La costruzione del consenso nell’epoca digitale

E’ pur vero che il consenso al governo gialloverde trova reali riscontri nei voti ricevuti e in molte altre concrete circostanze che tocchiamo con mano tutti i giorni, ma quanto di costruito e percepito c’è in tutto ciò e quanto rispecchia fedelmente o, viceversa, si discosta dalla realtà del nostro Paese? L’intervento di Paolo De Marchi

Vento in poppa per Lega e M5s ma…

Sondaggi e proiezioni sul gradimento del governo gialloverde, di Salvini e Di Maio ci vengono sparati addosso tutti i giorni dai notiziari e talk show televisivi, dai social, dai giornali. Ultimi in ordine di tempo il gradimento ricevuto dal Decreto Sicurezza.

Che il Paese abbia fornito segnali chiari e concreti a favore dei due partiti di governo e che spiri un vento xenofobo, razzista, reazionario o quanto meno rancoroso è sotto gli occhi di tutti. Che Salvini in particolare abbia il vento in poppa nell’accreditarsi come nuovo leader agli occhi di buona parte dell’elettorato di centro destra risucchiando verso la Lega consensi che prima andavano a Berlusconi e a FI è un altro dato di fatto. Che i 5 stelle tengano nei consensi nonostante rimangiamenti di imegni e pasticci vari è altrettanto vero. Che sia più che percepibile un rancore profondo, di pancia in molte parti del Paese e che tutto ciò sembri trovare l’unica soluzione possibile nelle proposte populiste, nazionaliste e identitarie dei gialloverdi è altresì vero. Quantomeno viene fatto passare, dal sistema d’informazione, come assodato e  vero.

D’altra parte questa situazione non è nata dal nulla, improvvisamente. Vi hanno contribuito anni di berlusconismo e di neoliberismo condiviso da governi di centro destra e, soprattutto, di centro sinistra, ma alla creazione di un clima favorevole al radicamento di questo consenso alle politiche della paura e del populismo dei gialloverdi ha contribuito significativamente proprio il  sistema dell’informazione, stampa, social, televisiva, lo stesso che ipocritamente oggi grida al lupo. Lo ha fatto attraverso la continua enfatizzazione di falsi pericoli; alimentando una altrettanto falsa narrazione sull’incombente invasione di immigrati nel nostro Paese; alimentando campagne sull’insicurezza nelle nostre città e mettendo sempre in primo piano, generalizzandoli, episodi legati a questi aspetti e, di contro, marginalizzando o ignorandone altri di segno contrario.

…è tutto oro quel che luccica?

E’ pur vero, allora, che il consenso al governo gialloverde trova reali riscontri nei voti ricevuti e in molte altre concrete circostanze che tocchiamo con mano tutti i giorni, ma quanto di costruito e percepito c’è in tutto ciò e quanto rispecchia fedelmente o, viceversa, si discosta dalla realtà del nostro Paese? Insomma la domanda è: quanto influisce il sistema di comunicazione massmediatica nella sua attuale complessità digitale su tutto ciò?

La propaganda computazionale nell’era dellle piattaforme digitali

Proviamo a rispondere partendo dall’affermazione di Antonio Martusciello, Commissario dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni: “Il sistema democratico è ornai sempre più messo a rischio dalla cosiddetta propaganda computazionale che, con l’impiego di algoritmi e profili automatizzati, condiziona l’opinione pubblica creando l’illusione che ci sia un qualche tipo di consenso intorno a una questione o candidato”

Martuscello denuncia solo ora un processo ormai consolidato e utilizzato da tempo sia per campagne commerciali che politiche in grado di costruire identità fittizzie virtuali che modificano la quantità del consenso ricevuto da un prodotto piuttosto che dalle idee o proposte o azioni di un politico o partito. Egli denuncia gli effetti che sta producendo nella percezione delle persone l’utilizzo di quelli che in termini tecnici vengono definiti Spambot commerciali o bot politici, cioè robot motivati da programmi automatici che uniscono tecnologia robotica a ricerca semantica per scopi manipolativi delle identità, riuscendo in tal modo a focalizzare il consenso su un prodotto o su un politico o su una campagna o obiettivo politico o elettorale. Punta il dito insomma sulle operazione di marketing digitale commerciali o politici sempre più spesso commissionate da gruppi industriali o partiti o consorterie elettorali.

Dominic Cardon nel suo “Cosa sognano gli algoritmi. Le nostre vite al tempo dei big data” (Mondadori 2016) scrive che i “robot cliccanti aumentano artificialmente l’audience dei siti o il numero di visioni su You Tube” e che il mercato dei falsi accout su Facebook o Twitter “permette alle imprese” di “gonfiare artificialmente i loro contatori e di vantare notorietà che non corrispondono al vero”. Al tempo della ricerca di Cardon (2016) si calcolava che in internet fossero presenti un numero di pareri falsi tra il 10 e il 30%.

