Percorsi verso il 25 novembre

“Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.”

A cura di Carla Manfrin

La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne è una ricorrenza istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, tramite la risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999.

Il Rapporto SDGs 2021 sullo sviluppo sostenibile (www.aics.gov.it/home-ita/settori/obiettivi-di-sviluppo-sostenibile-sdgs/ ) fissa al punto 5 (Uguaglianza di genere) una serie di obiettivi e tra questi “l’eliminazione di tutte le forme di violenza contro le donne e le ragazze”.

Ce ne sarebbe proprio necessità e urgenza: le informazioni statistiche per l’Agenda 2030 fornite dall’Istat ci dicono che in Italia “Nel 2020 più di 49 donne ogni 100mila si sono rivolte al numero verde 1522 perché vittime di violenza (27 ogni 100mila nel 2019). Nel 2019 sono stati commessi 111 omicidi di donne (133 nel 2018). Nell’84% dei casi l’omicidio è avvenuto in ambito domestico (da partner, da ex partner o altro parente)”.

Come in moltissimi altri Paesi, anche in Italia l’elenco delle violenze (una ogni ora e mezza) e dei femminicidi (uno ogni tre giorni) – è purtroppo molto lungo. Per contro, stando ai dati diffusi, nel 2019 risultavano attivi a livello nazionale solo 281 Centri antiviolenza (24 in più rispetto al 2018) e 257 Case rifugio. Il tasso medio di copertura nazionale è di 2 servizi offerti ogni 100mila donne di età superiore ai 14 anni. Un quadro di questo genere (2 ogni 100mila) ci mostra con chiarezza come sia difficile per molte – in caso di violenza o di situazioni problematiche – accedere a queste strutture e, quindi, come le difficoltà e le sofferenze restino chiuse in ambito individuale per molte donne, non essendo praticabili percorsi di fuoriuscita dalla violenza come quelli offerti dai Centri antiviolenza.

In occasione del 25 novembre, si può ricordare la giornata in modo rituale, oppure ci si può concentrare sull’elenco delle donne uccise o di quelle che in varie forme – psicologica, economica, sociale, istituzionale – vengono colpite dalla violenza maschile e patriarcale.

Al Parco Buzzaccarini di Monselice un gruppo di donne – nella convinzione che sia costruttivo ed efficace raggiungere piena consapevolezza sulle dinamiche alla base del problema – si è attivato per costruire nel mese di novembre un percorso che permetta di comprendere alcuni dei meccanismi che fanno sì che noi donne subiamo queste violenze o quelli per cui abbiamo difficoltà ad uscire da relazioni che si fondano sulla violenza.

Un percorso per capire meglio come stanno le cose, consapevoli che la violenza maschile contro le donne è un dato strutturale delle nostre società, non dipende cioè da una reazione incontrollata (di volta in volta definita raptus, follia, depressione…) di un uomo contro la compagna della sua vita ma da un sistema culturale, economico e sociale che colloca la donna ad un livello di valore inferiore a quello dell’uomo e che tollera, se non giustifica, le varie forme di violenza che gli uomini agiscono contro le donne.

Un percorso che possa chiarire la differenza fra un salutare e inevitabile conflitto e la violenza, un percorso che ci mostri le strade per uscire dalla violenza, anche quella istituzionale che ha vari aspetti ed ambiti tra cui quelli di negare o ignorare malattie che colpiscono le donne in quanto donne.

Qui l’evento fb

Conflitto e violenza non si equivalgono: violenza è (anche) incapacità di stare nel conflitto

In molti dei suoi testi, Daniele Novara, pedagogista e fondatore del Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti, offre importanti quadri di riferimento sul tema, che qui sono solo accennati.

Conflitto, litigio, guerra, violenza, bullismo, aggressività, prepotenza… vengono comunemente usati quasi indifferentemente, come se fossero termini equivalenti, come se appartenessero concretamente alla stessa area di comportamenti. Addirittura, il termine conflitto è utilizzato come contenitore generale, quasi racchiudesse tutti gli altri, dalla semplice discussione fino alla guerra, se non al genocidio.

Non viene considerata un’area intermedia basata sulla compresenza di relazione e contrasto.

Non viene riconosciuto che la relazione è un processo all’interno del quale l’elemento dialettico del confronto, a volte anche dello scontro, è essenziale; che una relazione, per essere viva e mantenere in equilibrio il sistema della relazione stessa, deve saper riconoscere la necessità della differenziazione. Nella nostra cultura, invece, la differenziazione è vista come componente minacciosa della relazione stessa, genera paura che viene esorcizzata con elementi distruttivi legati alla violenza.

