Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza

La ricetta neoliberista per l’uscita dalla crisi pandemica. L’intervento di Paolo De Marchi.

  1. Pnrr: rilanciare la competitività del sistema affidandola al mercato libero di vincoli fastidiosi

L’impianto neoliberista del governo Draghi si sta esplicitando chiaramente di giorno in giorno, di provvedimento in provvedimento.[1] Il Pnrr, approvato in tutta fretta da un Parlamento silente e affidato, proprio in questi giorni, a una governance in capo esclusivamente al Presidente del Consiglio, coadiuvato da un ristrettissimo numero di Ministri “tecnici” (l’hanno chiamata “a geometria variabile”), non lascia spazio a possibili, anche se parziali, attenuazioni o modifiche della dottrina politica, economica e finanziaria dominante.[2]  L’impianto neoliberista rimane saldamente in sella e dalla crisi si uscirà, questi sono i segnali visibili in atto, con un salto di qualità del comando e del controllo sulla forza-lavoro e sulla società.

Secondo gli intendimenti dei gruppi di potere che hanno fortemente voluto Mario Draghi al governo del Paese per amministrare i fondi del Recovery fund solo una rigida applicazione di una ricetta lacrime e sangue per i settori lavorativi e le classi medio-basse, precarizzate e impoverite, consentirà di uscire dall’attuale crisi, consolidando i presupposti che hanno permesso anche durante i lockdown ampi margini di profitto ad una parte dei settori produttivi e commerciali e che, ora, dovranno fornire a quelli che la crisi l’hanno maggiormente subita una ripartenza su basi di comando ancora più solide.

L’ultimo capitolo del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, dedicato alla valutazione dell’impatto macroeconomico delle “missioni” previste è esplicito in tal senso: provvedere a “riforme” che attrezzino lo Stato di una maggiore e efficiente capacità di mettersi al servizio dell’economia di mercato, ritenuta il solo motore in grado di far uscire il paese dalla crisi, contribuendo alla crescita della concorrenzialità dei  mercati. Privatizzazioni, liberalizzazioni, eliminazioni di vincoli e tutele, riformulati secondo le nuove esigenze capitalistiche di uscita dalla crisi, vengono assunti come strumenti indispensabili per dare maggiore competitività al sistema attraverso un più pervasivo comando sulla forza-lavoro e sulla società, ampliando e stabilizzando disuguaglianze, precarizzazioni e povertà.

Il Piano nel porsi l’obiettivo del rilancio della competitività del Paese si appoggia per l’analisi del suo stato di salute ad un indicatore come l’indice di regolamentazione del mercato dei prodotti (Pmr), sviluppato dall’Ocse, di matrice rigorosamente neoliberista, che misura il rapporto intercorrente tra livello di regolamentazione dei mercati e performace dell’economia. Il presupposto che sta alla base di questo indicatore è che, a fronte di elevati livelli di regolamentazione dei mercati e di presenza dello Stato in economia, corrisponde una bassa competitività del sistema con tutte le conseguenze del caso: debolezza nella crescita, nella creazione di ricchezza e nell’occupazione. E’ la classica formula del trickle-down, del gocciolamento dall’alto verso il basso che secondo la dottrina neoliberalista ad ogni aumento della ricchezza per i ceti più ricchi si ha inevitabilmente un miglioramento economico anche per il resto della società. 

Questa tesi che vede nel potenziamento del mercato e nella creazione delle condizioni che ne consentano il libero agire svincolato dal maggiore numeo di regolamentazioni possibili viene pienamente sposata dagli estensori del Pnrr. Poco importa che si sia rivelata fallace, consentendo massimi profitti a pochi sulla pelle dello sfruttamento delle risorse umane, animali e naturali; che abbia aumentato la povertà, le diseguaglianze, ridotto i diritti, precarizzato la società e le condizioni lavorative: anzi, proprio per queste ragioni, rimane tesi cara anche alla nostra classe dirigente che proprio per questo ha spinto per avere alla guida del Piano di riprese post pandemico un alfiere di tale dottina economica.

Ecco perchè il Pnrr prendendo per buona la constatazione Ocse secondo il quale, sulla base dell’applicazione dell’indice Pmr, la bassa produttività registrata in Italia nel 2018 e negli anni precedenti era causata da una eccessiva presenza dello Stato in economia, rilancia soluzioni già conosciute come le privatizzazioni e le liberalizzazioni con tanto di tabelle previsionali allegate che dimostrerebbero la prossima crescita potenziale e inquadra all’interno di questa cornice le “riforme strutturali” – quelle citate prioritariamente nel Piano sono relative alla pubblica amministrazione, alla giustizia e alla competitività – attraverso decreti e provvedimenti collegati della cui realizzazione si fa garante lo stesso Draghi.

Ovviamente questo progetto ha bisogno di un clima di normalizzazione nel Paese, in parte già avviato con la creazione di quella sorta di gosse koalition all’italiana che è l’attuale Governo, litigiosa sì ma alla fine scodinzolante attorno al demiurgo che la guida e grazie anche alla creazione di consenso affidata alla narrazione mainstream dei diversi passaggi del progetto fatta dai media nazionali, tambureggianti nel glorificare il lavoro di Draghi e della sua squadra di esperti tecnici e nel propagandare le formule magiche della “transizione digitale”, “transizione ecologica”, “semplificazione della pubblica amministrazione e sua sburocratizzazione”; dall’altro la normalizzazione passa anche per una intensificazione del controllo sociale di cui abbiamo visto già qualche esempio concreto, dalle inchieste aperte contro attivisti delle Ong che operano nel Mediterraneo per soccorrere i profughi dalla Libia alle cariche, alle cariche e agli arresti e denuncie durante la dura vertenza Fedex-Tnt, nell’esito di una serie di sentenze del lavoro e in materia ambientale e persino in alcune misure legate all’utilizzo dei provvedimenti di coprifuoco del tempo libero durante il lockdown.

  • Decreto liberalizzazioni: mano libera negli appalti e colate di cemento nei centri storici

Figlia di questa impostazione e della necessità di produrre riforme funzionali è la recente bozza di decreto sulla semplificazione della Pubblica Amministrazione che si concentra, guarda caso, sulle modifiche al tanto vituperato Codice degli appalti, osteggiato da sempre dalle destre, dagli ambienti confindustriali e anche da una parte della sinistra, re-istituendo nella prima stesura il subappalto senza soglia e le gare al massimo ribasso, la proroga sino al 2026 delle deroghe allo stesso Codice con l’innalzamento delle soglie per gli affidamenti diretti senza gara. Un vera e propria liberalizzazione degli appalti, insomma.

