Che cosa intendiamo per “prendersi cura”?

Quale significato ha la parola “cura”? È utile interrogarsi su questo perché, l’esperienza ce lo insegna, le parole possono sostenere percorsi trasformativi e liberatori ma anche contribuire al mantenimento dell’esistente o, come già successo nella storia, all’avvio di processi involutivi. Contributo di Carla Manfrin

Da qualche tempo – a fronte di una precarizzazione del lavoro e della vita, un indebolimento dei sistemi pubblici di welfare, una violenta predazione dell’ambiente naturale e del vivente, mentre le gerarchie di potere si sono rinforzate dando origine a ingiustizie, violenze e fondamentalismi di varia natura – la parola “cura” risuona con insistenza in iniziative pubbliche, discorsi, dibattiti, articoli e programmi televisivi nei quali la “cura” appunto diventa il motivo conduttore di fondo.

Per questo è utile domandarsi quale significato si vuole dare a questa parola. Perché, l’esperienza ce lo insegna, le parole possono sostenere percorsi trasformativi e liberatori ma anche contribuire al mantenimento dell’esistente o, come già successo nella storia, all’avvio di processi involutivi.

Proviamo pertanto a condividere alcune riflessioni sul significato del termine “cura” vista dall’ottica politica femminista per individuare progetti e sostenere percorsi capaci di modificare il nostro modo di leggere il mondo, di essere e di generare pensieri e azioni utili a un cambiamento di fondo del sistema in cui viviamo.

Di “cura” possiamo parlare su molti piani con l’attenzione a non rinforzare definizioni legate strettamente solo alla cura materna, per cui le donne diventano dispensatrici di vita buona per la famiglia e per lo Stato, tanto più in presenza di condizioni critiche, come è stato durante la pandemia: il modello di welfare italiano si basa infatti  sulla famiglia, all’interno della quale la cura delle madri o delle figlie integra ciò che i servizi non offrono per ottemperare alle necessità di bambini e persone bisognose di assistenza, diventando parte consistente dei processi sussidiari del welfare privatizzato.

È chiaro che quello della cura non è un lavoro strettamente di donne, ma è un lavoro che fanno le donne perché viviamo in una società patriarcale che è organizzata in modo che, in forma non libera, siano le donne a svolgerlo e a svolgerlo gratuitamente quando riguarda i propri cari. E nella quasi totalità dei casi le donne lo fanno ignorando o mettendo in secondo piano la “cura di sé”, del proprio corpo, dei propri desideri, aspirazioni, benessere.

Possiamo, quindi, considerare ed esaminare tutto il lavoro di “cura” inglobato nel lavoro domestico, quello necessario per sopravvivere, e cioè pulire, lavare, cucinare, fare la spesa etc.; quello inglobato nel lavoro di riproduzione, cioè il lavoro che serve a riprodurre “la specie”: che non è solo fare figli, ma è anche crescerli, creando le condizioni materiali e psicologiche indispensabili per la continuità della vita, è occuparsi delle persone che – in varie età e per diversi motivi – sono dipendenti.

È, questo lavoro di cura, un lavoro che ha al centro le relazioni, non solo tra persone ma anche con l’ambiente circostante, che richiede continuità di rapporti, che chiama in causa gli affetti, l’empatia, la sensibilità. Si tratta di aspetti che, pur nella loro diversità, spesso non sono separabili, si intrecciano e si sovrappongono e richiedono tempo ed energia fisica e psichica.

Un lavoro di cura che è stato proposto e “imposto” come un’attitudine “naturalmente” femminile. La consolidata narrazione di farlo sembrare legato alla “natura” è proprio il modo attraverso il quale si è irregimentato il genere femminile, relegandolo nella sfera domestica o in lavori considerati “minori” e come tali considerati e retribuiti sia in termini di prestigio sia in termini di denaro in modo funzionale al mantenimento di una gerarchia di potere che ancora oggi esiste e persiste.

Negli ultimi decenni, a fronte di un maggior impiego delle donne nel lavoro esterno alla casa e di un graduale invecchiamento demografico, una parte del lavoro di cura è stato trasferito su donne immigrate.

Il trentunesimo Dossier Statistico Immigrazione, a cura di Idos, in collaborazione con la rivista “Confronti” e con l’Istituto di Studi Politici S. Pio V, documenta una presenza straniera in Italia pari all’8,5% della popolazione del Paese, presenza al 51,9% costituita da donne, per un totale di 2,6 milioni di persone.

Due fattori colpiscono in questa ricerca. La prima questione è quella della sotto occupazione, ovvero delle lavoratrici che lavorano meno di quanto vorrebbero: nel 2020 il 9,1% tra le italiane, il 14% delle straniere contro l’8,1% sempre delle straniere nel 2019. L’altra questione importante è costituita dalle lavoratrici sovra istruite, con il 42,3% delle lavoratrici straniere che ha un livello di competenze superiori alle mansioni svolte, percentuale che scende al 24,8% per le donne italiane e al 27,7% per gli immigrati maschi.