È necessario, al contrario, capire che esiste un territorio di esperienza che appartiene al conflitto ed esiste un territorio di esperienza che appartiene alla violenza.

Il conflitto ammette contrasto, divergenza, opposizione, resistenza critica ma senza componenti di dannosità irreversibile, anzi, con l’intenzione di mantenere un rapporto che si sa essere in evoluzione e in cambiamento continui. Il che non esclude che sia un percorso faticoso e problematico.

Nella violenza, invece, c’è danneggiamento intenzionale dell’avversario, identificazione del problema con l’altra persona della relazione, volontà di risolvere il problema ricorrendo alla soluzione di eliminare la relazione attraverso la distruzione di chi si ritiene essere portatore del problema (sempre l’altra…).

Abusi fisici, abusi sessuali, abusi psicologici creano dal punto di vista fisico e/o psicologico un danno irreversibile attraverso un’azione finalizzata a creare intenzionalmente un danneggiamento permanente in un’altra persona.

In altre parole, la violenza appare un’azione, più o meno premeditata, finalizzata a sospendere la relazione ritenendo che la problematicità della relazione corrisponda all’altra persona coinvolta e che, quindi, sia necessario eliminare la persona per eliminare la problematicità della relazione stessa.

La violenza insomma non risulta, come nel pensiero o senso comune, una sorta di conseguenza del conflitto, ma proprio al contrario un’incapacità di stare nel conflitto, visto il conflitto come momento fondativo, differenziativo della relazione e capace di creare una distanza che preservi la relazione stessa dalle sue componenti inglobanti e tiranniche”, precisa Novara e ancora “Il conflitto appartiene all’area della competenza relazionale, mentre la violenza e la guerra appartengono all’area della distruzione, cioè dell’eliminazione relazionale. L’elemento più interessante di questa distinzione è che permette di definire il superamento della violenza non tanto nella rimozione degli elementi critici della convivenza, quanto nell’assunzione consapevole di questi elementi come parte integrante della relazione stessa, generativi dell’incontro e con la funzione di garantire all’interno dello scambio la necessaria propensione al cambiamento, ossia la dinamica rinnovatrice che proprio il conflitto produce dentro le situazioni di incontro”.

Percorsi di fuoriuscita dalla violenza

 I centri antiviolenza del Centro Veneto Progetti Donna.

A Padova e provincia c’è un gruppo di donne che lavora da anni affinché la violenza contro le donne non continui ad essere un fatto normale. Sono le psicologhe, le avvocate, le educatrici e le volontarie del Centro Veneto Progetti Donna (https://www.centrodonnapadova.it/ ), l’associazione che – come si legge nel sito dedicato – collabora in modo attivo con tutte le realtà pubbliche e del privato sociale e che gestisce i Centri antiviolenza riconosciuti nella provincia di Padova: Il Centro antiviolenza di Padova (con sportelli a Padova, Cadoneghe e Abano Terme); Il Centro antiviolenza DonneDeste (con sportelli a Este, Conselve, Montagnana e Solesino); Il Centro antiviolenza dell’Alta Padovana (con sportelli a Cittadella, Camposampiero e Vigodarzere); Il Centro antiviolenza della Saccisica (Piove di Sacco); Il Centro antiviolenza Leuké (Rubano).

Il Centro Veneto Progetti Donna è un’Associazione di volontariato – ONLUS che offre sostegno a donne, italiane e straniere, in difficoltà e coinvolte in situazioni di violenza e maltrattamento familiare e non familiare. Ogni giorno, da trent’anni, le operatrici del Centro accolgono le donne in difficoltà, ascoltano le loro storie, offrono supporto psicologico e, se necessario, anche legale.

Nasce a Padova nel 1990 per iniziativa di un gruppo di donne per dare una risposta concreta alle numerose richieste di aiuto.

In trent’anni ne ha accolte 10.408, ma c’è da chiedersi quante sono quelle donne che non hanno trovato la strada per arrivare al Centro Antiviolenza per i mille motivi che possiamo immaginare, non ultimo il fatto che le varie istituzioni e amministrazioni poco sostengono le attività dei Centri Antiviolenza nei territori.

Le operatrici impegnate nel Centro antiviolenza sono psicologhe con una formazione specifica nelle tematiche della violenza coniugale e intrafamiliare e si impegnano nell’accreditamento formativo continuo.