Altrettanto pericolosa è la parte relativa alla cosiddetta “rigenerazione urbana” che apre di fatto alla cementificazione nei centri storici anche se potrebbe sembrare semplicemente un opportuno aggiustamento tecnico a favore di interventi edilizi necessari di demolizione e ricostruzione. La sua pericolosità è data dal fatto che viene accompagnana da altre novità come la re-introduzione dell’appalto integrato di progettazione e attuazione, aggiudicabile in gara unica ad uno stesso aggiudicante e dalla definizione normativa di percorso privilegiato motivato dalla necessità di semplificare e velocizzare le procedure e i permessi degli iter autorizzativi delle opere inserite nel pacchetto del Recovery fund, liberandoli da vincoli e tutele. Insieme alla cabina unica di regia in capo a Draghi sulla governance del Piano si prevede la creazione di specifiche istituzioni deputate alla semplificazione dell’iter autorizzativo dei progetti come la Soprintendenza unica, una supercommissione tecnica unica per la valutazione di impatto ambientale e un “comitato speciale” presso il Consiglio superiore dei lavori pubblici.[3]

Si tratta solo di una bozza dicono i Ministri “tecnici” Cingolani e Giovannini ma è chiaro il quadro che si prospetta, quello di un ritorno alla filosofia ispiratrice della stagione della Legge Obiettivo di berlusconiana memoria:[4] libertà di agire senza il rischio di intoppi o impedimenti almeno per tutto l’arco temporale di gestione dei fondi del Pnrr. Anche il richiamo di Draghi da Bruxelles a modifiche che accolgano alcune critiche e la rapida riscrittura di alcune sue parti non modificano il senso e la filosofia del provvedimento che rimanda per altro ad una delle 53 misure che compongono il Pnrr persino la revisione completa del Codice degli Appalti per renderlo flessibile all’obiettivo di fondo: libertà di azione per il mercato. Per altro le paventate modifiche sono quasi una burla come nel caso del tetto dei subappalti fissato al 50% piuttosto che al 40% solo però fino al 31 ottobre, poi “liberi tutti” o come il rinvio a nuovo decreto dell’assunzione di 350 tecnci ad alta qualifica professionale per seguire l’attuazione del Piano o, infine, l’introduzione della formula di <offerta economicamente più vantaggiosa> al posto di <massimo ribasso> che rimane ambigua e lascia spazio a libere interpretazioni. La parte invece relativa ai passaggi volti a limitare o escludere vincoli in materia ambientale – prensente anch’essa tra le maglie del decreto, specie per quanto attiene il tema dei rifiuti e dell’incenerimento – non è stata toccato anche perchè quasi nessuno tra i partiti della maggioranza ha posto obiezioni.

Sugli effetti che avrà l’impianto normativo di liberalizzazione degli iter autorizzativi sinora vigenti sul paesaggio e sul territorio urbano non saranno solo le grandi opere e i grandi cantieri per l’Alta Velocità ferroviaria o per il Ponte sullo stretto di Messina a goderne ma anche l’intero mondo legato al settore edilizio costruttivo della progettazione e realizzazione di opere urbanistiche negli ambienti urbani dove speculazione immobiliare e imprenditoria d’assalto hanno sempre goduto di larghi margini d’azione e di profitto che da tempo auspicavano una liberalizzazione delle edificazioni nei centri storici, spogliandoli degli attuali abitanti, spesso ceti medio-bassi o anziani a favore di nuove costruzioni, prevalentemente a vocazione turistica. Il fatto che il Piano non preveda interventi di edilizia popolare ma strombazzi come innovativo il ricorso prevalente all’housing sociale abitativo non lascia dubbi quale strada intenda percorrere il Governo. Nonostante l’edilizia pubblica popolare sia ferma da decenni, che le liste di attesa per un alloggio popolare siano intasate dal altrettanto tempo, che si continui a procedere con sfratti esecutivi e che la situazione degli sfratti potenziali sia drammatica ,soprattutto nelle grandi città, il Pnrr destina a un generico “Programma per la qualità dell’abitare” 1,4 miliardi di euro dal 2022 al 2026 codificato dagli estensori del documento in riqualificazione e aumento degli alloggi sociali (che non sono la stessa cosa dell’edilizia popolare), migliore accessibilità all’alloggio e generico welfare urbano, il tutto affidato però all’edilizia privata sociale che compartecipa per un 30% dei costi.

A completamento di questo quadro è bene ricordare che il Decreto sostegni bis prevede l’allargamento dell’accesso ai mutui sulla prima casa per i giovani under 36 (si ipotizza la possibilità di 55 milioni di fondo ricavato da agevolazioni fiscali). Questa misura è calata in un contesto, quello nazionale, in cui l’ammontare annuo dei mutui-casa ha raggiunto la cifra monstre di 350 miliardi, flusso costante di denaro a favore della rendita finanziaria e immobiliare (banche, proprietari fondiari, imprese di costruzioni) mentre sono sempre più evidenti e estese anche al ceto medio le difficoltà di fare fronte alle scadenze mensili di questi debiti: una vera ridistribuzione di risorse dal basso verso l’alto attraverso l’industria del “mattone” che ha sfornato dagli anni 80 del 900 sino al primo decennio del 2000 ben 200 mila unità abitative all’anno destinate prevalentemente alla vendita, causa di consumo di suolo e di danni all’ambiente. Proprio la categoria “giovani” che dovrebbe godere di questa misura, categoria che sembra così cara al governo Draghi, è in gran parte in condizione lavorativa e reddituale precaria e non sarà certo l’agevolazione ad un ulteriore indebitamento a vita, come il mutuo-casa, a risolvere i suoi problemi di autonomia e futuro.[5] L’impostazione neoliberista dei provvedimenti e delle misure del Pnrr e dei decreti collegati anche in questo caso non contempla nè piani di edilizia popolare, nè provvedimenti di incentivazione all’affitto nonostante la gravità della situazione abitativa in Italia: 50 sentenze di sfratto all’anno, 220 mila pignoramenti, 100 mila abitazioni popolari vuote a fronte di 650 mila richieste.[6] Ragionamenti sulla ristrutturazione e riuso dell’esistente o sulla sua destinazione d’uso popolare, prevalentemente residenziale in affitto, sono pura fantascienza per il Governo pur essendovi nelle città un esteso patrimonio abitativo inutilizzato o immobilizzato per effetti speculativi. Parlare poi del ripopolamento abitativo di aree montane o della dorsale appenninica in via di spopolamento significa andare oltre anche agli scenari fantascientifici.

Ritornando invece all’istituzione del subappalto senza soglia e delle gare al massimo ribasso, qualunque sarà la formula finale del Decreto, l’intento rimane quello di aprire le porte ad una liberalizzazione selvaggia nei servizi e nei settori dove appalti e subappalti prosperano operando un salto all’indietro dei diritti, delle tutele e dell garanzie conquistate a duro prezzo negli anni passati dai lavoratori e dalle lavoratrici; il provvedimento, inoltre, si presta a favorire ancor di più l’infiltrazione già esistente mafiosa e illegale in filiere produttive facilmente infiltrabili e corruttibili. Ne conseguirà una scarsa trasparenza negli affidamenti d’appalto, nelle assunzioni e nel commercio e utilizzo di materiali.[7] Infine ne risentirà anche la sicurezza per i lavoratori con incidenti e mortalità nei posti di lavoro.  Una associazione come Libera attenta sentinella contro le mafie non poteva che denunciare queste misure come un vero e proprio favore fatto alla maggiore penetrazione di queste in determinati comparti produttivi.[8] L’intento del decreto semplificazioni di eliminare più possibili “lacci e lacciuoli” al dispiegarsi del libero mercato avrà effetti pesanti in alcuni specifici settori come ad esempio l’edilizia, le costruzioni in un Paese in cui l’economia criminale o, comunque, sommersa svolge un ruolo non marginale, con capitali massicciamente investiti nel Nord industriale del Paese e all’estero.

Nessun accenno nella parte relativa alla riforma della P.A. viene fatto sul miglioramento dei servizi pubblici per i cittadini: la digitalizzazione e la semplificazione della Pubblica Amministrazione prevista dal Pnrr non riguardano questo cambio di prospettiva, cioè enti, agenzie e servizi più trasparenti e rivolti alla soluzione degli iter burocratici dei singoli utenti, bensì si concentra sull’implementazione di tecnologie e procedure utili ad aumentare la produttività della Pubblica Amministrazione nella prospettiva di una sua migliore funzionalità per la crescita delle competitività dei mercati. Non a caso nel Pnrr la digitalizzazione della P.A. va a braccetto con quella delle PMI e dell’Industria 4.0 con ricadute finanziarie significative in questi settori ma anche nel complesso industriale militare, aspetto per altro non trascurabili visti gli ingenti finanziamenti diretti e indiretti che il Governo ha elargito e intende elargire al settore.[9]

La Rete Italiana Pace e Disarmo denuncia infatti l’assegnazione di una fetta dei fondi del Recovery Plain proprio all’industria militare giustificata secondo il Governo dalla necessità di rinnovare la capacità e i sistemi d’arma a disposizione dello strumento militare e sollecitata dalle Commissioni parlamentari competenti a seguito dell’audizione tenuta dai rappresentanti dell’industria militare.[10] Per operare in tal senso si è riscritta completamente la parte della bozza del Piano stilata dal precedente Governo relativa alla destinazione di questi fondi che non erano previsti.

