Parco Colli nel Mab Unesco: le perplessità delle associazioni

Il documento redatto dalla società Punto 3 per conto del Parco Colli Euganei, è l’unico finora da cui sia stato possibile dedurre con un minimo di organicità obiettivi e strategie che ispirano la richiesta di candidatura a riserva MAB Unesco del Parco dei Colli. Esso conferma le perplessità che le associazioni cercano di evidenziare negli aspetti di fondo. In allegato anche la debole risposta del Presidente del Parco.

Relazione relativa alla fase iniziale della candidatura dei Colli Euganei a Riserva della Biosfera secondo il programma MAB UNESCO. Considerazioni

Il documento in oggetto, redatto dalla società Punto 3 per conto del Parco, è l’unico finora da cui ci sia stato possibile dedurre con un minimo di organicità obiettivi e strategie che ispirano la richiesta di candidatura a riserva MAB Unesco del Parco dei Colli. Esso conferma e rafforza le nostre perplessità su tale operazione. Perplessità che a questo punto riteniamo di evidenziare almeno a grandi linee e negli aspetti di fondo.

1 – Osserviamo innanzitutto che a fronte delle accattivanti prospettive di partecipazione, aperture, coinvolgimenti … che il riconoscimento Mab dovrebbe assicurare in futuro, per chi vive e opera nel Parco, ci ritroviamo, per quanto riguarda la vita attuale dello stesso, in una situazione ben lontana da questi obiettivi. Trattandosi dello stesso Ente che chiede il riconoscimento e che si candida a gestire la candidatura, questo aspetto non ci pare di secondaria importanza. In particolare, pur essendo stato nominato nell’aprile 2021 con la prospettiva di amministrare l’Ente per 5 anni, l’attuale Consiglio direttivo non ha ancora diffuso una sola riga sul programma che intende attuare. Con intuibili, deleterie conseguenze sotto tanti aspetti legati anche proprio al coinvolgimento, al confronto, anche alla semplice informazione di chiunque sia interessato alle problematiche del Parco. Viene in tal modo, elusa e vanificata una componente fondamentale, decisiva, della vita di un Ente così particolare.

E questa mancanza è aggravata da tutta una serie di altre situazioni che caratterizzano la normale vita dell’Ente. A cominciare da come viene gestito il sito, strumento di centrale importanza proprio per il collegamento informativo di base con tutti i possibili soggetti interessati. Con informazioni che vengono pubblicate in ritardo, spesso incomplete; con organismi come la Consulta e il Comitato Tecnico Scientifico che è come non esistessero; nessun organico documento sulla vita e sui tanti problemi dell’Ente; nessun incontro pubblico; con risposte burocratiche e generiche alle stesse interrogazioni presentate ufficialmente (peraltro pressoché solo da un’unica componente della Comunità, quella che rappresenta le associazioni ambientaliste)…. Su diversi di questi punti ritorneremo, con ulteriori specificazioni, nel prosieguo del presente documento.

2 – Situazione, questa del punto 1, tanto più grave in quanto il Parco viene da un periodo di profonda crisi che ha accompagnato la sua vita per tutto il decennio precedente. E non si può non evidenziare il ruolo perverso giocato in questa crisi dalla stessa Regione, altra protagonista decisiva nella operazione MAB e sulla cui credibilità non ci si può quindi non interrogare. Riteniamo importante, a questo proposito, ricordare almeno:

2.1 – che la Regione, sull’onda della generale crisi economica mondiale della fine del primo decennio del secolo, ha avviato fin dal 2010 una politica di restrizioni per tutti i Parchi, in particolare per quello dei Colli, non solo con la riduzione dei finanziamenti ma anche col ridimensionamento del personale, eliminando nella sostanza in particolare la essenziale figura del Direttore (detto per inciso non ancora ripristinata);