Il Centro è un luogo in cui le donne possono trovare ascolto, attenzione, rispetto, sostegno. Il servizio, dall’accoglienza alla presa in carico e gestione dei casi, si basa sul presupposto che la donna è un soggetto attivo in grado di essere artefice del proprio cambiamento personale e relazionale, attraverso l’attivazione delle risorse individuali, familiari e sociali che possiede.

Nei casi di violenza e abuso, l’obiettivo è dare supporto alle donne che vivono situazioni di disagio e favorire percorsi di crescita personale, a partire da una visione del problema che tiene conto non solo degli aspetti individuali, ma anche delle dinamiche relazionali, sociali e culturali, mantenendo sempre al centro dell’attenzione la donna, i suoi bisogni e i suoi vissuti.

Sensibilizzare l’opinione pubblica sulla violenza contro le donne e favorire una maggiore attenzione di tutti e tutte a questa tematica è un’attività che da sempre impegna il Centro Veneto Progetti Donna proprio in un’ottica di prevenzione del fenomeno.

Ormai si sa quanto la violenza sia legata al perdurare di pregiudizi e stereotipi e prosperi nel silenzio e nell’isolamento; per questo il Centro Veneto Progetti Donna promuove costantemente delle campagne di informazione volte a massimizzare la diffusione del Numero verde antiviolenza (800814681 e 1522) e proporre l’approfondimento di tematiche specifiche.

Le campagne informative non trattano solamente di questioni relative alla violenza, ma vogliono offrire uno sguardo più ampio su aspetti legati all’empowerment femminile allo scopo di proporre stimoli e strumenti utili e far conoscere tematiche come, ad esempio, la salute sessuale e riproduttiva, i movimenti femministi, le correnti di pensiero e molte altre ancora per favorire la conquista della consapevolezza di sé da parte delle donne.

 Forme invisibili della violenza contro le donne

Ci è più facile riconoscere la violenza contro le donne quando vediamo i segni fisici che la violenza ha causato, ma altre forme di violenza ci sfuggono: quella sessuale, quella psicologica, quella economica, quella sociale e istituzionale.

Per capire meglio alcuni aspetti di questi due ultimi tipi di violenza, è utile parlare di medicina di genere e delle malattie invisibili delle donne.

Medicina di genere

Pare un’ovvietà pensare che uomini e donne siano differenti dal punto di vista biologico e fisiologico, che lo siano anche nel metabolismo, nell’invecchiamento, nel sistema immunitario, ecc. Possiamo ragionevolmente pensare di essere diversi anche dal punto di vista della farmacocinetica e farmacodinamica, cioè nel modo in cui il corpo assorbe ed elimina il farmaco e come il farmaco agisce sull’organismo. Possiamo ragionevolmente pensare che, a partire da questa consapevolezza, le ricerche mediche e farmaceutiche abbiano tenuto conto delle differenze di genere nell’erogazione dell’assistenza sanitaria e delle cure.

E invece no. Vediamo perché.

Oltre alla possibile influenza di fattori biologici, ormonali e genetici non ancora completamente definiti, i risultati delle ricerche mediche sono ottenuti da studi clinici effettuati su una maggioranza di uomini; farmaci e terapie destinati a uomini e donne sono sperimentati per l’80% su maschi, nelle sperimentazioni cliniche le donne sono ancora sottorappresentate (intorno al 20%).

A livello generale, si stima che solo la metà degli studi clinici esegua analisi basate sul genere e solo uno su tre, cioè il 35%, conduca adeguate analisi di sottogruppo.

A questo si aggiunge un’inadeguata analisi dei dati che non riconosce l’importanza delle differenze di genere con una conseguente distorsione nell’interpretazione dei risultati.

Tutto questo ostacola l’opportunità di ridurre le disuguaglianze nell’assistenza sanitaria, di promuovere azioni preventive e modulare il decorso dell’infezione e l’accesso ai farmaci.

Stereotipi di genere radicati anche nella ricerca scientifica.

Ecco alcuni esempi per rendere più chiaro il problema, che qualche volta vale anche sul fronte maschile, tratti da un articolo di Angelica Giambelluca apparso su Magazine – Fondazione Umberto Veronesi.

Le malattie del sistema osseo: si ritiene che l’osteoporosi sia malattia specificatamente femminile e i farmaci sono stati testati sulle donne. Ma anche il 6% degli uomini presenta osteoporosi e i farmaci in uso non sono adatti per curare l’osteoporosi nell’uomo.