  • Briciole di finanziamenti al welfare

Ben poco il Pnrr assegna al rafforzamento delle politiche di welfare nonostante i “buoni propositi” in tal senso dichiarati dal Presidente Draghi e dai Ministri competenti. Ancora una volta il welfare sconta l’impostazione dominante che vede gli investimenti in campo sociale come un costo da alimentare con quote residue di bilancio e questo è ancora più grave ora che il Paese è immerso in una crisi sociale profonda che ha messo a nudo tutte le debolezze e le mancanze dell’attuale stato sociale.

La sociologa Chiara Saraceno in una recente intervista a Il Manifesto ha evidenziato l’insufficienza degli investimenti previsti per questo comparto e soprattutto la mancanza di un quadro di misure universalistiche che rispondano ai bisogni sociali presenti da tempo nel nostro Paese, resi ancora più drammatici dalla crisi attuale. Ha citato a sostegno di queste critiche l’insufficiente stanziamento a favore di nuovi posti per i bambini negli asili nido e nelle scuole per l’infanzia – 230 mila a fronte di un bisogno stimato intorno a 1 milione 250 mila con uno stanziamento di 600 milioni, inferiore di molto persino a quanto previsto nel pessimo Piano Colao – la non risoluzione di alcuna problematica legata alla non autosufficienza degli anziani, per finire con la lacunosa formulazione di un assegno unico per i figli a carico e l’assenza di proposte concrete di trasformazione in forma universalistica dell’attuale Reddito di cittadinanza e delle altre misure parziali attualmente in campo, mentre sottolinea in negativo il permanere delle discriminazione per l’accesso a questi strumenti nei confronti degli stranieri che vivono nel nostro Paese.[11]

L’assegno unico per i figli a carico che, se inserito in un piano di misure di miglioramento del welfare familiare – pensiamo ai necessari interventi collaterali che sarebbero urgenti per risolvere il sopra citato problema della carenza di posti negli asili nido e nelle scuole per l’infanzia pubbliche e per contemporaneamente ridurre le rette che per molte famiglie risultano troppo esose o la rivisitazione dei criteri di assegnazione dei congedi dal lavoro per maternità e paternità per renderli maggiormente funzionali alle reali esigenze delle famiglie con figli – potrebbe rappresentare un elemento di razionalizzazione e un sostegno concreto, specie per le fasce più deboli e con reddito precario o intermittente, risulta viceversa penalizzante proprio per una parte dei nuclei familiari a reddito medio-basso e, sostanzialmente, un rattoppo all’abborracciato attuale welfare italiano perchè pensato, soprattutto, come risposta al decremento demografico e incentivo al suo incremento in funzione della ripresa economica del sistema. Questo, per altro, il senso del discorso fatto da Draghi agli Stati generali della natalità del 14 maggio scorso con la proposta dell’assegno unico per i figli a carico, ancora una volta, di impronta non universalistica ma categoriale che, di fatto, discrimina chi può accedere da chi ne viene escluso. Accesso o esclusione che viene ancora una volta affidata a un indicatore come l’Isee dimostratosi più volte poco efficace e discriminante per una distribuzione di natura universalistica. Per di più la faraginosità della proposta e i pochi fondi complessivi destinati al welfare familiare (20 miliardi contro i 100 che destina la Germania) rischiano di creare squilibri e perdite nette per chi attualmente percepisce l’assegno familiare, come denunciano Arel, Fondazione Gorrieri e Alleanza per l’infanzia che stimano in 1,35 milioni le famiglie che rischiano di subire una perdita annua media di 381 euro con l’introduzione di questo nuovo strumento.[12] Non può essere altrimenti se da un indicatore come quello attuale basato sul reddito da lavoro si passa ad uno dove la parte patrimoniale pesa molto di più: l’esito sarà quello della riduzione o esclusione dall’assegno di una significativa parte di famiglie. E come conteggiare la quota di assegno unico per i figli a coppie di lavoratori intermittenti, precari o costretti in parti dell’anno a lavoro sommerso senza una reale revisione degli ammortizzatori sociali in senso universalistico?

D’altronde la competitività del sistema non passa secondo gli estensori del Pnrr per l’istituzione di strumenti universalistici di garanzia del reddito, per il rafforzamento di servizi alla persona, per l’emersione dalla precarizzazione e dal sommerso delle lavoratrici che garantiscono le cure domiciliari agli anziani, bensì per la stabilizzazione e l’estensione di questa situazione, per la irrigidimentazione di queste figure lavorative in un nuovo sistema di sfruttamento liberato dal maggior numero possibile di vincoli, tutele e diritti. Al massimo se di ridisegno degli ammortizzatori sociali si dovrà trattare, per il Governo non potrà che darsi secondo il collaudato schema del workfare imperante in Europa anche di fronte all’evidenza stimata da ISTAT di un 20% di posti vacanti nel nostro Paese del totale di disoccupazione esistente.

Si coglie questo dalla lettura del Pnrr nonostante la realtà sociale indicherebbe strade diverse da quelle che il Governo e il blocco politico, sociale, economico e finanziario dominante intendono percorrere. L’ISTAT segnala, infatti, nell’ultimo rapporto un aumento significativo della povertà assoluta sia in termini familiari che individuali: la prima passata dal 6,4% del 2019 al 7,7% nel 2020 con un aumento di 335 mila unità, pari a 2 milioni di famiglie e la seconda passata dal 7,7% del 2019 al 9,4% del 2020 con un aumento di 1 milione di unità, pari a 5,6 milioni.[13] Sempre secondo l’Istituto di ricerca la povertà assoluta aumenta di più al Nord e riguarda 218 mila famiglie (7,6% rispetto al 5,8% del 2019) per un totale di 720 mila famiglie anche se il Sud rimane l’area con la presenza di più famiglie in povertà assoluta (9,3% contro il 5,5% del Centro). La povertà assoluta cresce in famiglie con persone di riferimento occupate: 955 mila famiglie di cui 227 mila in più rispetto al 2019 di cui metà con persone di riferimento occupate come operai o assimilati e un quinto come lavoratori in proprio.

A queste cifre impressionanti vanno aggiunte quelle relative alla perdita di posti di lavoro: nell’anno pandemico da febbraio 2020 a febbraio 2021 si sono persi 945 mila posti di lavoro; solo nell’ultimo trimestre 277 mila nonostante il blocco dei licenziamenti decretato dal Governo e nonostante il massiccio uso di cassa integrazione. Una perdita di posti di lavoro che ha riguardato tutte le età, statisticamente maggiore per i maschi ma va considerato che le donne partivano da dati di occupazione più bassi dell’uomo. Il mercato del lavoro basato su precariato a breve e brevissimo termine, tendenza rafforzata dall’introduzione nel 2015 del Job Act ha visto travolti questi impiegni in periodo pandemico con 372 mila occupati in meno e 355 mila lavoratori autonomi in meno (i lavoratori a tempo indeterminato licenziati sono stati 281 mila). Per la maggior parte si tratta di giovani e di persone nella fascia d’età tra i 35-49 anni, che è stata la più colpita.