La tipologia dei lavori ci aiuta a capire meglio come si crea la maggiore vulnerabilità delle donne straniere al lavoro, a cominciare dal rischio di esposizione al covid, impegnate per metà del totale soltanto in tre professioni, quella di Colf, di Badante e di Pulitrice: il 39,7% è un’addetta ai servizi domestici o di cura.

“Invecchiare. Prospettive Antropologiche”, testo curato da Jacopo Favi per Meltemi (2021), prova a mettere a fuoco i diversi e asimmetrici processi d’invecchiamento attraverso l’analisi delle migrazioni e del lavoro di cura.

Dal testo emerge come appartenere a una “famiglia transnazionale” implica spesso un grande senso di colpa che investe la vita della persona che migra, che spesso sente di aver tradito il suo luogo di appartenenza e abbandonato i familiari a cui non potrà elargire la cura necessaria. Questo sentimento non è, tuttavia, equamente distribuito fra ogni tipo di migrante, poiché la relazione di cura, anche se transnazionale, viene comunque vista come prerogativa delle donne sia per quanto riguarda i destinatari del loro lavoro sia per quanto riguarda la cura della famiglia di origine.

Sono le migranti, infatti, le figure che si sobbarcano principalmente le relazioni di cura a distanza – che coinvolgono la preoccupazione, la partecipazione da lontano all’organizzazione della vita familiare, la gestione delle persone che vengono pagate per adempiere la cura dei genitori rimasti a casa e, negli anni più recenti, un sempre maggior peso di lavoro emozionale portato avanti tramite telefonate, videochiamate, messaggi, chat e tutto ciò che, tramite la diffusione delle reti sociali, ha cambiato in modo radicale il senso di relazione e appartenenza all’interno delle migrazioni.

Per le donne, ancora, la migrazione è considerata tendenzialmente più colpevole e meno giustificabile, soprattutto quando non è finalizzata a ricongiungersi al marito oppure quando è un modo per sottrarsi a un destino ineluttabile di datrici di cura familiare che era stato deciso per loro in società in cui l’assistenza esterna per le persone anziane è un lusso per pochi.

Il pensiero femminista dagli anni Settanta del Novecento ha mostrato la profonda interconnessione che esiste tra due sfere che ci hanno convinto debbano essere considerate distinte: il “privato” e il “pubblico”, il “personale” e il “politico”.  Il lavoro riproduttivo continuo e continuamente rimosso — cucinare, lavare, fare il bucato, curare i figli minori, eccetera — è essenziale ad assicurare la partecipazione degli individui adulti alle attività produttive e alla vita sociale.

Il pensiero femminista ha messo in luce quanto il sistema capitalista / patriarcale, nel suo agire concreto, non modella “solo” i modi della produzione, le relazioni sociali, le forme della politica. Esso agisce anche molto più estesamente e in profondità su corpi, sentimenti ed emozioni, su bisogni e desideri. Tempo e spazio, ormai ridotti a merce, condizionano sia la materialità sia il sistema simbolico che regolano le nostre vite producendo parole, pensieri, immagini, abitudini che strutturano mentalità e senso comune che riconoscono nel possedere, nell’apparire, nel potere, nelle gerarchie i tratti più rilevanti del vivere.

Cristina Morini in una intervista su www.engagee.org/journal.html del 30 giugno 21 afferma:

“Negli anni i femminismi hanno ragionato di cura e di società della cura, cioè di una società dove il benessere non si declinava come avere, cioè come possesso di beni, case, cose ma come avere cura delle cose: casa, città, corpi, natura. Nominare la cura da parte dei femminismi vuole dire nominare un prezioso patrimonio di competenze che apre anche una visione alternativa del mondo. Riflettere seriamente sulla società della cura ha voluto dire, vuole dire, vorrebbe dire, smetterla di glorificare il lavoro produttivo degli uomini e provare a occuparci della reinvenzione della vita quotidiana che metta al centro uno sguardo differente. Si tratta di un patrimonio che certamente costruisce una esperienza, una pratica, anche processi di soggettivazione alternativi sul modo di leggere il mondo e i rapporti che lo governano”.

Ma nel frattempo, è successo che le attività di relazione, di lavoro emozionale, di lavoro di cura, perfino la maternità sono diventati oggetto della attenzione del neoliberismo che ha cercato di ricomprendere al proprio interno il codice della cura, di mutuare e integrare nel lavoro produttivo dimensioni oblative funzionali all’economia capitalista.

Morini sottolinea ancora che “Il paradosso attuale consiste nella utilizzazione del codice della cura in una doppia dimensione interna/esterna normativa per ricondurre le donne dentro alvei storicamente loro riservati (la cura di soggetti più fragili, dai bambini agli anziani, alle persone disabili), segmentando ulteriormente il mercato del lavoro, tra le donne che possono permettersi “aiuti” di altre donne mentre svolgono lavori all’esterno e donne che vengono costrette a lasciare il lavoro poiché non hanno le condizioni economiche per reggere l’assenza di servizi pubblici”.