Le malattie cardiovascolari: si ritiene che siano malattie prevalentemente maschili ma le donne ne sono affette, soprattutto in tarda età, solo che presentano sintomi differenti (possono avvertire affanno o disturbi gastrici invece del classico dolore al braccio sinistro, presente più negli uomini).

Le malattie reumatiche ed autoimmuni: interessano soprattutto le donne perché hanno un sistema immunitario più efficiente che, se da un lato le protegge da infezioni batteriche e virali, dall’altro le rende più soggette a patologie autoimmuni. Per lo stesso motivo sono diverse anche le reazioni ai vaccini: le donne manifestano effetti avversi con maggior frequenza.

Le patologie oncologiche: la mortalità per cancro del polmone dagli anni ’50 ad oggi è aumentata del 500 per cento nella donna: sviluppa, infatti, il cancro del polmone 2,5 volte in più dell’uomo, anche se non fumatrice. Il cancro del colon è un altro esempio di tumore con caratteristiche differenti: nelle donne insorge più spesso nel tratto ascendente dell’intestino, negli uomini in quello discendente. Questa diversa localizzazione si riflette sulla validità del test per la ricerca del sangue occulto nelle feci.

I farmaci: variazioni ormonali, peso, composizione corporea, acidità gastrica, sono tutti fattori diversi tra i due sessi e possono influenzare l’assorbimento e l’efficacia dei farmaci. Le dosi sono stabilite principalmente sugli uomini, che hanno un diverso metabolismo e di solito pesano di più, e questo può determinare una maggiore tossicità del farmaco nella donna.

Ma è solo una questione di numeri?

Un articolo apparso su Il Post nel giugno 2019, riporta una ricerca pubblicata su Science della neuroscienziata statunitense Rebecca Shansky che ha spiegato come non si tratti solamente di una questione quantitativa: includere più soggetti femminili nella ricerca non è sufficiente. Vanno infatti superati gli stereotipi di genere radicati (anche) nella ricerca scientifica, prendendo innanzitutto consapevolezza di come le credenze legate al genere e culturalmente derivate dal sesso abbiano avuto e continuino ad avere conseguenze sul rigore scientifico negli esperimenti di laboratorio.

Shansky ritiene che, se gli scienziati non smetteranno di guardare attraverso una lente maschile, gli stereotipi di genere continueranno a promuovere ipotesi pericolose sul cervello e sul comportamento e i risultati delle varie ricerche sperimentali sulle femmine degli animali da laboratorio e sulle donne continueranno a essere riconosciuti non come diversi, e dunque da approfondire, ma sbrigativamente come sbagliati.

Le malattie invisibili

Giulia Siviero su Il Post ha il merito di avere da tempo trattato questi argomenti con ricche informazioni (https://www.ilpost.it/2021/09/05/vulvodinia/    o https://www.ilpost.it/2017/02/26/endometriosi/   ) che qui vengono brevemente riassunte.

Si tratta di malattie che comportano forti disagi o dolori, che sono invalidanti ma che non sono riconosciute dal servizio sanitario nazionale, non studiate, non diagnosticate, con il risultato che le donne che ne soffrono non vengono adeguatamente accolte e curate, sono malattie che spesso vengono relegate fra i disturbi di ordine psicosomatico.

L’endometriosi è una malattia cronica che colpisce circa una persona su dieci tra donne e ragazze (e cioè circa 180 milioni di donne in tutto il mondo e 15 milioni all’interno dell’Unione Europea). La malattia causa la creazione di porzioni di endometrio in altre parti del corpo. L’endometrio è il tessuto che ricopre la cavità interna dell’utero, che cresce, si sfalda e viene espulso durante le mestruazioni. Il tessuto endometriale anomalo può essere all’interno dell’utero, può essere fuori dall’utero (ovaie, tube, vescica) e può avere localizzazioni “extrapelviche”, può cioè trovarsi in organi e tessuti al di fuori e lontani dalla pelvi (ombelico, appendice, polmoni, diaframma, intestino, ureteri, vescica) e può anche interessare nervi importanti come lo sciatico. Non esistono percorsi di prevenzione, ma in molti casi basterebbe una diagnosi precoce e una terapia adeguata e mirata per garantire una buona qualità di vita alle donne che si ammalano.

La vulvodinia https://www.ilpost.it/2021/09/05/vulvodinia/ è una sindrome dolorosa cronica che include un’ampia varietà di condizioni cliniche e che comporta l’infiammazione delle terminazioni nervose dell’area vulvo-vaginale e pelvica, ricchissima di muscoli, fasce, vasi sanguigni e nervi che colpisce una donna su sette.