Nelle campagne computazionali a guidare il gioco sono agenzie private che agiscono per conto di soggetti o gruppi commerciali o politici facendo leva su parole o slogan lavorati sul piano semantico che attraverso una catena di account moltiplicatori vengono immessi in rete.

Il caso Cambridge Analytica

Una di queste agenzie, divenuta famosa per lo scandalo provocato dal suo utilizzo di un numero esorbitante di dati recuperati in Facebook senza il permesso dei proprietari degli stessi è indubbiamente Cambridge Analytica, agenzia di marketing politico che ha utilizzato la raccolta dati per influenzare a favore dei committenti campagne elettorali e referendum come quella a favore di Trump o sulla Brexit. Andando indietro nel tempo lo “scandalo” che ha coinvolto Cambridg Analytica scopriamo che la vicenda prese corpo con le ricerche fatte da un psicologo accreditato all’Università di Cambridge di nome Alexandre Kogan. Questo ricercatore aveva realizzato un’applicazione utile a chiunque volesse servirsene per fare un test sulla propria vita digitale; l’applicazione, attivata nel 2014 in Facebook USA gli permise di raccogliere, per ammissione di Zuckrberg[1], 270.000 profili di ingenui utilizzatori del social network non semplicemente per fini di ricerca accademica. Kogan aveva nel frattempo registrato a titolo privato una sua agenzia, la Global Scienze Research, per commercializzare questi dati e lo fece entrando in affari con Cambridge Analytica, girandogli 87.0000.000 di profili ricavati da FB, una parte anche italiani.[2] L’uso che ne ha fatto l’agenzia è stato oggetto di discussione quando la vicenda è diventata di interesse pubblico; meno conosciuto è il fatto che Cambridge Analytica fosse molto legata, se non una vera succursale, alla Strategic Communications Laboratories (SCS) che da più parti si dichiara lavori a stretto contatto con la Difesa e l’Intelligence britannica, con quella americana e con la Nato e spesso sia risultata “coinvolta in molte elezioni politiche negli ultimi venti anni in sessanta paesi”.[3] Non si tratterebbe più, quindi, di sole agenzie private che mettono a disposizione a pagamento la loro banca dati ma di collaborazioni strette con agenzie statali come si evince anche dalle dichiarazioni rese proprio da Zuckerberg al Parlamento Europeo il maggio scorso dove ammise di aver collaborato con le autorità tedesche nelle elezioni dell’autunno 2017 e di aver chiuso durante le elezioni presidenziali francesi ben 30.000 finti account.[4]

Il caso Italia

E in Italia? Steve Bannon, ex consigliere di Trump, promotore e finanziatore di movimenti di estrema destra negli USA e ora anche in Europa con la sua Fondazione The Movement, molto attivo proprio nelle operazioni di raccolta e utilizzo di bigdata utili alle campagne di propaganda computazionale, ha dichiarato recentemente che in Italia è in corso un importante esperimento politico. Esperimento, per la verità, in atto già da anni, nel quale si sono distinte alcune forze politiche per la incisività sulle dinamiche politico-sociali reali attraverso un messaggio mediato dall’utilizzo massiccio di dispositivi e operazioni digitali. E’ innegabile che M5s e Lega di Salvini siano i due principali operatori e utilizzatori di questo marketing digitale.

M5s e piattaforma Rousseau

Per il M5s a indicare il percorso in questo senso ci ha pensato sino dalle sue origini la Casaleggio Associati, che gestisce anche la piattaforma Rousseau. In una recente intervista al giornale La Verità proprio Davide Casaleggio ha tracciato la prospettiva di questo percorso; secondo Casaleggio la società, in profonda trasformazione grazie alla diffusione capillare di internet, va accompagnata in questo processo  e per farlo bisogno favorire lo sviluppo di una democrazia partecipativa che “è già una realtà grazie a Rousseau”. Questo modello di democrazia partecipativa è stato adottato dal M5s “ma potrebbe essere adottato in molti altri ambiti” per superare i modelli novecenteschi di partecipazione ormai morenti. Grazie alla rete e alle tecnologie, dichiara Casaleggio, “esistono strumenti di partecipazione decisamente più democratici ed efficienti in termini di rappresentatività del volere popolare di qualunque modello novecentesco”; ciò significa che la democrazia rappresentativa è ormai superata e questo passaggio è inevitabile. Se il Parlamento potrà ancora esserci in un processo di riforma dello Stato per garantire “che il volere dei cittadini venga tradotto in atti concreti e coerenti […] tra qualche lustro, è possibile che non sarà più necessario nemmeno in questa forma”.[5]

Luogo strategico delle decisioni politiche, per Casaleggio e i pentastellati, diventa la rete omettendo che lo strumento messo a disposizione è uno strumento proprietario, cioè in capo esclusivo alla Casaleggio Associati e ovviamente tutta la complessità di problematiche che l’attuale era digitale pone in termini di controllo e dominio.

