ANCORA DALLA PARTE DELLE BAMBINE

La recensione a cura di Martina Magon del libro di Loredana Lipperini. Un saggio sulle differenze di genere e un passaggio di testimone tra la pedagogista Elena Gianini Belotti e la giornalista Loredana Lipperini.

Belotti, autrice di “Dalla parte delle bambine”, negli anni ‘70 mise in luce quanto la cultura, più che la biologia, influisce nell’incanalare i bambini in rigide categorie di genere, evidenziando gli svantaggi che ciò provoca nello sviluppo integrale della persona così come nel vivere comune.

Lipperini, nel 2007, pubblica questo saggio, ampio e dettagliato, per indagare se la mentalità nel frattempo è mutata e si è evoluta, come ci si potrebbe, in parte, aspettare alla luce degli studi sull’argomento, ormai diffusi da tempo.

Il titolo del primo capitolo è raggelante e significativo: Finto Movimento.

Lipperini cita Belotti nel mettere in guardia sul fatto che “I pregiudizi sono profondamente radicati nel costume: sfidano il tempo, le rettifiche, le smentite perché presentano un’utilità sociale.

L’insicurezza umana ha bisogno di certezze, ed essi ne forniscono.

[…] Vengono trasmessi come verità indiscutibili fin dall’infanzia” e sono, in tal modo, facilmente interiorizzati.

L’autrice sostiene che la questione di genere sia stata solo apparentemente risolta e che sia necessario “tornare a porsi, ancora una volta, dalla parte delle bambine”.

Bisogna farlo lavorando non solo sulla parità nel campo dei diritti ma concentrandosi contemporaneamente anche sui simboli, sulle immagini, sui modelli proposti.

Un capitolo (il sesto) è interamente dedicato alla rappresentazione della donna in televisione: “quel che ha sempre caratterizzato i nostri palinsesti è stata una svestita ragazza sorridente”, una presenza femminile di contorno.

Curiosamente, molte “ragazze da calendario (e molte veline e concorrenti di reality)” sono diligenti e studiose, diplomate o laureate ma tornano a scegliere l’antichissima via della seduzione. “Sembra un rito di passaggio divertente”, un modo per dimostrarsi forti perché disinibite.

“Sembra un’affermazione di potere” delle donne “e non un’ingiustizia” nei loro confronti.

Lipperini ci invita a non confondere il mezzo coi contenuti che veicola.

“Quasi mai si è sottolineato che la televisione accoglie, ma non inventa, un modello sociale”.

Chi decide i palinsesti ha potere su mezzi dalle possibilità notevolissime ma agisce ancora secondo vecchi schemi mentali.

Quello che emerge è che, dalla metà degli anni ‘90, si parla sempre meno di persone e delle loro peculiarità in quanto individui e si è, invece, ricominciato a rimarcare la differenza tra i sessi (re-genderisation) in pubblicità, riviste, giochi, programmi televisivi, … Il che per le donne, ragazze e bambine ha significato, spesso, la valorizzazione del loro corpo, della sua bellezza e seduzione oltre che la netta distinzione dei ruoli.

“Eppure […] non ci dicevano che la nuova famiglia era fatta di rapporti di parità e di equa redistribuzione dei compiti?

Non era nata, dai travagli degli anni ‘70, una nuova e formidabile coppia?”

Invece, tra la metà degli anni ‘70 e la fine dei ‘90, i matrimoni si sono ridotti di oltre un terzo e le nascite della metà, con una stragrande maggioranza di figli unici.

L’autrice riporta le dichiarazioni della sociologa Maria Letizia Pruna che sottolinea quanto l’asimmetria di genere nelle case italiane sia ancora altissima poiché il lavoro di cura non retribuito è ancora svolto principalmente dalle donne.

Pruna elenca, inoltre, i tre fattori che demoliscono la diffusa ma falsa immagine di un numero elevato di donne in carriera:

la segregazione orizzontale (le occupazioni a prevalenza femminile sono associate a profili professionali bassi, posizioni subordinate, retribuzioni basse, scarse opportunità di carriera);

la segregazione verticale o soffitto di cristallo cioè l’enorme divario di genere nell’occupazione di posizioni lavorative apicali;

l’eredità culturale della società secondo la quale “una riduzione dell’occupazione maschile genera allarme sociale assai più della consolidata esclusione dal lavoro di una larga parte della popolazione femminile.