2.2.1 –  che la stessa Regione ha avviato, sempre col pretesto della crisi, una revisione della legge quadro dei parchi con una proposta partita nel 2011. Proposta che ha avuto un effetto paralizzante sulla vita dei parchi regionali, quello dei Colli in primis. Non sono casuali, in questo contesto, le stesse dimissioni del Presidente del Parco, nel 2015. La proposta di legge peraltro, coi suoi quasi 50 articoli, era incentrata sulla prospettiva, per noi deleteria, di togliere al Parco qualsiasi competenza in materia di paesaggio, ambiente, territorio, lasciandogli solo quella sulla “natura”. Un totale, innaturale, stravolgimento della legge 38/1989 istitutiva del Parco incentrata, al contrario, sulla visione unitaria di queste componenti. Ma dopo snervanti passaggi che hanno continuato a tener paralizzati i parchi e a devitalizzare ogni iniziativa,  la legge è stata approvata solo nel giugno 2018, ridotta a soli 13 articoli che hanno riguardato più che altro l’aspetto gestionale, con novità peraltro, come vedremo, tutt’altro che positive.

Ma in questo clima già disorientante vanno aggiunte almeno due altre rovinose incursioni della Regione sulla vita dell’Ente:

2.2.2 – A partire dal giugno 2016 il Parco è stato sottoposto, senza che vi fossero convincenti motivazioni, a un mortificante commissariamento, protrattosi, con successivi burocratici provvedimenti, fino all’ottobre del 2019;

2.2.3 – Come non bastasse alla fine del 2016, in occasione del dibattito sul bilancio, è partito dalla stessa Regione, attraverso il presidente della Terza Commissione Berlato, col pretesto di facilitare la lotta ai cinghiali, un frontale attacco ai confini del Parco puntando a portarli alle sole aree boschive più elevate. Impossibile riassumere le scomposte iniziative calate sul Parco e culminate con la sconcertante decisione della Giunta regionale di affidare ad ogni singolo Comune la decisione di fissare i propri confini dell’area protetta. Decisione di cui ha approfittato in particolare l’amministrazione di Galzignano che ha ufficialmente avanzato la richiesta di ridurre ad area contigua pressoché tutto il suo territorio pedecollinare  fino a comprendere  una delle aree più prestigiose del Parco, quella di Valsanzibio. Vicenda come vedremo (v. punto 3) miseramente arenatasi ma in un contesto che ha reso tutta la vicenda se possibile ancora più sconcertante proprio per gli aspetti qui al centro delle considerazioni.

2.3 – Dopo questo periodo così tormentato il Parco ha ripreso la “normale” attività solo nell’ottobre 2019, alla vigilia della scadenza per le elezioni regionali del 2020. Col nuovo Consiglio Direttivo (nominato per 3/5 dalla Giunta regionale: una delle poche, discutibili “novità” introdotte con la nuova legge) che non ha ritenuto di presentare nessun programma: prima volta nella pur agitata vita trentennale del Parco. Un segnale di cui ci sembra difficile sottovalutare il deleterio significato.

2.4 – Il nuovo Consiglio Direttivo, l’attuale, nominato dopo le regionali del 2020, nell’aprile 2021, non ha fatto altro che accentuare questo disorientamento. Pur con la prospettiva di un mandato quinquennale non ha ritenuto, come sopra già rilevato, di presentare alcun programma.

Le nostre associazioni, peraltro le sole, hanno tentato di reagire a queste discutibili decisioni presentando una dettagliata proposta di programma (definendolo “Un programma per la rinascita”) non ricevendo il minimo cenno di riscontro, neanche formale.

3 – Altro motivo che alimenta il disagio e la diffidenza, sullo sfondo degli avvenimenti pur sommariamente descritti, non può non essere la stessa scelta, da parte del presidente della Regione (altra discutibile novità della nuova legge), del presidente del Parco: a guidare l’Ente nell’aprile 2021 è stato nominato proprio quel sindaco che, come sopra accennato, ha chiesto ufficialmente di declassare ad “area contigua” tutta una parte del suo territorio di grande valenza storico-ambientale. Iniziativa peraltro che sembra essersi conclusa non con doveroso, convincente “ravvedimento”, ma con un ambiguo, forse imbarazzato silenzio (rotto solo da una apposita interrogazione in Consiglio regionale).