E’ di conseguenza salita la disoccupazione. Il mercato del lavoro nonostante il blocco dei licenziamenti, per le caratteristiche che ha assunto, basato sulla precarietà, ha visto la caduta degli indici di protezione del lavoro del 17% per i licenziamenti collettivi e del 36% per i contratti a termine. Ma si tratta sempre dei dati ISTAT mentre sappiamo che il nostro mercato del lavoro è caratterizzato da una forte componente di lavori sommersi o non sempre statisticamente conteggiabili: il quadro, quindi, a fronte della crisi che ha colpito soprattutto i settori che maggiormente utilizzano questo tipo di assunzioni come commercio, turismo, ristorazione, spettacolo e cultura, è sicuramente molto più fosco.[14]

  • Sblocco dei licenziamenti, sostegni economici e libertà d’azione per il padronato

L’assenza di impegni concreti e visibili nel Piano sulla questione del reddito di base, di garanzia, comunque secondo principi universalistici; la mancanza di provvedimenti in merito e su un sistema di ammortizzatori sociali e previdenziali che coprendano anche i nuovi profili lavorativi precari, intermittenti o autonomi che sono emersi nella crisi pandemica (pensiamo alla vertenza dei lavoratori dello spettacolo o a quella dei riders come esempi); l’assenza di proposte concrete come una pensione di garanzia che, chiusa l’esperienza di Quota100, non riporti le politiche pensionistiche al quadro normativo della Legge Fornero; mentre, di contro, il Governo ha anticipato i tempi di azzeramento del blocco dei licenziamenti prefissati riconoscendo come legittime e proprie le pretese di Confindustria e del blocco di potere che le sostiene, conferma il volto ferocemente neoliberista dell’operazione in corso.

Uno studio della Banca d’Italia calcola che in assenza della crisi pandemica intervenuta la probabilità di 500 mila licenziamenti nel 2020, in linea con l’anno precedente sarebbe stata superiore di almeno 200 mila unità, per un totale di 700 mila se non ci fossero stati interventi governativi come il ricorso alla CIG e il blocco dei licenziamenti.[15] Lo studio si concentra prevalentemente sui lavoratori a tempo indeterminato perchè una ampia fetta di lavoratori a tempo determinato e precari non hanno goduto di alcun beneficio dovuto a queste misure. Lo sblocco dei licenziamenti previsto dal Governo nel Decreto sostegni bis recepisce in pieno gli interessi padronali e fornisce a questi ultimi, inoltre, ulteriori sostegni a fianco della possibilità di licenziare. Infatti dal 1 luglio le imprese avranno la possibilità di optare per due scelte:

  • utilizzare la cig ordinaria in modo gratuito evitando, quindi, di licenziare la quota di lavoratori ritenuti in esubero ottenendo comunque il risultato di liberarsene attraverso tale strumento risparmiando nella retribuzione (dal 9 al 15%) grazie all’incentivo fornito,
  • licenziare direttamente senza chiedere la cig.

Draghi lo ha definito un compromesso tra le diverse opinioni in campo ma è chiaramente un partita vinta da un solo vincitore: il padronato. Vittoria che si regge anche su quel 74% di flusso di denaro pubblico elargito in questo anno pandemico alle impresee sui fondi che gli arriveranno in via diretta e indiretta come previsto nel Pnrr; sostegni, incentivi, finanziamenti, facilitazioni sul mercato alle imprese che nell’anno pandemico non hanno mai, di fatto, chiuso i battenti, anzi alcuni settori hanno raddoppiato i propri profitti. Per altro le stime sulla competitività dei settori produttivi fornite dall’ISTAT[16] segnalano una situazione ben diversa dai lamenti di questi mesi di Confindustria e i 1.270 morti sul lavoro nel 2020, a cui andrebbero aggiunti quelli che quasi quotidianamente si registrano quest’anno sono una cartina di tornasole impietosa dell’aggressività prodduttivistica delle imprese in questo anno di crisi.

Dall’insieme delle misure presenti nel Pnrr, nel Decreto sostegni bis e Decreto governance e semplificazioni emerge un quadro sempre più preciso di un padronato all’offensiva, consapevole di avere alleati forti nella cabina di regia del Governo, determinato a non sprecare l’occasione fornitagli dalla crisi pandemica per segnare un punto forte di comando sulla forza-lavoro e, nello specifico, sulla riorganizzazione della produzione procedendo in piena libertà d’azione, grazie anche al Job Act mai messo in discussione da questo come dai precedenti governi, a massicci licenziamenti nei prossimi mesi per ridurre la base stabile di forza-lavoro occupata e ampliare la natura precaria del mercato del lavoro, marcando le differenziazioni mansionarie (vere e proprie aristocrazie operaie ad alta qualifica professionale al fianco ma non mischiate con parti più cospique di lavoratori dequalificati, sotto pagati e alcuni anche in condizioni semi-servili) e allargando la base precarizzata e dequalificata.

Il senso del progetto Industria 4.0 si esplicita in questo brutale attacco alle condizioni di vita e di reddito dei lavoratori e non solo e non tanto nell’innovazione tecnologica funzionale per centrare l’obiettivo del massimo profitto per l’impresa. Per l’attuale quadro confindustriale nessun ostacolo va posto davanti a questo obiettivo e l’aggressività di questi giorni, le dichiarazioni e l’attacco di fuoco operato con tutti i mezzi a disposizione al pur timido tentativo del Ministro Orlando di proporre una proroga di qualche mese a una parte dei licenziamenti, l’indicazione esplicita di alcuni esponenti confindustriali sulla Lega come “amica” nel Governo (fatto mai avvenuto in questo modo diretto in passato), lo stanno a dimostrare.

Persino la timidissima proposta del segretario del PD, Enrico Letta, di re-introdurre la tassa di successione per patrimoni milionari ha scatenato non tanto Salvini come era ovvio e scontato ma lo stesso Draghi che, quasi con un riflesso condizionato, ha subito bocciato la proposta rassicurando i ceti milionari che non è questo il momento di chiedere soldi agli italiani ma di darli. E, infatti, li sta dando a man bassa al padronato.[17] Di tassare multinazionali e patrimoni finanziari con questi chiari di luna è pura illusione; forse solo un accordo in sede comunitaria con i grandi gruppi multinazionali del digitale e dell’e-commerce potrà darsi a imitazione di quanto sta avvenendo negli Stati Uniti con i provvedimenti proposti dal nuovo Presidente Biden ma non sarà certo questo Governo a procedere su tale strada. Non è certo un caso che durante la breve polemica sorta tra Draghi e Letta sulla “propostina” di una tassazione che avrebbe riguardato poco meno dell’1% dei cittadini italiani super ricchi, il primo si sia affrettato a dire che qualsiasi misura fiscale se disgiunta dalla riforma dell’intero sistema fiscale non aveva ragione d’essere in questo momento e che, sempre non a caso, proprio la riforma fiscale sia una di quelle non contemplate come urgenti nel Pnrr.