“Quel che invece è assolutamente reale è che la maggior parte delle donne lavoratrici non può fare affidamento né sull’organizzazione sociale né sul proprio compagno:

ma fa ricorso, salvo i fortunati casi in cui può contare sulla propria famiglia d’origine, a una collaboratrice domestica.

Una realtà che attira sul mondo femminile altre critiche:

parte del femminismo americano accusa le donne occidentali di riscattarsi sulla pelle delle extracomunitarie” o semplicemente di donne dagli impieghi precari e poco tutelati, contribuendo a riperpetuare il circolo vizioso della subalternità femminile.

“Le ragazze studiano di più, […] hanno una media più alta e si laureano prima” però questa immagine della donna istruita ma tagliata fuori dai ruoli decisionali “richiama alla mente uno status antico quanto immutato che un’altra esperta contattata da Lipperini, Francesca Bellafronte, professoressa di Scienze della formazione, definisce “la pedagogia del sapere femminile come ornamento” che permette alle donne di partecipare a conversazioni salottiere, rimanendo comunque ai margini.

Dato che la cura della prole è ancora, in larga parte, affidata alle donne, un capitolo è interamente dedicato alle madri:

La filosofia di Prenatal, uno dei più famosi marchi per gestanti e per la prima infanzia, parla di una donna moderna che “conserva immutato il senso di maternità”.

“Insieme” è una rivista mensile, l’equivalente su carta di Prenatal, “una sorta di bibbia della gestazione, del parto e dei primi anni di vita del bambino” nella quale si trovano, numerosi, i consigli degli esperti (ginecologa, neonatologo, psicologa, pediatra, nutrizionista, naturopata, …).

Lipperini sostiene di avere la sensazione che questa iperinformazione faccia sentire le madri inadeguate al compito alzando il loro livello di preoccupazione e ansia.

Sembra che le gestanti debbano essere seguite e redarguite in tutto perché, nel tempo, le donne si sono allontanate dalla loro stessa natura materna per inseguire ideali di parità.

Quando, però, si interrogano i medici che curano madri che hanno ucciso il proprio figlio, questi “si limitano a replicare che l’istinto materno non è innato”.

Un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) riporta che “i figlicidi si compiono abitualmente entro il primo anno di età” e che le madri “uccidono in misura maggiore perché sono più vulnerabili e sole, vivono lo stress di madri e donne lavoratrici, la svalutazione della loro condizione sociale” e hanno modelli di perfezione irraggiugibili.

“Quando un uomo non è un buon padre ha sempre altro ad attenderlo fuori.

 Il valore di una donna si misura ancora sull’essere o non essere una buona madre”.

Il prezioso bambino, sempre più figlio unico, desiderato, iperprotetto e iperseguito è un crogiolo di aspettative poiché si mira ad allevare il bambino vincente, il bambino capolavoro, frutto degli sforzi genitoriali, delle madri in particolare.

Al contempo, però, “le madri preoccupate, ansiose, […] continueranno, nella maggior parte dei casi a condannare le figlie ad un destino non dissimile, […] secondo un modello immutatodi cui si parla nei capitoli terzo e quarto.

Un lavoro di ricerca nelle scuole elementari, porta la pedagogista Bellafronte a dichiarare:

“Ancora una volta, tutte le caratteristiche attribuite, nei secoli, ai due sessi hanno trovato terreno fertile e spietate conferme”.

Il modello stereotipato di maschile e femminile caratterizzato da presunte predisposizioni innate e naturali, è ancora ben presente negli insegnanti e inesorabilmente trasmesso agli alunni, a dispetto di anni di studi sull’argomento.

I maschi sono più liberi e creativi, interessati all’avventura e agli esperimenti e vengono ancora considerati tali per natura, così come più indisciplinati, prepotenti e sicuri di sé.

Le femmine sono più abitudinarie ed interessate alla bellezza e alla maternità e vengono ancora considerate tali per natura, così come più diligenti, remissive, emotive e da proteggere.

Quando vengono interpellate sul modo di ripartire compiti e ruoli familiari “pare che le bambine siano più maschiliste degli stessi maschi. […] Si evince, nelle bambine una certa propensione alla complicità e connivenza piuttosto che alla ribellione” agli schemi mentali che le penalizzano.

“Il meccanismo è antico. La creazione di un branco ostile soprattutto a sé stesso, dovuta alla precoce interiorizzazione della scarsa considerazione sociale della femminilità”.