4 – La situazione di disagio già così profonda è acuita da alcune problematiche di fondo che caratterizzano la vita del Parco e per gestire le quali informazione e confronto sarebbero indispensabili. Abbiamo già accennato alla gestione dell’informazione del tutto carente, aggiungiamo almeno, per il suo determinante rilievo, il tema della gestione del Piano Ambientale, lo strumento cardine per la vita del Parco, approvato dal Consiglio regionale nel 1998. Strumento basato su 4 pilastri fondamentali: lo spostamento di attenzione dal “cuore” del Parco alla sua “periferia”, l’importanza assegnata al paesaggio (tra l’altro col riconoscimento e la valorizzazione delle “unità di paesaggio”), il tentativo di spostare l’asse  della tutela ambientale dai vincoli alla gestione attiva, il rapporto di dialogo e d’interazione coi piani locali.

In realtà per questo Piano non è mai stata attuata dal Parco una politica quantomeno di informazione e conoscenza indirizzata in particolare verso i residenti; nessun elaborato informativo, nessun monitoraggio (pur obbligatorio), nessun incontro, nessun rapporto con i professionisti che hanno redatto il Piano. Che è stato invece costantemente al centro, fin dalla sua approvazione, di continui attacchi e di tentativi di radicale revisione, tentativi basati sulla raffigurazione distorta del Piano stesso e peraltro scomposti e tutti arenatisi. Si sono oltretutto sprecate tutte le preziose opportunità per avviare almeno la seria attuazione delle indicazioni progettuali contenute nel PA, in particolare col titolo quarto delle norme, indicazioni che avrebbero dovuto rappresentare, tra l’altro, la concreta occasione per attuare quelle linee di “sviluppo sostenibile” che sembrano essere alla base di tutti i programmi da affidare al futuro.

5 – E’ in questa situazione che nasce la proposta di candidatura. Ed è anche per le motivazioni fin qui succintamente esposte che riteniamo poco credibili tutti gli impegni sul fronte della partecipazione e del coinvolgimento che vengono genericamente proposti per il futuro. La stessa gestione della candidatura, come finora frettolosamente condotta, più che partire dalla realistica presa d’atto dei problemi per proporne il superamento, sembra ispirata dall’obiettivo proprio di distogliere l’attenzione dagli stessi e contrapporre delle utopistiche, e trionfalistiche, formule prive di alcun riscontro attendibile.

Del resto anche il documento di cui stiamo parlando neanche è stato reso pubblico almeno con la pubblicazione sul sito e da parte nostra lo abbiamo ottenuto solo dopo esplicite, ripetute richieste.

6 – Nel merito del documento, riteniamo, come osservazione preliminare, non pertinenti e non fondati i richiami alla precedente iniziativa di candidatura a Riserva nata nel 2016 ad opera in particolare di un operatore privato come la “Strada del vino”. Iniziativa che puntava convintamente, tra l’altro, al coinvolgimento, denso di significati, anche della Bassa Padovana, e che aveva mostrato particolare attenzione al coinvolgimento delle stesse Associazioni ambientaliste tanto da far proprio un documento da queste proposto (“Dal Parco all’Unesco”) di strategica importanza in particolare laddove metteva in evidenza lo spirito dell’iniziativa teso a basare la candidatura sulla valorizzazione delle “conquiste” storiche come quella del PA.  Non mancando per questo di criticare apertamente la stessa Regione per la sua politica, in quegli anni, come visto, assolutamente contraddittoria. Del resto l’iniziativa della candidatura si è arenata allora proprio per lo scompiglio portato dalla Regione con commissariamento e vicenda Berlato di cui si è detto al punto 2.