La fibromialgia (https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/tools-della-salute/glossario-delle-malattie/fibromialgia ) è caratterizzata da dolore diffuso ai muscoli e alle ossa e dalla presenza di punti dolenti in caso di pressione ed è diffusa quasi esclusivamente tra le donne (90% dei pazienti) in cui compare più frequentemente tra i 40 e i 60 anni con conseguenze invalidanti e gravi ripercussioni sulle normali attività di vita e lavorative.

Anche la menopausa https://www.ilpost.it/2015/12/26/menopausa/  è stata poco studiata e gli effetti sottovalutati. Gli estrogeni sono coinvolti in varie funzioni corporee; i recettori degli estrogeni si trovano nelle cellule di tutto il corpo. Le fluttuazioni ormonali della peri-menopausa e della menopausa producono quindi effetti molto evidenti e di cui si possono trovare ampi elenchi: vampate di calore, deficit cognitivo, colon irritabile, nausea, dolori alle articolazioni, screpolature o problemi alla pelle, depressione, atrofia vaginale e secchezza, calo del desiderio sessuale, perdita di memoria, disturbi del sonno, osteoporosi e molto altro ancora. Ma anche questa fase della vita delle donne, con tutte le sue implicazioni fisiche e psicologiche, con la scusa che è ‘naturale’, non viene considerata come degna di studio e di formazione per le donne stesse.

A che punto siamo?

L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la medicina di genere come lo studio dell’influenza delle differenze biologiche (definite dal sesso) e socioeconomiche e culturali (definite dal genere) sullo stato di salute e di malattia di ogni persona.

Solo molto recentemente la consapevolezza di queste differenze si è tradotta in disposizioni operative.

Nel febbraio del 2017 il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione sulla promozione della parità di genere nella salute mentale e nella ricerca clinica, spiegando come il concetto biologico di sesso si ripercuotesse diversamente sullo stato di salute di una persona: con uno squilibrio a sfavore delle donne.

L’Italia è stato il primo paese europeo a disciplinare la materia, con l’art. 3 della legge n.3 del 2018 che prevede la promozione di una ricerca che tenga conto delle differenze, l’inserimento della medicina di genere nei programmi di formazione e aggiornamento di tutti gli operatori sanitari e una corretta informazione pubblica. Nel 2019 il Ministero della salute ha adottato il Piano per l’applicazione e la diffusione della medicina di Genere che prevede l’istituzione presso l’Istituto Superiore di Sanità di un Osservatorio per la Medicina di Genere. Istituto Superiore di Sanità – https://www.iss.it/genere-e-salute e Osservatorio della Medicina di Genere (ISS) – https://www.iss.it/osmg-l-osservatorio  

Note conclusive

Nonostante le donne rappresentino la metà della popolazione mondiale, restano sottorappresentate nella ricerca biomedica e nella sperimentazione, che continuano a fondarsi sul tacito presupposto che donne e uomini siano fisiologicamente simili in tutto. Perché?

•             Il maschile, presunto neutro, è stato istituito come norma

•             Il corpo femminile per molto tempo è stato visto come “variante” del corpo maschile 

•             La medicina, fin dalle sue origini, ha avuto un’impostazione androcentrica, relegando gli interessi per la salute femminile ai soli aspetti specifici correlati alla riproduzione

Ma le differenze biologiche vanno oltre gli organi della riproduzione e implicano per le donne problemi specifici e conseguenti esigenze sanitarie.

La medicina di genere può finalmente dare risposte che le donne hanno cercato a lungo, può dare una diversa formazione a tutto il personale sanitario, può spingere per finanziamenti alla ricerca, può anche invertire il corso di un sistema medico che costantemente sottovaluta il dolore delle donne, giudicandolo normale, e che sminuisce i sintomi.

Ma è necessario anche che il Servizio Sanitario Nazionale riconosca le malattie ‘invisibili’ e tutte, anche quelle già riconosciute, le tuteli assumendosi i costi delle indagini diagnostiche e dei farmaci; è necessario che sia attivato un sistema di tutela sul lavoro che preveda i giorni di riposo necessari a convivere col dolore.

Il problema è medico, sociale e politico, non è affatto nella testa delle donne.

È necessario ottenere diritti, tutele, sostegno economico e cure integrate e aggiornate.

È necessario il riconoscimento di queste patologie e la costruzione di nuove tutele per chi ne soffre, ma è necessario anche modificare le strutture culturali e sociopolitiche che ancora opprimono e che incidono sulle possibilità di autodeterminazione di ogni persona.

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