E’, infatti, da tempo scomparsa qualsiasi discussione sul cuneo fiscale e, in generale, sulla progressività fiscale mentre nelle pieghe dei sostegni alle imprese si sprecano i provvedimenti ristorativi sul piano fiscale. Eppure il peso sulle retribuzioni da lavoro dell’erosione fiscale che già prima della crisi pandemica contribuiva a ridurre di almeno un terzo il compenso netto negli stipendi e salari in un Paese che aveva già la crescita salariale più bassa in Europa, dovrebbe essere al centro della discussione politica e programmatica del Governo e delle forze politiche e sociali anche alla luce dei processi di impoverimento sopra citati.[18] Così come la questione del salario minimo, anch’esso scomparso dall’agenda di governo e oggetto prima della crisi di una strumentale e ottusa opposizione del sindacato confederale in un Paese come il nostro dove non esiste una soglia minima di retribuzione e dove molti contratti sono decisamente sotto ai 9 euro lordi proposti a suo tempo dal M5s.[19]

  • Pochi spiccioli alla sanità

La parte di Cenerentola nel Pnrr la fa soprattutto la sanità, non tanto perchè non citata ma per l’insieme degli investimenti previsti e per la loro destinazione. Il fatto è ancora più grave visto lo stato di crisi che la sanità ha vissuto e vive all’interno della generale crisi pandemica. E’ evidente a tutti che il Sistema Sanitario Nazionale è andato in crisi di fronte all’impatto della pandemia da sars-covid-19, una crisi figlia del modello neoliberista del nostro sistema sanitario (come per altro avvenuto per lo stesso motivo nel resto dell’Europa e nel mondo occidentale), basato sulla privatizzazione dei servizi e della salute, impostato sul principio del just in time mutuato dal modello produttivo delle imprese, frutto di decenni di tagli funzionali alla trasformazione produttivistica del sistema che hanno azzerato la medicina di territorio, razionalizzato la rete ospedaliera sulla ricezione per acuti, demandato al privato convenzionato buona parte delle prestazioni, spezzettato la struttura nazionale del sistema in tanti sistemi regionali, approfondendo le differenze di prestazione e favorendo corruzione, logiche lobbistiche e concentrazione di eccellenze privatistiche in alcune parti del Paese, sguarnendo altre e di fatto negando il principio del diritto alla salute uguale per tutti.

Se nel primo periodo di lockdown queste cause sono state al centro dell’attenzione di tutti così come l’impegno profuso dal personale sanitario, deficitario per numero e per strumentazione causa i tagli operati nei decenni precedenti, a sopperire alle carenze gravi del sistema che rischiavano di provocare un aumento incontrollato del numero dei decessi (andrebbero aggiunti come con-causa della forte mortalità, specie in alcune regioni del Nord come la Lombardia, il cinico puntiglio di Confindustria di tenere aperte le aziende anche nel momento di maggiore impatto dell’epidemia e il profondo grado di inquinamento dei suoli e dell’aria concentrato nella pianura padana), oggi tutto questo viene sostanzialmente ricondotto alla logica neoliberista che presiede alle “missioni” del Pnrr. Lo si capisce chiaramente dallo stanziamento previsto, 15,63 miliardi e dai due obiettivi indicati: “reti di prossimità, strutture e telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale” a cui vengono destinati 7 miliardi e “innovazione, ricerca e digitalizzazione del servizio sanitario nazionale” a cui vengono destinati 8,63 miliardi. Se questi sono gli obiettivi e i fondi a disposizione non si può che condividere il commento fortemente critico del sindacato dei medici Anaoo – Assomed che rileva come “i 15 mld sono appena l’8% del fondo europeo, molto meno di quanto destinato per il bonus edilizio. I 5,6 mld destinati per l’ammodernamento degli ospedali appaiono largamente insufficienti rispetto alle necessità”.[20] Per di più, una buona parte dei 5,6 miliardi destinati all’ammodernamento degli ospedali, cioè 3,3 miliardi, saranno assorbiti da progetti già avviati, riducendo ancor più il totale dei fondi destinati a nuovi e necessari ammodernamenti. E’ vero come sostengono fonti del Ministero della Salute che i fondi complessivi alla sanità sono qualcosa in più arrivando a poco più di 18 miliardi grazie a voci di bilancio dello Stato esterne al Recovery found, ma rimane che solo 7 vanno alla riorganizzazione della medicina di territorio con interventi discutibili rispetto ai roboanti annunci di potenziamento di questa parte del sistema che si è rivelata un buco nero e rimane ancora tale – pensiamo alla  questione dei medici di base trasformati di fatto in impiegati che emettono ricette e del loro status di professionisti sganciati dal Sistema Sanitario Nazionale che non può essere risolto con l’introduzione della telemedicina o di case di comunità che, di fatto, sono i vecchi poliambulatori riverniciati; pensiamo inoltre alla questione dell’assistenza domiciliare sia per non autosufficienti che medica o alla questione delle strutture per gli anziani, entrambe entrare in crisi profonda per la logica produttivistica che le alimenta.

Niente viene previsto di significativo per potenziare il personale sanitario e probabilmente, passata la crisi, si ritornerà a piante organiche insufficienti e a carenze di personale specialistico, alla confusione di professionisti nella duplice veste pubblico-privato – la pandemia è stata affrontata causa i taglia al personale dei governi Berlusconi, Monti e Renzi con 5,6 infermieri ogni 1000 abitanti mentre la media Ocse è di 8,8 ma in Germania è 12,9 e in Francia 10,5. Ogni infermiere doveva seguire almento 11 pazienti quando il rapporto giusto non va oltre i 6 pazienti, in alcune regioni si arrivato persino a un rapporto di 1 a 17 come in Campania. Ci sono state in questi mesi delle nuove assunzioni dettate dall’emergenza ma un piano organico per il personale il Pnrr non lo prevede.[21]

Per capirne la logica basata prevalentemente sull’investimento di tecnologia digitale basti pensare che la parte di Piano stilata dal Ministro Speranza nella bozza del precedente Governo prevedeva per gli ospedali 34,4 miliardi e 14 per gli adeguamenti antisismici e antiincendio, carenze presenti da tempo nelle strutture ospedaliere. Il piatto forte del Piano per la sanità è, invece, l’infrastrutturazione tecnologica per la raccolta, l’elaborazione e l’analisi dei dati in concorso, guarda caso, in concorso con un gigante del complesso industriale militare come il Gruppo Leonardo spa che, a tale proposito, ha da tempo avviato accordi di collaborazione con le case farmaceutiche.[22] A gongolare, siamo sicuri, saranno anche le assicurazioni mediche per la possibilità di razionalizzazione dei dati medici degli utenti a cui non è peregrino pensare potranno, per una strada o per un’altra, accedere con più facilità.

Il rilancio della produttività, obiettivo principe del Pnrr, riguarda anche la sanità. Le storture di un Sistema Sanitario Nazionale divenuto sistema differenziato regionale improntato più o meno profondamente alla sua privatizzazione, dopo le critiche e i buoni propositi del periodo marzo-aprile 2020 vengono accantonate per riprendere il filo interrotto del processo di ospedalizzazione specialistica di impronta privatistica, nel pubblico come nel privato e di razionalizzazione dell’offerta medica sul territorio in regime pubblico-privato. Certo, rispetto a ieri, oggi si riprende a investire sulla sanità ma senza intaccare il senso delle politiche sanitarie frutto del salasso di ben 37 mld nel solo periodo 2010-2019.

  • Niente green nella transizione ecologica del Governo Draghi

Insieme alla transizione digitale la retorica governativa assume come uno dei principali capisaldi del Pnrr e della sua azione per la ripresa competitiva del Paese la transizione ecologica. Non manca provvedimento o iniziativa del Governo che non venga annunciato come tassello della transizione ecologica in atto e implementazione di politiche improntate alla green economy. Eppure spulciando il Piano non c’è nulla relativamente al risanamento del territorio, alle necessarie e urgenti bonifiche di ampie aree inquinate, al riordino paesaggistico e al risanamento idrogeologico del Paese. Invece spuntano qua e là, sia direttamente nel Pnrr, sia nelle pieghe dei decreti collegati, norme volte a facilitare progetti e opere di tutt’altro tipo, in continuità con le politiche di consumo del suolo, di sfruttamento delle risorse fossili e di inquinamento delle risorse naturali e dell’aria. Ecco allora comparire, ad esempio, nell’ultima bozza del Decreto semplificazioni e governance all’art.37 dallo stimolante titolo “Misure di semplificazione per la promozione dell’economia circolare” la concessione ai cementieri di utilizzare come combustibile il CSS,[23] combustibile osteggiato da decine di comitati che ne hanno denunciato la pericolosità per l’ambiente e la salute e che da decenni lottano contro i livelli di inquinamento provocati dai cementifici in varie parti d’Italia, senza più bisogno di una valutazione di impatto ambientale ma semplicemente di una comunicazione di utilizzo. Tutto il provvedimento è intriso del proposito di eliminare più vincoli possibili, specie in ambito ambientale, abbreviando i tempi autorizzativi e limitando più possibile, di contro, ogni tipo di opposizione locale.