Ben diverso lo spirito che sembra dominare adesso e che sembra basarsi proprio sull’aggiramento dei problemi legati all’attualità e sul superamento del Piano Ambientale come meglio specificheremo più avanti.

7 – Per quanto riguarda i contenuti, esplicite riserve le esprimiamo su vari punti, a cominciare dalla proposta di zonizzazione. Discutibile già a partire dalla rinuncia (contrariamente a quanto avvenuto nella precedente esperienza) a coinvolgere le aree circostanti il Parco, come in particolare la Bassa Padovana.

In una situazione in cui, come accennato, per il PA non si è fatta alcuna politica seria almeno di informazione, in cui predominano quindi nell’opinione pubblica scarsa conoscenza e disorientamento, ci chiediamo che significato si debba attribuire a queste indicazioni sulla zonizzazione che del PA  prendono solo una parte, quella relativa alla zonizzazione tradizionale, per di più senza nemmeno rispettarla neanche nelle indicazioni di fondo.  

In realtà il PA affronta il tema con ben altra impostazione. Oltre alla zonizzazione “tradizionale”, con le relative norme, grande attenzione viene riservata alla zonizzazione, con relative norme, dall’art. 19 al 33, “per particolari categorie d’intervento, d’opere o di risorse”, impostazione dettata dalle caratteristiche intrinseche di questo territorio fortemente antropizzato, che vuol dire fortemente “storicizzato”. Per non dire della introduzione delle “Unità di paesaggio”, fondamentali per la conoscenza del territorio protetto e per la sua coerente gestione.

Ma oltre a questi importanti aspetti c’è quello ancora più significativo relativo ad uno dei 4 pilastri del Piano: la normativa “per progetti” dettata dal titolo 4° delle Norme. E’ tutto quel capitolo che, come già osservato, avrebbe dovuto fornire pratiche, concrete indicazioni proprio nella direzione di quello sviluppo sostenibile tante volte citato con riferimento alla candidatura.

Aver trascurata, e continuare a trascurare, questa prospettiva ci pare una carenza per la quale non troviamo attenuanti giustificabili. Carenza non riscattabile certo spostando l’attenzione su generici impegni futuri.

8 – 1 – Altro elemento per noi di forte perplessità  è l’individuazione del cosiddetto “elemento caratterizzante”. Averlo indicato nel “geotermalismo”, in realtà senza tanti confronti e approfondimenti, ci sembra frutto di una scelta quantomeno superficiale.

A noi pare invece che tale elemento vada piuttosto ricercato in un motivo che sta a monte della presenza del termalismo, e cioè nell’indissolubile intreccio di 3 originali elementi che caratterizzano questo gruppo di colline: l’originalità geologica ( forme …), l’originalità geografica (isola nella pianura …tra Appennini e Alpi …), la intensa stratificazione di segni storici disseminati su tutto il territorio.

E’ l’insieme di queste 3 peculiarità che conferisce valore unico a questo territorio.

Ed è da questi fattori che derivano la diversità dei microclimi e la biodiversità naturale nonchè la varietà delle rocce e la singolarità paesaggistica dei Colli: ma anche le motivazioni che possono portare al coinvolgimento dei territori circostanti: certo le aree termali ma anche le aree pedecollinari, i centri storici (come Este e Monselice), le aree delle storiche bonifiche (retratto di Monselice, di Lozzo, del Gorzon …).

