nuovo regime di reddito minimo adottato dal Governo italiano che esclude in maniera incostituzionale e razzista i cittadini extracomunitari residenti da meno di 10 anni e che, nell’ultimo anno, ha fornito prestazioni a più di un milione di famiglie per soli 513 euro mensili, in media.

E, comunque, posizioni – quelle della UE e del Governo italiano – che convincono fino ad un certo punto finché la Politica a vari livelli non si attiverà seriamente per recuperare risorse economiche dai grandi padroni del mondo (Amazon, Google, ecc. -a cui noi, peraltro, con i nostri acquisti e con l’uso delle loro piattaforme regaliamo infinito potere economico e di controllo, rafforzando la cancellazione dei diritti dei lavoratori e dei consumatori…), per eliminare i paradisi fiscali, per recuperare  evasione ed elusione fiscale, per dirottare risorse dalle grandi opere che devastano il territorio, solo per fare qualche esempio, investendo e guadagnando in dignità e qualità della vita per tutt*.

Anche il movimento internazionale femminista Non Una Di Meno da anni ha individuato delle misure strutturali e redistributive rivendicando un reddito di autodeterminazione: universale e incondizionato, rivolto alle singole persone e non al nucleo familiare, slegato da prestazioni di lavoro, dalla cittadinanza e dalle condizioni di soggiorno, che sia garanzia di autonomia economica, strumento di fuoriuscita dalla violenza di genere, dallo sfruttamento lavorativo ed eco sistemico.

Un reddito di autodeterminazione oltre che un salario minimo europeo, per evitare che il primo divenga uno strumento in mano a imprese e datori per comprimere gli stipendi e al fine di contrastare le paghe da fame, le disparità salariali tra donne e uomini, nativ* e migranti.

In sostanza, per il lavoro delle donne nella produzione, non è sufficiente fermarsi alle ‘quote rosa ’ e alle sole rivendicazioni di parità di salario. Bisogna avere visioni di ampio respiro.

Bisogna capire quali contraddizioni e quali opportunità in termini di libertà si aprono attraverso il reddito di autodeterminazione per tutt*; bisogna riportare al centro la vita, la relazione, il bene comune;  bisogna immaginare altri modelli di sviluppo.

Quali soluzioni?

Cambiare modello di sviluppo!

Nella congiuntura presente siamo state centrali, necessarie e protagoniste, anche se le competenze femminili a livello di decisioni politiche sono state sottoutilizzate e sia stato invece aumentato il sovrasfruttamento del doppio lavoro, domestico e produttivo, delle donne conseguente alla distruzione del welfare.

Non si tratta di dover scegliere, come dicevamo prima, tra i due piatti della bilancia (O famiglia o lavoro. O affetti o carriera.) in quanto si tratta di una falsa scelta: alla cura della vita – della vita propria, dei propri cari, delle relazioni d’amicizia, dell’ambiente, del legame sociale – le donne non rinunciano, perché sanno quanto sia necessaria e perché è la loro impronta sull’esistenza collettiva; si tratta di affermare l’inseparabilità della produzione dalla riproduzione e del lavoro dalla vita, di evidenziare la sfera della riproduzione togliendola dall’ invisibilità e dallo sfruttamento in cui il primato della produzione l’ha confinata. Mai come oggi è evidente che questo primato va messo in discussione perché è un primato incurante, letteralmente, della vita. E mai come oggi le donne sono la prima linea di questo urgente ribaltamento delle priorità dell’agenda economica e sociale.

In chiusura, le sagge parole di Mariangela Gualtieri su https://www.youtube.com/watch?v=XxCBOPeCKrU

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