Gli inceneritori, nonostante le smentite del Ministro Cingolani,[24] entrano come impianti di natura strategica per la porta di servizio nel Pnrr attraverso il Decreto semplificazioni anche se l’Europa non prevede finanziamenti dedicati a questo settore nel Recovery Plain; lo si fà mascherandoli da impianti per la produzione di energia termica da”residui e rifiuti”. E dietro agli inceneritori si infilano anche i cementifici; in tal modo la lobbie dei cementieri e di quanti operano nel poco trasparente mercato dei rifiuti colgono una conquista sinora sempre bloccata dall’opposizione popolare.

Il Ministro Cingolani, quello che doveva essere il “grillino” nel Governo secondo l’Elevato e la nomenclatura del M5s, oltre a rinverdire l’ipotesi nucleare,[25] aggiunge smentite a smentite anche in tema di concessioni alle trivellazioni in mare, dichiarando che queste erano già state avviate al suo arrivo; dichiarazioni facilmente smentite da parte delle associazioni ambientaliste e dai comitati No-Triv.[26] Intanto gongolano petrolieri e Eni, Enel, Terna, Snia diventati alfieri della green economy, dell’economia circolare e della transizione ecologia. Proprio con queste imprese a capitale controllato dal pubblico, più la Stellantis a capitale privato, Draghi e Cingolani hanno avuto nell’aprile scorso un importante incontro per tracciare linee di programmazione per il Pnrr frutto degli interessi nel settore energetico di questi gruppi industriali, in particolare il richiamo all’idrogeno per sdoganare il metano attraverso ricerca e sviluppo del processo Ccs, sostanzialmente l’interramento della C2 come panacea dell’allineamento dell’Italia allo sforzo globale per ridurre i livelli di inquinamento atmosferico.[27] Perchè mai, se non fosse così, l’Eni si sarebbe sbilanciata nell’ultima assemble degli azionisti a presentare un piano di investimenti per il quadriennio 2020-2023 di 24 miliardi per il settore degli idrocarburi di cui il 70% è destinato ancora alle fonti fossili e il 7% a quelle rinnovabili? Perchè il Ministro Cingolani continua a puntare sull’idrogeno blu e quindi sulle fonti fossili per un periodo molto lungo di transizione…ecologica. Altro che puntare sulle energie rinnovabili eoliche e solari: si tratta solo di specchietti per le allodole, in realtà la torta se la papperanno i grandi gruppi dell’energia, il comparto dei petrolieri, il settore dell’incenerimento.

Mancano del tutto nel Piano azioni per la difesa della biodiversità o per il superamento del sistema dei grandi allevamenti intensivi basati su pratiche insostenibili di sfruttamento degli animali, fonte di inquinamento biogeochimico e di consumo intensivo di acqua e suo inquinamento, questioni queste affatto trascurabili per una vera transizione ecologica.

Risulta, quindi, condivisibile il commento al Pnrr per quanto attiene a questa “missione” fatto dal portavoce nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli: “Il problema del Pnrr, scritto dal ministro Cingolani per quanto riguarda la parte sulla transizione ecologica è che la transizione non c’è perché si rinuncia a finanziare il trasporto pubblico, i depuratori, le reti idriche che perdono il 41% di acqua potabile e oggi che è la giornata della biodiversità [il commento è del 23/05/2021] ricordo che il Piano di resilienza destina solo lo 0,8% delle risorse totali. L’avversione del ministro alla mobilità elettrica a cui destina solo 750 milioni di euro e il poco impulso dato alle rinnovabili favorendo invece l’idrogeno alimentato a gas spiega che l’impostazione è nei principi vicina alla transizione ecologica ma nei contenuti assolutamente lontana. […] In più si dice Si al ponte sullo stretto di Messina in un’area ad alto rischio sismico: dovè la transizione ecologica?”

Proprio il Ponte sullo stretto di Messina e l’Alta velocità ferroviaria al Sud, come soluzione dei problemi di arrettratezza infrastrutturale di questa parte del Paese sintetizza la logica distorta del Pnrr per quanto riguarda la trasizione ecologica che ho definito simile a quella che ispirava le stagioni del berlusconismo delle Grandi Opere. Se per il Ponte sullo stretto di Messina i rilievi critici sono ormai conosciuti – un’opera inutile per le reali necessità di collegamento tra isola e continente che sono ben altre; dannosa per l’equilibrio ambientale del territorio in cui la si vuole inserire – la riproposizione dell’interesse per l’Alta Velocità ferroviaria come modalità principale di trasporto su rotaia merita qualche commento.

Non è che l’Alta Velocità ferroviaria sia di per sè una modalità inutile e negativa – il numero di passeggeri che utilizzano AV-Ferrovia e Italo sono aumentati significativamente sulle linee Napoli-Milano-Torino o Roma-Bologna-Venezia[28] –  ma dovrebbe innestarsi su una rete ferroviaria regionale efficiente e in grado di collegare con nodi intermedi tutto o quasi il territorio nazionale. Sono di gran lunga, infatti, i pendolari su piccole e medie distanze i fruitori di un sistema ferroviario poco efficiente sia nella rete che nel materiale rotabile. Inoltre, oltre a pensare alla intermodalità del trasporto aereo con l’Altà Velocità ferroviaria – anche questo di per sè non negativo se fosse pensato a ridurre significativamente il trasporto aereo su medio-piccole distanze e la progettualità per nuovi aereoporti – si dovrebbe prioritariamente approntare un piano di intermodalità metropolitana tra ferrovia, tranvia, metropolitane di superfice ecc. che è fermo come progetto agli anni 80 del secolo scorso, accantonato dall’allora classe dirigente per puntare sull’AV. A distanza di decenni ritorniamo ancora alla stessa stortura strategica.

La rete ferroviaria italiana corre attualmente su 24 mila km di rotaie, molti meno di quanti ne aveva nella prima metà del ‘900, dismessi per le politiche considerate moderniste che hanno favorito la mobilità su strada così come la stessa sorte è capitata al trasporto pubblico urbano (tram e bus): i fondi del Pnrr non privilegiano un ri-potenziamento delle linee che sono ancora esistenti in buona parte, solo dismesse e abbandonate come una buona parte delle strutture (stazioni, caselli, case cantoniere) e continuano ad essere abbandonate. Nell’ultimo decennio sono stati dismessi 33km di rete ferroviaria ad Aosta, 400 km in Piemonte, 66 a Benevento, 127 tra S. Nicola di Menfi e Gioia del Colle in Puglia, 118 tra Sulmona e Carpinone in Friuli ecc. Gli Intercity sono state depotenziati per favorire l’AV.