8 – 2 – Va anche osservato, a proposito degli elementi caratterizzanti, un aspetto particolare. Essi sono stati anche all’origine di attività che hanno fatto correre i pericoli più seri all’integrità di questo territorio. La varietà di rocce, la vicinanza a tanti centri abitati, la stessa presenza diffusa di attività umane hanno favorito uno sfruttamento che era arrivato ad assumere dimensioni disastrose: ci riferiamo in particolare all’attività estrattiva (ma vedremo che un cenno in questo senso lo merita anche l’attività termale). Attività, quella estrattiva, sempre presente nei Colli ma che nell’ultimo secolo, in particolare dal secondo dopoguerra, aveva assunto dimensioni impressionanti. Solo una legge straordinaria del Parlamento, la ben nota 1097 del 1971, ha portato alla progressiva, pressoché totale eliminazione di questo pericolo. Restano tuttavia ancora aperte le specifiche problematiche ancora aperte relative a cementifici, cave di trachite da taglio e cave dismesse: problematiche anche queste che avrebbero richiesto quantomeno delle concrete indicazioni programmatiche da parte del Consiglio Direttivo in carica.

Si presenta così ora l’occasione, se vogliamo, per esaltare anche questo avvenimento storico: chiudendo con i problemi ancora aperti e ridando così a geologia, geografia e storia il rilievo che meritano in senso positivo per questo territorio, che vorrebbe anche dire “risarcirlo” per quelle offese che lo stavano radicalmente compromettendo.

9 – A proposito del termalismo ci sembrano opportune delle ulteriori, specifiche considerazioni.

Se è assolutamente importante classificarlo tra le attività che hanno arricchito il panorama euganeo di potenzialità, non si possono trascurare certi pesanti effetti negativi che hanno caratterizzato questa attività. E’ un aspetto che può essere ben evidenziato con quanto avvenuto in particolare negli anni del secondo dopoguerra, con qualche analogia, come accennato, a quanto successo con l’attività estrattiva. Sono gli anni in cui lo storico utilizzo dell’acqua termale assume aspetti che lo fanno assomigliare a un assalto sregolato.  Al punto che la neonata Regione, istituita nel ‘70, è costretta a fare con urgenza una legge speciale: la legge 31 del 1975Allo scopo di garantire un pratico intervento di salvaguardia della risorsa e dell’attività termale, tenuto conto del grave fenomeno del depauperamento della risorsa stessa”. Crediamo che a testimoniare questa grave situazione di crisi sia sufficiente e significativo riportare poche righe di un documento ufficiale quale la relazione che accompagna la presentazione della legge:

 “La Regione […] si è trovata nella necessità di dover affrontare una molteplice e complessa quantità di problemi che possono essere così sommariamente indicati: l’inadeguatezza della legislazione vigente; la mancanza di uniformità nella utilizzazione della risorsa idricotermale; l’eccessivo sfruttamento in cui si trova, in particolare, l’area di Abano; la situazione di quasi completa saturazione delle possibilità di utilizzo della risorsa per il centro di Montegrotto; una certa frammentarietà degli studi condotti e dei risultati conoscitivi conseguiti; la mancanza e la difficoltà di stabilire un bilancio idrologico; il modo concorrenziale di utilizzazione della risorsa idrica; l’eccessiva presentazione di domande per permessi di ricerca; la situazione urbanistica della zona, priva, per molti Comuni, del P.R.G.; il rilascio, da parte dei Sindaci, di licenza per nuove costruzioni di stabilimenti termali a richiedenti addirittura sprovvisti del titolo minerario e quindi la mancanza del necessario coordinamento tra utilizzo della risorsa idrico-termale e lo sviluppo urbanistico; il frequente manifestarsi dell’edilizia residenziale, nell’ambito delle concessioni, al punto di precludere anche la possibilità di provvedere a nuove perforazioni per l’alimentazione degli stabilimenti esistenti; l’eccessivo addensamento degli alberghi nell’ambito di una stessa concessione”…

10 – Tra le conseguenze più negative di questo sviluppo travolgente ci pare inevitabile citare la sorte riservata alle tanto decantate testimonianze  storiche di cui era così ricco in particolare il territorio di Montegrotto: quasi tutte travolte e profondamente compromesse.  Basta citare, crediamo, quanto scrive nel 1981 l’autorevole studioso locale Luciano Lazzaro nel suo fondamentale “Fons Aponi”:

Cause varie infatti, non ultima la speculazione edilizia, e la mancanza per molti anni  di un efficiente piano regolatore, gli scavi clandestini e purtroppo  anche il notevole disinteresse, in passato, hanno fatto si che non sia più possibile risalire al volto originario di questa antica zona, che, se scavata accuratamente a suo tempo, non avrebbe, almeno da quello che possiamo constatare dai molti reperti sparsi, nulla da invidiare a tante altre aree archeologiche dell’Italia Settentrionale e non solo di essa”.