Salvini e la “bestia”

Grande stratega della comunicazione di Salvini e della sua Lega è invece l’Agenzia Sistemi Internet e in particolare il digital philosopher Luca Morisi che, coadiuvato da un suo staff, organizza la comunicazione del capitano “ventiquattro per sette”, cioè 24 ore per 7 giorni della settimana. Lo strumento adottato, chiamato significativamente “La bestia”, amplifica continuamente sulla rete il messaggio che arriva da Salvini: operazione di traslazione di una frase, di uno slogan, di un evento dal suo contesto limitato reale in cui viene prodotto in “meme digitali” nei vari social dove vengono ingigantiti a dismisura grazie a interventi tecnici specifici e amplificati all’infinito sul maggior numero possibile di dispositivi. Il modello di riferimento è quello utilizzato dallo staff di Trump per moltiplicare i suoi messaggi. I “mi piace” possono moltiplicarsi a dismisura in tempo reale in tutti i social, possono risultare sgradevoli, incorrere in errori marchiani ma quello che conta è la loro moltiplicazione costante e, appunto “ventiquattro per sette”.

Come reagire

Detto questo non si tratta di affermare che il consenso a Salvini o Di Maio, alla Lega e al M5s, è semplicemente frutto di un raggiro digitale che lavora sulla percezione più che sul radicamento del loro ragionamento in concreti ambiti sociali ma di segnalare come questo insieme di strumenti e di strategie siano ormai profondamente coprotagoniste nella costruzione del consenso politico; influenzino pesantemente il giudizio degli utenti dei diversi dispositivi non affidandosi più solamente alla propaganda televisiva. Come insomma le piattaforme digitali siano a pieno titolo protagoniste anch’esse in questo processo.

Come rispondere a tutto questo che prefigura una società del controllo totalizzante dai tratti sinora descritti solo dagli autori di fantascienza?

Approfondendo la conoscenza delle modifiche persino antrolopogiche che l’avvento del capitalismo digitale sta producendo nelle nostre abitudini di vita, nella percezione della realtà e nell’organizzazione del lavoro, non ritenendo questo un aspetto secondario o semplicemente specialistico. Come abbiamo accennato in questo scritto le sue ripercussioni sono molto concrete: pensiamo solo ai risvolti negli equilibri politici e economici globali determinati dall’arrivo alla Casa Bianca di Trump o per l’Europa l’uscita della Gran Bretagna dall’UE.

Ma approfondire, conoscere e denuciare non basta, si deve anche contrastare e se da una parte lo si deve fare attraverso un approccio consapevole e critico al digitale – non si tratta certo di essere anti tecnologici – vitale diventa in questo momento forse più che in altri, mettere in gioco i corpi, i nostri corpi, in ogni occasione di conflitto.

In questi mesi in cui i media tanto parlano dell’assenza di una opposizione politica al governo gialloverde macerandosi sulla crisi del PD, l’opposizione vera si è manifestata in tante occasioni, le più diverse tra loro: dalle proiezioni di massa del film “Sulla mia pelle” alle dimostrazioni di solidarietà contro il sequestro della Diciotti; dalle manifestazioni di “Non una di meno” a quella antirazzista del 10 novembre a Roma; dai 10 mila in corteo a Trieste contro Casa Pound alla manifestazione di Milano contro l’ex CPT di via Corelli; dalla solidarietà concreta al sindaco di Riace all’aggregazione di soggettività attorno all’avventura di Mediterranea; dagli scioperi nella logistica a quello dei riders; dalle proteste degli sfollati di Genova o dei terremotati dell’Abruzzo alle occupazioni dei Licei a Roma. Si intravede nella difficoltà del momento una voglia di esserci, di dire sono qua anch’io a protestare con altri contro questo governo da parte di molti, donne e giovani soprattutto.

L’antidoto a questo mix di costruzione del consenso attraverso la propaganda computazionale e il populismo dispiegato concretamente nei territori che fa leva su questioni sociali irrisolte che rimandano alle politiche neoliberiste dei governi precedenti, può essere solo quella che, ancora confusamente, sembra scaturire da un’opposizione sociale che vuole e deve rompere i lacci con una opposizione istituzionale corresponsabile della situazione in cui è precipitato il Paese.

Paolo De Marchi

04/12/2018

[1] Deposizione di Zuckerberg di fronte al Senato USA

[2] Ripreso da Renato Curcio “L’algoritmo sovrano. Metamorfosi identitarie e rischi totalitari nella società artificiale”, Sensibili alle foglie, Roma 2018

[3] Julien Assange “La tecnologia sta cambiando la politica”, intervista di Stefano Maurizi, La Repubblica 20 marzo 2018. Si veda anche Gianluca di Feo, Giuliano Foschini, Fabio Tonacci “La mappa, il lavoro sull’Italia e l’identikit simile a Fratelli d’Italia e Lega” in La Repubblica 22 marzo 2018

[4] Alberto D’Argerio “L’audizione dopo lo scandalo Cambridge Analytica” in La Repubblica del 22/03/2018

[5] Ripreso da Renato Curcio “L’algoritmo sovrano. Metamorfosi identitarie e rischi totalitari nella società artificiale”, Sensibili alle foglie, Roma 2018

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