Nel Pnrr dei 24,77 miliardi destinati a investimenti sulla rete ferroviaria solo 3,34 riguardano le linee locali, sostanzialmente per il “potenziamento ed elettrificazione”.  Anche qui la transizione ecologica si rivela un grande affare per gli interessi che sottendono ai grandi cantieri delle grandi opere e non per l’interesse generale così come in tutte le “missioni” contenute nel Pnrr, volte a favorire gli interessi particolari dei gruppi di potere di cui è espressione il Governo Draghi e, allo stesso tempo, fornire gli strumenti normativi e di progettualità per una normalizzazione capitalistica che consenta al manovratore di operare disgregando, inceppando quando non può controllarli, i processi di opposizione e conflitto nei posti di lavoro e nei territori, fatti di rivendicazioni economiche e di rivendicazione dei diritti, di difesa delle risorse naturali, dell’ambiente, del paesaggio, della salute. In più parti nella società, in forma ancora insufficiente e marginale, con livelli inadeguati di organizzazione e ricomposizione, si sono dati momenti conflittuali interessanti e potenzialmente ricchi: si tratta di partire da questo patrimonio disperso riannodando i fili della soggettività che vi ha dato vita in movimenti ricompositivi in grado di inceppare e fermare questo disegno che vuole far pagare i costi per uscire dalla crisi pandemica a prezzi molto alti ai soli ceti proletari.

29 maggio 2021

Paolo De Marchi


[1] Si veda la valutazione espressa al momento dell’investitura dell’attuale governo in “Il debito buono di Mario Draghi”, Paolo De Marchi in https://adlcobas.it/category/approfondimenti/page/2/  

[2] “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza” https://www.governo.it/sites/governo.it/files/PNRR_0.pdf. Si veda in particolare il capitolo 4 “Valutazione dell’impatto macroeconomico” .

[3] Si veda sull’idea di una Soprintendenza unica per quanto attiene alla tutela dei beni ambientali e paesaggistici

“Sprintendenza speciale unica, scacco matto” di Arianna Di Genova, in Il Manifesto del25 maggio 2021

[4] Sulla stagione delle Grandi Opere e della Legge Obiettivo (n. 443/2001), istituita dal Governo Berlusconi e sui guasti prodotti da questa legge in termini di consumo di suolo, corruzione negli appalti e distruzione dell’ambiente si veda l’accurato lavoro di inchiesta in Ivan Cicconi “Le grandi opere del Cavaliere”, Koiné nuove edizioni, 2004.

[5] Si veda sulla condizione giovanile qui accennata la sintesi della ricerca CNG_Eures in https://consiglionazionale-giovani.it/wp-content/uploads/2021/05/EURES_SINTESI_DEF.pdf   Su 960 giovani tra i 18 e i 35 anni intervistati nell’aprile 2021 oltre la metà negli ultimi 3 anni ha avuto un reddito medio inferiore ai 10 mila euro; solo il 7,4% ha gudagnato oltre i 20 mila euro. Dalla ricerca si evince che l’effetto delle detrazioni fiscali per redditi così bassi sono inconsistenti. Inoltre solo 12% è risultato proprietario di casa, solo 1 su 10 di loro ha provato a chiedere un mutuo e il 7,8% lo ha ottenuto mentre il 40% non lo può neanche chiedere. Nei 5 anni successivi al completamento degli studi solo 1 su 3 (37%) degli intervistati ha avuto un lavoro stabile, il 26% contratti a termine e un quarto disoccupati. Ovviamente il 50,3% vive con i genitori e solo il 38% vive da solo o con il partner in affitto.

[6] Si veda “Nel Recovery zero case popolari: 2,8 vanno all’housing sociale. Che piace alle fondazioni ma in 12 anni ha creato solo 9 mila alloggi”, Francesco Floris, Il Fatto Quotidiano del 24 maggio 2021; https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/05/24/nel-recovery-zero-case-popolari-28-miliardi-vanno-allhousing-sociale-che-piace-alle-fondazioni-ma-in-12-anni-ha-creato-solo-9mila-alloggi/6201461/

[7] Opportuna riflessione in merito alla sicurezza intesa come fastidio e costo dal padronato è quella di Marco Caldiroli, Presidente di Medicina Democratica in “Contro la sicurezza con l’aggravante del futile motivo” in Il Manifesto del 29/05/2021 in denuncia la grave insufficienza del contrasto ai rischi nei posti di lavoro del sindacato confederale, l’inutilità dei “patti” e “tavoli” con le controparti che si risolvono in nulla di fatto se non in modalità spartitorie sulla formazione e attuazione dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza.

[8] Per la posizione critica di Libera in merito al decreto semplificazioni si veda https://www.libera.it/schede-1761-ipotesi_testo_decreto_semplificazioni

[9] La Legge Finanziaria 2021 ha destinato al bilancio della difesa 24,5 miliardi di euro con un aumento del 6,5% del finanziamento rispetto al 2020. Sommando le spese a bilancio con le altre voci di spesa in capo ad altri ministeri ma destinati al complesso militare industriale, la spesa militare italiana sfiora i 30 miliardi di euro (82 milioni al giorno). Si veda sui finanziamenti all’industria militare e sulle voci del Pnrr che prevedono ricadute di finanziamenti a favore di questo settore  “Fermiamo la guerra” opuscolo a cura di Comitato Bds, Comitato di lotta per salute mentale di Napoli, Comitato pace, disarmo e smilitarizzazione, Napoli città di pace, Rete campana contro la guerra e il militarismo scaricabile all’indirizzo http://tinyurl.com/opuantim.

[10] Le Commissioni parlamentari competenti hanno giustificato il loro favore alla destinazione di fondi aggiuntivi all’industria militare italiana con la raccomandazione a “incrementare, considerata la centralità del quadrante mediterraneo, la capaictà militare dando piena attuazione ai programmi di specifico interesse volti a sostenere l’ammodernamento e il rinnovamento dello strumento militare, promuovendo l’attività di ricerca e di sviluppo delle nuove tecnologiee dei materiali”. Su questo si veda Si veda “Con i fondi del piano di ripresa finanziamenti all’industria delle armi” Emma Mancini in https://www.dirittiglobali.it/2021/04/con-i-fondi-del-piano-di-ripresa-finanziamenti-allindustria-delle-armi/ e “Recovery Plan, dalle commissioni Difesa ok all’uso di fondi europei nel settore armi. Sottosegretario Mulè: <Stessa idea del Governo>” Gianni Rosini, in Il Fatto Quotidiano, 1 aprile 2021. https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/04/01/recovery-plan-dalle-commissioni-difesa-ok-alluso-dei-fondi-europei-nel-settore-armi-sottosegretario-mule-stessa-idea-del-governo/6152853/

[11] Chiara Saraceno. <Recovery, dagli asili al reddito sul welfare servono più investimenti”, intervista a cura di Roberto Ciccarelli, in Il Manifesto del 28 aprile 2021

[12] “Universale ma non troppo, i paradossi dell’assegno unico per figli” Roberto Ciccarelli, in Il Manifesto del 15 maggio 2021. Si veda anche lo studio fatto dall’Associazione Arel in https://welforum.it/sulla-proposta-di-istituzione-dellassegno-unico-e-universale-per-i-figli-auuf/ che muove alcune critiche alla misura proposta dal Governo. Critiche alla misura anche dalle Acli in La Repubblica on line https://www.repubblica.it/economia/2021/05/10/news/acli_assegno_unico_famiglia_figli-300320735/ . Interessante anche il commento di Fernando Di Nicola e Edoardo di Porto in “Assegno unico per i figli: non tutto e risolto” in lavoce.info https://www.lavoce.info/archives/73645/73645/ dove si analizza in forma critica proprio l’affidamento all’Isee come strumento di selezione per l’accesso o meno all’assegno. Interessante e collegato alla critica espressa sull’utilizzo dell’Isse anche un altro intervento degli autori sempre su lavoce.info dal titolo “Disboschiamo la giungla dell’Irpef” in https://www.lavoce.info/archives/46895/riforma-dellirpef-separare-limposta-dalle-detrazioni/

[13] ISTAT “Stime preliminari povertà assoluta e delle spese per consumi” in https://www.istat.it/it/archivio/254440

[14] Per quanto riguarda i dati relativi all’occupazione di lavoratori a tempo determinato si veda “La precarietà occupazionale e il disagio salariale in Italia. Le conseguenze della pandemia sull’occupazione e sui salari”, Nicolò Giangrande, Fondazione Giuseppe Di Vittorio e, soprattutto, le Interessanti le riflessioni fatte dall’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio a Il Manifesto in “Il blocco dei licenziamenti ha bloccato ben poco”, 30/05/2021.