Nicoletta Pirotta, in un articolo apparso su Vitamine vaganti, rivista di Toponomastica femminile del gennaio 2021, suggerisce di: “considerare “la cura” come un nuovo paradigma di senso che presuppone un riorientamento radicale di pensiero insieme all’esigenza di un modo diverso di stare al mondo.

“Se è questa la direzione verso cui vogliamo andare, ‘prendersi cura’ necessariamente vuol dire confliggere con l’ordine economico, sociale e politico che governa il mondo, prendendosi al contempo anche cura di noi stesse e noi stessi, per capire più a fondo i meccanismi che abbiamo introiettato e per ri-orientarci. Questo significa considerare la “cura” come una prassi, un’azione coerente sostenuta da un pensiero, e un modo d’essere, individuale e collettivo insieme.

Specie nei periodi di confinamento, lo spazio della casa è divenuto centrale rendendo evidente quanto sia ideologica e non “naturale” la distinzione fra la sfera pubblica e quella privata e quanto sia fittizia l’idea, tutta maschile, di una “cittadinanza” fondata ingannevolmente sul mito dell’individuo lavoratore, adulto, razionale, autonomo sganciato dalla sfera domestica.

La pandemia dimostra che dimensione della cura e lavoro di riproduzione sociale e domestica sono elementi fondanti la vita stessa di una società. Ripensare il modello economico e sociale e metterne in discussione l’attuale non può che voler dire mettere al centro le relazioni di cura, prendersi cura di sé delle e degli altri e del mondo e riconoscere le intersezioni di genere, classe, razza che attraversano le soggettività materiali.

Nel ripensare il modello economico e sociale l’elaborazione femminista si interseca con quella ecologista per porre problemi centrali: quali siano i bisogni umani da sostenere, quali siano le produzioni di cui abbiamo bisogno e quali siano i lavori socialmente necessari e inoltre, considerata l’interdipendenza e la vulnerabilità dei nostri corpi, come prendersene cura in particolare in alcuni momenti specifici dell’esistenza.

I bisogni sollevati dalla crisi sanitaria ed economica sono tali e tanti da richiedere interventi ampliativi rispetto a quanto poteva essere garantito dai sistemi pubblici di assistenza sanitaria e sociale impoveriti da anni di riforme in senso privatistico.

È necessario leggere i bisogni specifici del territorio e costruire legami collettivi e solidali potenzialmente capaci di indicare un nuovo modello di organizzazione e di risposta ai bisogni con possibili ricadute trasformative sul sistema pubblico di welfare.

E quindi agire sul piano sociale e, sperabilmente, su quello politico”.

Molte domande si possono porre, a questo punto:

Si può immaginare una trasformazione economica, sociale, politica, senza un cambiamento, individuale e collettivo, dell’essere e dell’esistere? Come possiamo noi donne imparare a prenderci cura finalmente e radicalmente di noi stesse? Donne e uomini come possono riformulare la riproduzione di sé e della specie senza riprodurre schemi di sottomissione e di sfruttamento? Gli uomini sapranno cogliere i lati positivi della “cura” e farsi carico delle sue fatiche? Della riproduzione della vita cosa possiamo mettere in comune e cosa resta di privato, di intimo, di non delegabile? Come possiamo cambiare un sistema capitalista, strettamente legato a quello patriarcale che, nella concretezza del vivere modella e struttura i modi della produzione, le relazioni sociali, le forme della politica, ma anche i corpi, i bisogni, i sentimenti, le emozioni, i desideri? Quali sono le basi da cui partire per rifondare la società, perché tutto non torni come prima della pandemia?

La pandemia, che ha colpito in modo così diffuso e pervasivo, potrebbe consentire una rielaborazione profonda e radicale del nostro essere ed esistere. Il distanziamento dei corpi che abbiamo vissuto in questi due anni rende evidente quanto si è vulnerabili se si è sole e soli, quanto la solitudine generi incertezza e inquietudine, quanto esso acuisca le ingiustizie e le violenze.

Si tratta ora di rimettere in primo piano il riconoscimento della dipendenza, della relazione, della cura perché se, come scrive Judith Butler, l’empatia consiste “nell’aprirsi al corpo di qualcun altro, o di un insieme di altri” e “i corpi non sono entità chiuse in sé stesse ma sono sempre, in un certo modo, fuori di sé, estese e talvolta espropriate, attraverso i sensi mentre esplorano il loro ambiente” dobbiamo essere consapevoli che la nostra vita, nonostante sia unica, si dà solo se connessa con reti di vita più ampie nei contesti sociali, politici e ambientali in cui tutto accade.

Siamo tutti, umani o meno, portatori di saperi riguardo la gestione della vita, fuori dal potere del capitale. Imparare a posizionarsi consapevolmente in questa rete di relazioni può essere, forse, già una pratica di cura.

Queste tematiche saranno approfondite nei quattro incontri che Donne in Ekopark hanno organizzato al Parco Buzzaccarini di Monselice secondo il programma della seguente locandina:

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