Secondo Lipperini, inoltre, il paradosso è che si chiede ai bambini di aderire a dei modelli al tempo stesso sollecitati e condannati.

Per le bambine, il tradizionale modello di femminilità che amplia “il divario tra l’idea della donna autonoma e una realtà che dice altro”.

Per i bambini, il tradizionale modello di uomo virile. Modello che può sfociare facilmente in atteggiamenti da bullo e che spinge l’autrice a sottolineare di non stupirsi poi tanto se il 90% della popolazione carceraria è di sesso maschile. Un modo per rimarcare che neppure “il sesso forte” trae davvero giovamento da una mentalità che pare favorirlo.

Il quinto capitolo si addentra nelle abitudini di lettura di donne e bambine:

La letteratura alta, a oggi, “ha moltissimi padri e pochissime madri”.

Nonostante ciò, sono le donne le lettrici e le scrittrici più assidue ma leggono e scrivono per la maggior parte romanzi d’amore e, perlopiù, scrivono in un’ottica maschile.

Sembrano non avere grandi sogni”, cercano un senso per la propria vita e lo trovano innamorandosi dell’uomo giusto (comprensivo, bello, colto, ricco).

“[…] A rifletterci, il romanzo d’amore nasce dagli uomini. E la donna della grande letteratura è spesso la proiezione del desiderio maschile. […] Una trasfigurazione ma anche il più sublime dei modi per destinare la donna all’amore. E dunque relegarla ad Altro”.

Ancora oggi, infatti, sottolinea Bellafronte,

[…] gli uomini costruiscono la loro identità in base alle scelte e al successo professionale mentre le donne, prioritariamente, costruiscono la propria sulla capacità di realizzarsi nel rapporto con l’altro” secondo un modello antico, prefigurato sin dall’infanzia, in famiglia e a scuola.

“[…] Come è avvenuto nel mondo delle lettrici più grandi, anche una buona parte dell’editoria per ragazzi evidenzia e rafforza le distinzioni di genere, con prodotti differenziati per sesso”.

In conclusione, l’autrice tratta il tema di blog con titolari ragazze e donne:

“Le donne che scrivono sul web hanno più probabilità di attirare frasi denigratorie” (mette, nero su bianco, uno studio dell’Università del Maryland) e, tra queste, i commenti più frequenti sono:

“Sei troppo femminista”,

“Scopa di più, vedrai che ti passa l’acidità”,

“Sei un cesso”,

“Non occuparti di cose che non capisci”.

Consiglio la lettura di questo interessante saggio per avere una panoramica della rappresentazione della donna, nei mass media e nell’editoria, dagli anni ‘90 alla prima decade degli anni duemila.

Rimane importante capire quanto questi strumenti, dalle grandi potenzialità, divulgano, e a volte amplificano, messaggi che arrivano dalla nostra realtà quotidiana, dalla mentalità di una società che affida il suo futuro alle promesse della tecnologia ma arranca nello sviluppare contenuti più rispettosi e adatti ad evolvere come persone e come comunità.

In padovanabassa.it potete trovare anche la recensione di “Dalla parte delle bambine” di Elena Gianini Belotti, https://www.padovanabassa.it/dalla-parte-delle-bambine/

Lipperini e Murgia hanno scritto un saggio, pubblicato nel 2013, contro i femminicidi, dal titolo “L’ho uccisa perché l’amavo. Falso!”.

Durante il festival di Ekopark 2024, presso il parco Buzzaccarini di Monselice, l’associazione Donne in Ekopark propone la diffusione della lettura dei libri della scrittrice e divulgatrice Michela Murgia.

Dal 23 agosto, i titoli dei suoi libri penderanno dai rami della roverella a lei dedicata.(Due suoi saggi sono recensiti anche in padovanabassa.it: “Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più”

 e “Ave Mary e la chiesa inventò la donna”

https://www.padovanabassa.it/ave-mary-e-la-chiesa-invento-la-donna/   ).

Un commento su “ANCORA DALLA PARTE DELLE BAMBINE”

  1. Io credo che libri e recensioni come queste dovrebbero diventare obbligatori nelle scuole… è lì che si dovrebbe insegnare cos’è la donna e il rispetto e l’importanza da dare a questa PERSONA. Grazie a chi ci fa aprire gli occhi e continuate ad insegnarci a come prenderci cura di questo meraviglioso ESSERE UMANO!

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