[15] Elena Viviano “Alcune stime preliminari degli effetti delle misure di sostegno sul mercato del lavoro”, Banca d’Italia, 16 novembre 2020, reperibile on line in https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/note-covid-19/2020/Nota-Covid-19.11.2020.pdf

[16] ISTAT stima che a gennaio il fatturato dell’industria, al netto dei fattori stagionali, è aumentato del 2,5% in termini congiunturali, con performance migliori sul mercato estero rispetto a quello interno. Tutti i raggruppamenti principali di industrie a gennaio segnano aumenti su base mensile. Si veda ISTAT Statische flash 23 marzo 2021 “Gennaio 2021 Fatturato dell’Industria”.

[17] Per un commento puntuale sul tema e fuori dal coro di consensi alla risposta di Draghi alla proposta Letta si veda Salvatore Cingari “La redistribuzione e i fantasmi della politica” in Il Manifesto del 30/05/2012

[18] In una disamina relativa al peso del cuneo fiscale sulle retribuzioni lavorative – l’insieme delle imposte e dei contributi sociali che fanno la differenza tra retribuzioni nette e costi del datore di lavoro – pubblicata il 16 settembre 2019 in La Repubblica, si rilevava che questo era tra i più pesanti al mondo, subito dietro a Belgio e Germania, altri due Stati aderenti all’UE.

[19] Solo 6 Stati su 28 dell’UE non hanno una soglia di salario minimo definita: Austria, Cipro, Danimarca, Finlandia, Svezia e Italia. Dove esiste esso rispeccia il divario retributivo esistente tra Stati dell’est e dell’ovest dell’Unione: si va dai 286 euro di Bulgaria o 464 di Ungheria ai 1.577 della Germania o 1656 dell’Irlanda. In Italia la proposta di 9 euro lorte del M5s non avrebbe garantito un salario o stipendio dignitoso ma appena inferiore ai 1.200 euro, soglia sotto la quale vi sono molti contratti collettivi firmati dalle confederazioni sindacali CGIL-CISL-UIL. Nel mondo del lavoro regolato da contratti nazionali si va da paghe orarie di 4,33 euro per i lavoratori degli Enti Lirici (750 euro mensili) a 4,60 euro per i dipendenti della vigilanza privata (meno di 800 euro mensili); i minimi salariali per i lavoratori dell’abbigliamento, delle agenzie di viaggi, dell’agricoltura oscillano tra i 5,17 euro e i 6,94 euro; per il personale ATA si arriva a 8,29 euro orari. I lavoratori italiani del settore alberghiero e calzaturiero o che prestano servizio nelle Case di cura, che lavorano nel settore del commercio, quelli che lavorano come soci lavoratori nelle cooperative sociali, nella nettezza urbana, nelle pulizie multiservizi ecc. ricevono minimi salariali orari intorno ai 7,5 euro e, quindi, percepiscono salari mensili netti sotto o pari o appena superiori ai 1000 euro.  Una quantità di lavoratori sostanzialmente poveri, ulteriormente impoveriti dagli effetti della crisi pandemica e dall’assenza sia di ammortizzatori sociali adeguati che da interventi a loro favore non previsti nei vari decreti ristori, sia dal peso del costo della vita (consumi, bollette, affitti, mutui) che per questi non ha visto in campo misure analoghe a quelle pensate per le imprese.

[20] Ho ripreso la dichiarazione del sindacato dei medici Anaoo – Assomed da Adriano Pollice “I nuovi investimenti rischiano di finire all’industria bellica e non alla sanità”, in Il Manifesto del 30 aprile 2021.

[21] Si veda sulla carenza di personale le dichiarazioni del segretario nazionale di Anaao Assomed, Carlo Palermo, in “La festa amara di medici e infermieri. <Diritti e tutele ci sono negati>”, Adriana Pollice, Il Manifesto dell’1 maggio 2021 e l’intervista al presidente degli ordini dei medici, Filippo Anelli in “Anelli <Nel Pnrr non ci sono le risorse per reclutare i professionisti sanitari>” a cura di Andrea Capocci, Il Manifesto del 12 maggio 2021 dove rileva la mancanza di partecipazione democratica dal basso ad una vera riforma dell’attuale SSN come avvenuto in parte nel 1978 e dove esprime perplessità sulla indeterminatezza dei soggetti che dovranno utilizzare i fondi per le misure previste, in particolare le Regioni.

[22] Leonardo s.p.a. azienda italiana attiva nei settori della difesa, dell’areospaziale e della sicurezza il cui maggiore azionista è il Ministero dell’economia e delle finanze con il 30% delle azioni. Il settore difesa rappresenta il 68% del suo fatturato. Ha sostituito nominalmente la vecchia Finmeccanica e oggi è strutturata in 5 divisioni operative: Elicotteri, Veivoli, Aerostrutture, Elettronica e Cyber Security (ex Sistemi per la Sicurezza e le Informazioni).

[23] CSS o combustibile solido secondario derivato dalla lavorazione di rifiuti urbani non pericolosi e speciali non pericolosi. Con una gabola il D.L. 152/2006 Testo Unico dell’Ambiente aveva derubricato il CDR o combustibile dereivato da rifiuto in CSS facilitandone l’impiego negli impianti di incenerimento e soprattutto nei cementifici. Molti studi hanno dimostrato la pericolosità di questo combustibile e il suo pesante impatto inquinante nell’aria. A Monselice (PD) nell’inverno 2016 un grande movimento popolare NO-CSS denominatosi “Cambiamo Aria”  ha impedito l’utilizzo di questo combustibile già in fase di avanzata autorizzazione attraverso una serie di massicce mobilitazioni cittadine. Sulla scorsa della vittoria di Monselice (PD) anche in altri siti di cementifici movimenti e comitati analoghi hanno intrapreso mobilitazioni in tal senso. Si veda per una conoscenza di queste vicende i contributi postati in www.padovanabasse.it

[24] Si veda l’occhiello relativo a questo punto dal titolo “Il Ministro apre: inceneritori? Serve riflessioni” in Carlo Di Foggia “Arriva lo <sblocca tutto>: mano libera per sei anni” in Il Fatto Quotidiano del 28 maggio 2021

[25] Sulla conversione nucleare del Ministro Cingolani si veda Giorgio Ferrari “Se il Ministro loda l’alternativa dell’energia nucleare” in Il Manifesto del 21 maggio 2021

[26] “Trivelle. L’ok arrivato da Cingolani” di Virginia Dalla Sala in Il Fatto Quotidiano del 28 maggio 2021

[27] Ccs o <carbon capture and storace> , cattura e stoccaggio di anidride carbonica, progetto che punta a mettere il gas serra delle attività industriali sotto il mare. Si è lanciata in questa impresa proprio l’ENI che lo farà in Inghilterra nella baia di Liverpool, ad Abu Dhabi e al largo di Ravenna in Italia, nel mare Adriatico. Progetto che ENI ritiene strategico, puntando quindi tutto sul gas, combustibile fossile inquinante, mentre punta a pulire l’aria catturando CO2 per nasconderla in mega discariche sottomarine. Il progetto al largo di Ravenna rientrerà tra quelli possibilmente finanziati dai fondi Pnrr.

[28] Si vedano i dati in “Rapporto Pendolaria 2021” a cura di Legambiente. https://drive.google.com/drive/u/1/folders/185xfrIheg0eOvWCvWdDxNWRuaz0sTUsv

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