Alla quale situazione che riguarda in particolare Montegrotto si potrebbe aggiungere la miope decisione, a metà degli anni 60, di destinare buona parte del prezioso parco del Montirone, il cuore storico-minerario di Abano, alla costruzione di un albergo. Svilendo così l’interesse di tutta quest’area.

11 – Val forse la pena di ricordare che il PURT (Piano di Utilizzo della Risorsa Termale), previsto dalla citata legge 31, viene presentato in consiglio regionale per la sua approvazione nell’aprile 1980, e prevede che nuovi sviluppi per il futuro siano decisamente contenuti. Ma le pressanti reazioni di tutti gli amministratori interessati hanno travolto questa impostazione trasformandola all’ultimo momento in una sconsiderata previsione di almeno ulteriori 2.500 nuovi posti letto, distribuiti a pioggia su tutto il bacino euganeo, anche su aree di grande delicatezza urbanistica e ambientale. Previsione peraltro tanto immotivata anche sotto l’aspetto economico, al punto che queste previsioni, fatte evidentemente ancora nel clima d’assalto degli anni precedenti, non hanno trovato praticamente alcuna attuazione. Anzi negli anni successivi si è presentata in termini sempre più sensibili una crisi che ha portato alla chiusura di molte attività, con trasformazioni di alberghi in case di riposo, o per altri servizi vari. Emblematico anche il declino di luoghi simbolo della città termale, come ìl Kursaal di Abano o il Palazzo del turismo a Montegrotto.

Particolarmente significativo dei valori travolti da uno sviluppo intenso e disordinato anche la chiusura del grande stabilimento termale pubblico dell’INPS di Battaglia T. avvenuto negli anni 90. Spicca ora la situazione di doloroso degrado del complesso che rappresentava la vera punta di diamante di un termalismo qualificato sul piano sociale e sanitario.

E sullo sfondo di tutti questi segnali di crisi si sta per contro assistendo alla proposizione di ben altri modelli di sviluppo come quelli ispirati ai cosiddetti parchi acquatici o a parchi tematici tipo quello intitolato a “Tex Willer”, in area collinare a Montegrotto, del tutto avulso da collegamenti con storia e ambiente locali.

Finora questo mondo termale, chiuso nella sua rincorsa allo sviluppo egoistico (e anche diviso al suo interno), poco ha fatto per esaltare la sua appartenenza al mondo euganeo e forse anche questo è un motivo che spiega il suo declino.

12 – Se discutibili e fuorvianti sono i riferimenti al PA di cui abbiamo fatto cenno al punto 7, non lo sono da meno quelli relativi all’altra “entità di tutela ambientale” che, insiste nell’area della Riserva, e cioè la “Z.S.C._Z.P.S. IT3260017 “Colli Euganei – Monte Lozzo – Monte Ricco””. Qui si forniscono in realtà, al capitolo 7 della Relazione, anche informazioni incomplete e sbagliate. Così ad esempio si afferma che essa “è regolata da apposito Piano di Gestione elaborato ai sensi della Dir. 92/43/CEE e della DGR 4241/2008, assunto (sic!) al Bollettino ufficiale della Regione del Veneto del 27-11-1998”. Una affermazione involuta che evita di precisare il fatto centrale, cioè che detto Piano di Gestione non è mai stato approvato né dal Parco né dalla Regione. La quale Regione ha invece approvato nel maggio 2016, sotto l’incalzare delle procedure di infrazione della Comunità europea, delle cosiddette Misure di Conservazione consistenti in oltre 300 articoli. E per assurdo mentre il Piano di Gestione si trova ancora sul sito del Parco con del tutto anacronistiche indicazioni sul suo iter, delle vigenti Misure di Conservazione non si trova traccia, neanche generica. Così come del resto non si trova traccia delle stesse neanche nei documenti relativi alla candidatura.  Con quali conseguenze quantomeno sul piano della informazione è facile capire, specialmente su un terreno così complesso e dall’iter così tormentato.

Peraltro, a proposito di questa “entità di tutela” va anche rilevato che essa prevede ancora un perimetro basato su scelte che non possono non sconcertare, come quella di escludere, lasciandola fuori, tutta l’area est del Parco, dalle Valli di Galzignano alle pendici del monte Ricco e alla preziosa collina di Lispida col relativo lago. Una esclusione dovuta con tutta probabilità al fatto di aver preso come riferimento, con la DGR 4824 del 1998, il perimetro provvisorio del Parco previsto dalla legge 38/1989 (ma poi modificato in via definitiva dal PA). E a nulla sono serviti i frequenti richiami e segnalazioni per correggere la stridente situazione, al punto che si preferisce anche ora sottacerla ed eluderla.

13 – Almeno un cenno agli organi di gestione, o meglio alle ipotesi di “struttura di governance” descritta al capitolo 12. Ci si trova di fronte ad una ardita costruzione  che dovrebbe garantire “la consultazione e la partecipazione delle comunità locali”.

Si propone così un Comitato di Gestione di 35 membri che dovrebbe delegare l’attuazione delle proprie  decisioni e la gestione ordinaria della Riserva “ad un sottogruppo denominato Cabina di Regia di 8 membri. Il tutto affiancato da una Assemblea Consultiva formata da un universo indefinito di soggetti pubblici e privati.  E a fare da Coordinatore fra Comitato di Gestione e Assemblea Consultiva il Parco regionale dei Colli Euganei.

Al Comitato di Gestione spetta poi il compito di definire e stimolare l’attuazione di un indefinito “piano di gestione” (per il quale si rimanda a un inesistente paragrafo 17.4).

Ma come non contrapporre a questa fantasmagorica costruzione la stridente realtà di quel panorama della situazione attuale che abbiamo delineato ai punti precedenti (1, 4 e altri)? E che riassumiamo ricordando le abissali carenze nella informazione e nel coinvolgimento dei tanti protagonisti attivi sul territorio.  E che trovano la più clamorosa riprova nell’inesistenza di qualsiasi ruolo persino di quell’organismo base previsto fin dal 1989 che è la Consulta. Organismo che non si è mai fatto funzionare. Così come del resto il già citato Comitato Tecnico Scientifico. E potremmo ancora aggiungere la scomparsa di quelle Commissioni consiliari permanenti (Ambiente, Regolamento, Bilancio, Organico e personale) previste dall’art. 46 del Regolamento del Parco.

E facciamo fatica anche solo a ipotizzare i conflitti e le confusioni che si prospettano fra normative esistenti (e bistrattate) e nuove generiche disposizioni, così come fra organi esistenti da anni con specifici ruoli e nuovi organismi dai compiti indefiniti.

Come non pensare che questa mirabolante costruzione rappresenti il miraggio per distrarre l’attenzione dalla ben più problematica realtà?

E’ in definitiva una situazione che, così impostata e condotta, può fare del male al Parco ma anche al prestigio dell’Unesco.

Monselice, 2 agosto 2022

Le associazioni:

  • Comitato Popolare Lasciateci Respirare Monselice
  • CAI – sez. Padova
  • Legambiente circolo di Este
  • Italia Nostra Este e Padova
  • La Vespa – Battaglia Terme
  • Il Colibrì, tutti i colori del mondo – Monselice
  • L’Altra Este

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